Limina – IV. “L’altra che sono io” di Valeria Raimondi: una riflessione e cinque testi su la distanza e gli opposti nella scrittura poetica.

Quando penso alla distanza, nella poesia, penso agli opposti e allo spazio immenso e fragile che sta nel mezzo. Ossimoro e antitesi, contrasto e dualità, contraddizione e paradosso sono, a mio parere, elementi della distanza necessaria e propria della poesia. Propria, in quanto cerca di risolvere il dilemma della frattura tra pensiero e parola; necessaria in quanto riconosce alla produzione poetica la limitatezza e libertà propria dell’arte.
Andrea Zanzotto sostiene che le figure retoriche hanno la funzione di «attirare l’attenzione sul significante e garantirgli quella non autonomia grazie alla quale esso può far affiorare i significati latenti». “La parola non saprà mai dare il segreto che è in noi”, dice invece Ungaretti. Quasi fosse necessario celarsi dietro l’artifizio per rivelarsi in un significato; significato che non appartiene allo spontaneismo, ma piuttosto ad un’autenticità che si può cercare vicino all’origine del pensiero, dell’idea-ispirazione, dell’emozione. Quasi a costruire con la parola il contorno dell’idea, varcare la soglia di cui pure si intuisce l’esistenza: la soglia della doppia e multipla faccia. “Il nulla e il tutto sono i due veli dell’impronunciabile” dice Montale.
Ecco che la poesia è ossimoro, incompiutezza, tensione ogni volta obbligata a ritentare il volo. Si resta in equilibrio nella o sopra la contraddizione tentando di risolverla, perché la parola poetica è insieme segno e seme: le opposizioni coesistono nella ricchezza polisemica del testo.
Se penso alla distanza in poesia, penso anche, umanamente, al rapporto tra poesia e vita, a quella distanza che consente di far vivere la dismisura, patire la propria incongruenza (l’uomo di per sé è un rompicapo: i conti non tornano, i pezzi non combaciano). Lo spazio della distanza è dunque quello necessario ad una relazione, ossia un passaggio verso l’incontro. La libertà che la poesia regala è consentire realmente all’essere umano di parlare di qualsiasi cosa lo circondi o lo riguardi.
Infine, io credo che la poesia si agganci, si origini dalla sostanza della vita ma debba poi discostarsi da essa: si scrive nel mezzo, c’è straniamento e identità nella relazione vita- poesia perché quest’ultima è al contempo rappresentazione di qualcos’altro e allegoria di se stessa. È movimento che parte dalla parola, per poi prendere il largo verso la realtà e infine convergere nuovamente verso la parola, stavolta ricreata.
L’altra che sono io rappresenta una selezione di testi poetici dove antitesi e contraddizioni sono lasciate vivere nella forma e nel contenuto.
Valeria Raimondi


LA MADRE, LA FRATTURA
Vado cercando il centro e il fine
il giro che ripassa al punto fermo
Vado cercando il sasso in fondo al pozzo
e l’ombra che al cammino allinea i passi
Vado cantando l’elegia di carne
che celebra nell’Io la madre e la frattura
e dietro le mie ciglia la lacrima che sola
genera il senso primo e le ragioni
Vado cercando l’altra che son io
per dire se ancora un poco mi somiglia


IL PIENO, IL VUOTO
Di vita pieni, come dire che dentro il caos esonda.
Come vuoti inviti al caso.
Come dire che il male, dentro, invade il pieno che il vuoto evita.
Come dire un gioco sporco, ma divise le spese a metà


EFFETTI COLLATERALI
La pienezza dei giorni
è òtre che trabocca
un’oncia di promessa
il fiato del peccato
La pienezza dei giorni
è un vuoto risucchiato
la tasca ormai bucata
l’oggetto che è smarrito
La pienezza dei giorni
è un pozzo senza fondo
il senso che straripa
un’anima scavata
La pienezza dei giorni
è sottovuoto spinto:
fantasma di sostanza
un karma in dissolvenza


IL NULLA CHE RISANA
Dammi il viaggio incerto dei naufragi.
Il veleggiare al limite del Verso di maree
attese con prudenza, non mi salva.
E quando infine giungo, con la veglia della luna
alla genesi del significato,
dammi nuovamente l’urgenza del richiamo
e la deriva d’argini da aprire verso il mare.
Mostrami l’àncora riflessa in un albergo d’acqua
scavato nell’insondabile, sillabato,
profondo nulla che risana.

SCUSATE LA POESIA
Scusate, son poeta:
conosco i neri abissi
le acque scure che abitano le case
sotto i fiumi quieti
Conosco la crepa del pensiero
che incrina i gusci
che inclina i piani all’orizzonte
dove l’occhio è cieco eppure cerca luce
Quello che pare buono già si guasta
ma la canaglia sarà redenta, infine
e l’amaro che per sé è fiele
somiglia a miele che ci versiamo in gola
Ciò che luccica non merita un suo canto
se non possiede e getta un’ombra sopra il muro
Scordate, son poeta:
battaglia e resa, questo è il nostro stato:
servire a pochi, ridar voce allo schiavo
per quella cosa che sempre vaga inquieta
ma affonda dentro tutto le radici
perciò ogni pezzo, a pezzi, lo diciamo intero

Valeria Raimondi, da Distanze, Fara Ed., 2018


Valeria Raimondi vive a Brescia e fa parte dell’Associazione culturale Movimento dal Sottosuolo. Nel 2016 è tradotta in lingua albanese con i poeti Beppe Costa e Jack Hirschman per una raccolta a tre voci. Una decina di poesie, tradotte in portoghese, nel 2018 vengono presentate a San Paolo del Brasile. Dieci inediti sono contenuti in Distanze, Fara Ed., 2018. Nel 2011 esce la silloge Io no (Ex-io), Thauma Ed. e nel 2014 Debito il Tempo, FusibiliaLibri, ripubblicata con Pellicano Ed. nel 2017. A giugno 2019 è ideatrice di La nostra classe sepolta, cronache poetiche dai mondi del lavoro, Pietre Vive ed., antologia sulla precarietà che raccoglie le poesie di una trentina di lavoratori e lavoratrici distribuiti su tutto il territorio nazionale.


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