Limina – II. Cinque poesie di Fabrizio Bregoli, Franco Canavesio, Giuseppe Conte, Raffaele Floris, Massimo Morasso

     

Heisenberg

L’imbroglio è sempre la luce, quel suo
scalfire i corpi, sbozzarli dal nero
ordinarne regola, spazi.
Travolgerli nel loro buio esatto
con la sua lama buona,
obbligare i volti a intridersi.
Illuderli che siano conoscibili
a misura di un noi inesplorato,
fingere emendabile la frattura
l’indeterminazione sanata.

di Fabrizio Bregoli, da Notizie da Patmos, Le Vita Felice, 2019, pag. 48


(Di notte ho gambe lunghe…)

Di notte ho gambe lunghe, mica trampoli
gambe mie e muscoli forti
passi da gigante.
Traverso, scavalco, non servono ponti
un piede sul delta, l’altro alla sorgente
nessuno mi ferma, vado dove voglio
m’allungo, con un salto
sono sulla sponda dell’altro continente.
Nelle notti d’Africa ho potere sulla terra
sono cateratta del Nilo, se voglio inondo:
palmi di limo anche sul deserto
e con la prima luce tutto sarà fecondo,
in boccio l’intero mondo.
Atacama e il suo scoppio di rose
sono nulla a confronto

di Franco Canavesio, da Sogni e visioni in Custode del giardino, Aurora Boreale, 2019, pag. 29



da Ai Lari

[…]
Perché poco sappiamo noi del mondo:
che niente vale, niente è necessario
che è vano, che insensato, assurdo
è, e che è deserto, vuoto, che
trionfano rovina e morte e oblio.
Tutto finisce come è finito
così in fretta il tuo tempo, padre:
le case che tu hai costruito,
le rose, le ortensie che hai piantato
e gli amori che hai inseguito. Finiscono
sotto dune di cenere statue e libri,
declinano e poi cadono gli imperi.
Anche di questi pini che tramano
l’aria con i rami nuovi, di queste
palme quasi arpe contro il mare
non resterà niente, anche il vento
sarà sibilo astrale e poi silenzio.
Tutto spazzerà il tempo, coprirà
il ghiaccio o arderà il fuoco. Eppure
io qui materia vivente sono,
delle albe e dei tramonti ho ancora il dono,
degli autunni e delle primavere,
di soffrire, di piangere, di pregare
ancora ho fame e sete: eppure
io qui materia vivente vivo
e qui amo e grido e rido e scrivo
[…]

di Giuseppe Conte, da I Lari in Canti d’Oriente e d’Occidente, Mondadori, 1997, pag. 70



Ritornano per noi

Non sono là. Li ho visti attraversare
la strada, nel silenzio delle foglie:
ci guardano sotto mentite spoglie
finché novembre non li lascia andare.

Ritornano per noi, per quel profumo
di serra così denso, innaturale;
rimangono per poco sul crinale
del tempo, come un’ombra, come un grumo

di ghiaia e rose finte. All’imbrunire,
poi, se ne vanno e ci chiediamo dove,
perché. Forse perché cercare altrove
è come ricongiungersi, o morire.

di Raffaele Floris, da 3/4 (Tre quarti), inedito


(Per mettere i piedi nei due mondi)

Per mettere i piedi nei due mondi
mi basta, a volte, passeggiare al Righi,
in giorni come questo che è una trottola di foglie,
fra il rosso e il giallo ciò che resta del cammino
nel guizzo dei volatili nell’anima dei pini.
Quando si scopre che un albero respira.
E uscire è essere dentro
nel passo a due con l’immaginazione,
nel magico di un’alba che non sgarra.
Fra il rosso e il giallo ciò che resta del cammino,
l’odore dell’autunno, nella terra,

e ancora un po’ di luna sotto al sole.

di Massimo Morasso, da L’opera al rosso, Passigli, 2016, pag. 27

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