L’impossibile comunicazione con le ombre. Simbolismo e medianità in “Plumelia” di Lucio Piccolo. Parte I.

da: Alfredo Rienzi, DEL QUI E DELL’ALTROVE NELLA POESIA ITALIANA MODERNA E CONTEMPORANEA, Edizioni dell’Orso, Collana Studi e Ricerche, 2011, pagg. 39-65

Leggi Indice e Note del volume

Parte I.

Plumelia[1], l’ultima raccolta pubblicata in vita dal barone di Calanovella Lucio Piccolo, costituisce a suo modo un unicum nella poesia italiana del Novecento. Una presenza spesso sottovalutata – più ancora dell’intera opera del poeta siciliano – e non sufficientemente compresa, se non negli aspetti stilemici e più prettamente letterari.

La vicenda poetica di Lucio Piccolo, nato a Palermo nel 1901, ha conosciuto, nel mezzo secolo abbondante trascorso dai suoi esordi, alterne vicende. E, considerati alcuni aggettivi ricorrenti quali “originale”, “atipico”, “appartato”[2], è possibile che le valutazioni sulla sua opera continueranno ad accentrare attenzioni di varia coloritura o a marcare ancora quelle omissioni che sono state la principale moneta pagata dalla critica del secondo Novecento al poeta siciliano.

Non è questa la sede opportuna, sia per i limiti di spazio che per la specificità di questo scritto, per ripercorrere se non per cenni la biografia e le opere di Piccolo, dall’esordio tardivo[3] con Canti barocchi ed altre liriche (due anni dopo il famoso e quasi aneddotico invio nel 1954 a Montale della plaquette stampata in proprio “9 Liriche”), al “caso Piccolo” (più mondano che letterario, causato soprattutto dall’improvvisa celebrità del cugino Giuseppe Tomasi di Lampedusa per la pubblicazione postuma de Il Gattopardo nel 1958), fino alla morte, avvenuta nel 1967 nella villa baronale di Capo d’Orlando, oggi sede della Fondazione “Famiglia Piccolo di Calanovella”. Dopo aver pubblicato, in una sostanziale indifferenza critica, la sua seconda raccolta, Gioco a nascondere, con Mondadori nel 1964 e Plumelia, nel 1967 con Scheiwiller, l’editore che ha curato anche l’opera postuma[4].

Ed anche lo sviluppo dell’arco critico può essere appena tratteggiato. Diciamo in estrema sintesi che, dopo le iniziali attenzioni al personaggio più che al poeta e la poca e cauta critica che ne ha accompagnato il breve percorso letterario, con la sua morte, avvenuta due anni dopo la pubblicazione di Plumelia, sull’opera e sulla figura di Lucio Piccolo è calata una lunga eclissi di attenzioni e di critica[5]. Durante la quale solo la meritoria tenacia di Vanni Scheiwiller e l’acutezza di pochi critici e studiosi,  tra i quali Vincenzo Consolo, Nicola Tedesco, Franco Pappalardo La Rosa, Bent Parodi di Belsito,  Giuseppe Amoroso, Sergio Palumbo[6], si è opposta al rischio di un definitivo oblio di colui a cui Antonio Pizzuto, nel prezioso epistolario[7], si rivolgeva come al «massimo poeta italiano del nostro tempo»[8], prevedendo per l’amico «… la sua gloria non sarà prossima; sorgerà come una splendida aurora quando i pesi massimi di oggi saranno tramontati»[9].  Il  panorama storico e culturale degli anni nei quali il Barone di Calanovella fu attivo, spiega piuttosto palesemente la difficoltà di un effettivo riconoscimento della sua poesia. Nello scontro tra l’ultimo neorealismo e la prima neoavanguardia il singolare impasto della poesia piccoliana, barocca e preziosa, rarefatta e metafisica, fu accolto con sospetto o, nella migliore ipotesi, con indifferenza. «Poesia fuori corrente se non contro-corrente»[10]. Chiarissima è a riguardo la ricostruzione di Natale Tedesco: «Tra il 1954 e il 1960, gli anni in cui appaiono le prime sillogi di versi di Lucio Piccolo, si esauriva il neorealismo, ma non veniva a mancare certo la necessità di collegarsi con la realtà e di comprendere il complesso rapporto che s’istituisce sempre tra questa e l’invenzione poetica. Solo che comprendere i modi via via nuovi e diversi in cui ciò avviene, risultava allora, nello specchio del discorso poetico di Piccolo, assai difficile per la critica militante del momento. Una critica che per una parte era infastidita dal lessico raro e da forme apparentemente antiquate, e per l’altra parte non capiva una figurazione poetica che poteva apparentarsi da ultimo all’esperienza dei pittori astratto-concreti contro cui si accaniva la parte più facile e piatta del quasi superato fronte neorealista di quegli anni»[11].  Tra i vari segni di nuova attenzione volta all’opera del poeta palermitano, che non è qui possibile considerare in dettaglio, appaiono particolarmente importanti, oltre alle riedizioni scheiwilleriane di tutte le raccolte poetiche[12], la pubblicazione del carteggio con Antonio Pizzuto[13] e l’inserimento di Piccolo nell’antologia dei Meridiani Mondadori, Poeti italiani del secondo Novecento – 1945-1995,  curata da Cucchi e Giovanardi[14].

Nella vita e nell’opera dell’autore di Canti barocchi, la maggior parte dei critici e degli studiosi ha rimarcato la presenza di influssi e riferimenti ad ambiti, aggettivati in modo spesso improprio ed aspecifico, versati in un calderone ad amalgamarsi in un minestrone dai sapori vari e spesso inconciliabili. Così si sono usati e abusati termini quali poesia «metafisica», «panpsichica», «esoterica», «magica», «alchemica», «onirica e visionaria», «astratta», «mistica», «trascendentale» eccetera, spesso con riferimento prevalente agli elementi biografici ed extratestuali.

Questo ventaglio lessicale, in modo particolare, è stato usato in merito allo specifico scenario dei componimenti di Plumelia. Non è casuale, di fronte a domini così intangibili, che Giovanardi glissi con un lapidario «Di tono minore appaiono le nove liriche riunite sotto il titolo di Plumelia»[15].

Occorrono, preliminarmente, alcuni chiarimenti e approfondimenti su alcuni aspetti della formazione umana, culturale e spirituale dello scrittore palermitano.

Dopo un’infanzia di cui il poeta ricorda «i timori, le nevrosi di una infantilità troppo fantastica e sensibile»[16] e  la giovinezza in una Palermo tutt’altro che estranea ai fermenti culturali che percorrevano l’Europa[17], il non ancora trentenne Lucio visse con la madre ed i due fratelli nella riservatezza della villa baronale di Capo d’Orlando, vero e proprio eremo della famiglia, oggi sede della Fondazione “Famiglia Piccolo”. «Un esilio volontario» – racconta Vincenzo Consolo[18] – «che i tre figli continuarono anche dopo la morte della madre, come legati da una sorta di tacito patto, e in cui svilupparono le naturali inclinazioni dei loro caratteri: Lucio, il più giovane, la letteratura e la poesia; Agata Giovanna, la floricoltura e Casimiro, il primogenito, la pittura, la fotografia e l’occultismo».

Se le influenze della madre, musicofila e donna colta e del cugino Giuseppe Tomasi di Lampedusa sono indubbie (e quest’ultime piuttosto note[19]), nella sua formazione intellettuale certamente ebbe un ruolo di primo piano il fratello maggiore Casimiro, personaggio ancora più singolare del già originale fratello. Ruolo ancora più evidente per quanto concerne gli interessi “esoterici”.

Il barone Casimiro Piccolo, di sette anni maggiore di Lucio, infatti, era cultore di “metapsichica” e di “occultismo”[20]. Riportano le biografie che da giovane aveva frequentato i cenacoli della Società Teosofica di Palermo ed era stato affiliato alla Massoneria, nell’epoca in cui, più di altre, questa non era impermeabile agli influssi di varie società e dottrine tradizionali ed esoteriche, da quelle gnostiche a quelle magico-teurgiche. Più che in altri campi, continuando una tradizione di famiglia, Casimiro era attratto dallo spiritismo e dai fenomeni medianici. Quando, già trentenne, Casimiro si trasferì con la famiglia a Capo d’Orlando, mantenne sempre contatti regolari col mondo iniziatico, studiando il pensiero della Blavatsky, fondatrice della Teosofia moderna e autrice di La Dottrina segreta, e dello spiritismo di Allan Kardec e continuò a Villa Piccolo le sue pratiche medianiche e di magia bianca e le letture delle riviste di metapsichica Luce ed ombra. Pioniere della fotografia, mosso dal desiderio di “impressionare le ombre dell’aldilà” si cimentò in curiosi esperimenti di occultismo e di fotografia, che crearono intorno alla sua persona un alone di magia e di mistero. Racconta Vincenzo Consolo[21]: «Ogni tanto appariva […] il barone Casimiro, bello fresco rasato ed elegante come dovesse uscire per qualche festa. Era invece, come mi rivelò una volta in gran confidenza, ch’egli dormiva di giorno e vegliava di notte, e nel tardo pomeriggio, quando s’alzava, faceva toilette perché più tardi sarebbe cominciata la sua grande avventura dell’attesa notturna delle apparenze, delle materializzazioni degli spiriti», anche di quelli dei suoi cani, ai quali dedicò un singolare cimitero[22].  La sua celebre collezione di acquarelli, composti tra il 1943 e il 1970, ritrae un mondo fiabesco di gnomi, fate, coboldi e, meno folkloristicamente di quanto siamo abituati a dire, di altri “spiriti elementari” o “spiriti di natura”. Questo picco di apparente ingenuità, questa stranezza, anche in rapporto alla visione più stereotipata della “seduta spiritica”, trova chiarimento nelle dottrine teosofiche di Madame Blavatsky e seguaci: «Come quasi tutte le entità astrali, essi  sono capaci di prendere a volontà una qualunque forma […] si può attribuire agli spiriti di natura un gran numero di “fenomeni fisici” delle sedute spiritiche»[23].

Il voler sepimentare negli apporti culturali le influenze letterarie, filosofiche, esoteriche – già di per sé arbitrario in molti casi – risulta praticamente impossibile per quanto riguarda i riferimenti dell’autore di Plumelia. Certamente fu lettore accanito ed onnivoro, poliglotta e coltissimo, ci dicono le biografie, che lucidano l’etichetta coniata da Montale nella prefazione a Canti barocchi e altre liriche, quella di “gran signore cosmopolita che nella sua solitudine di Capo d’Orlando ha letto tous les livres”. Eclettico di sicuro, ma altrettanto certamente, selettivo e raffinato. Queste pagine si moltiplicherebbero se mi lasciassi attrarre dal tentativo (stimolante, ma arduo e dispersivo per i fini che mi sono preposto) della ricognizione completa e della sistematizzazione delle varie eredità ed attitudini culturali. Opererò quindi una estrema selezione, ovviamente non imparziale.

Dopo l’esplicito riferimento alle pratiche occultistiche («non disdegnando le sedute spiritiche») la nota biografica nella riedizione di Plumelia. La Seta. Il raggio verde[24] appunta che «Lucio s’interessa di filosofia ed astronomia, di scienze matematiche ed esoteriche; parla correntemente spagnolo, francese, inglese: è attento conoscitore di letterature straniere e un formidabile lettore, di Thomas Mann in particolare, le cui opere consulta in tedesco senza bisogno di traduzione. Studia i classici greci e latini sui testi originali e recita a memoria i poemi omerici. Traduttore di poesie di Char, Hopkins, Yeats, Cummings, Moore, Carens, musicologo e compositore…». Nella prefazione al volume, Pietro Gibellini colloca nella biblioteca mentale del poeta, accanto a Marino e D’Annunzio, Baudelaire e – presenza particolarmente significativa – Swedemborg[25]. Nelle ascendenze letterarie è lunga la serie di autori citati da F. Pappalardo La Rosa in Lo specchio oscuro[26] mentre l’interessante saggio di Norma La Piana[27] accentra l’attenzione sui metafisici inglesi, da Henry Vaughan[28], che come il gemello Thomas, fu alchimista e studioso di testi ermetici, a John Donne e sul rapporto con Yeats. Nella biblioteca di Villa Piccolo, oggi curata dalla omonima Fondazione, tra i 2400 volumi superstiti, oltre a un vasto campionario di libri di letteratura spiccano, tra gli autori di filosofia Platone, Leibniz, Campanella oltre a testi di Evola, di Cabala, di filosofie orientali e trattati di magia.

Il carteggio[29] con William Butler Yeats, che citeremo ancora, oltre a testimoniare il fiuto e la competenza letteraria di Lucio Piccolo, che l’aveva scoperto prima del riconoscimento del Nobel, nel 1923, potrebbe rivelarsi di estremo interesse per chiarire alcuni aspetti ancora poco chiari della poetica e della weltanschauung del barone di Calanovella. Come Piccolo, anche Yeats era molto interessato al misticismo e allo spiritualismo, e partecipò alla sua prima seduta spiritica nel 1886. Il Nobel irlandese fu uno dei primi membri dell’Ordine Ermetico dell’Alba Dorata, società segreta inglese magico-iniziatica più nota come (Hermetic Order of the) Golden Dawn, dove fu personalità eminente, sia pure in contrasto con l’altro grande protagonista della Golden Dawn, quell’Aleister Crowley, importante e controversa figura dell’esoterismo del Novecento, il quale operò proprio in Sicilia a partire dal 1920 e fino all’espulsione decretata tre anni dopo da Mussolini[30]. Il magista inglese – figura tutt’altro che isolata nel panorama delle società segrete dell’epoca – si riuniva, infatti, con i suoi seguaci nella cosiddetta Abbazia di Thelema[31], come chiamava la casa isolata in località Santa Barbara, presso Cefalù, a non troppi  chilometri da Palermo. (continua…)


Note

[1] Plumelia, Scheiwiller, Milano, 1967. Nel saggio si farà riferimento al volume Plumelia. La seta. Il raggio verde e altre poesie., Scheiwiller, Milano, 2001 con Prefazione di Pietro Gibellini, in seguito “Plumelia”.
[2] Nell’antologia mondadoriana del 1996 Poeti italiani del secondo Novecento 1945-1995, curata da M. Cucchi e S. Giovanardi, Lucio Piccolo è compreso nella sezione Quattro percorsi appartati; molto efficace mi pare la definizione di Pietro Gibellini «fuori corrente se non contro-corrente » (nella Prefazione di Plumelia, La seta, Il raggio verde e altre poesie, Scheiwiller, Milano, 2001)
[3] Avvenuto nel 1956 con Canti barocchi e altre liriche, cui è seguito nel 1960 Gioco a nascondere e nel 1967 Plumelia.[4] Scheiwiller ha pubblicato entrambe le raccolta postume di L. Piccolo: La seta e altre poesie inedite e sparse (1984) e Il raggio verde e altre poesie inedite (1993), oltre alle prose di L’esequie della luna e altre prose inedite (1996), e nel 2001 ha riproposto l’intera opera poetica nei due volumi Canti barocchi e Gioco a nascondersi e Plumelia. La seta. Il raggio verde e altre poesie.[5] Valga, ad esempio, l’esclusione dalle antologie Poeti Italiani del Novecento, curata da Mengaldo (Mondadori, 1978, 19902) e Poesia italiana contemporanea, curata da Raboni (Sansoni, 1981).
[6] Per la bibliografia critica si veda quella, molto dettagliata, curata dallo stesso S. Palumbo nella riedizione di Plumelia (…) e altre poesie, Scheiwiller, 2001 e le citazioni della riedizione di Lo specchio oscuro. Piccolo-Cattafi-Ripellino di F. Pappalardo La Rosa, Ed. del’Orso, 2004 (in seguito “Lo specchio oscuro”).
[7] Antonio Pizzuto – Lucio Piccolo, L’oboe e il clarino. Carteggio 1965-1969, (a cura di Alessandro Fo e Antonio Pane), Scheiwiller, Milano, 2002.
[8] L’oboe e il clarino, op. cit., Lettera del 26.VIII.65,  p. 65.
[9] ibidem, Lettera del 19.V.65, p. 52.
[10] Pietro Gibellini, cfr. nota 1.
[11] Natale Tedesco, Lucio Piccolo, Pungitopo, 1986.
[12] cfr. nota 3.
[13] L’oboe e il clarino, op. cit.
[14] Maurizio Cucchi e Stefano Giovanardi (a cura di), Poeti italiani del secondo Novecento 1945-1995, Mondadori, Milano, 20014.
[15] M. Cucchi – S. Giovanardi, op. cit., p. 590.
[16] L’oboe e il clarino, op. cit., Lettera del 19 Aprile ‘965, p. 35.
[17] si ricordino ad esempio, i saggi di un altro palermitano, Girolamo Ragusa Moleti, che probabilmente per primo in Italia aveva affrontato l’opera di Baudelaire
[18] Vincenzo Consolo, Il barone magico in Le pietre di Pantalica, Mondadori, Milano 1988.
[19] Scrive Lucio Piccolo, nella Lettera ad Antonio Pizzuto del 14 Maggio 1965 (in L’oboe e il clarinettoop. cit., p. 49): « Posso dirti intanto che mi sono costruito pietra su pietra. Per decenni con Lampedusa abbiamo macinato tutte le letterature e nulla facendo (per timidezza-superbia, il binomio consueto) timorosi di essere poi noi un giorno per l’intervento di Nèmesi criticati e sbeffeggiati. Non so poi quale sia stato l’utile e l’attivo di questo bilancio. Il primo a rompere il silenzio fui io – meglio tardi che mai!».
[20] «Era questo il problema che arrovellava Casimiro» – dice Vincenzo Consolo in Magia e ironia,in: Alchimie della visione. Casimiro Piccolo e il mondo magico dei Gattopardi, a cura di Michele Cometa, Mazzotta, 1998, p. 121 – «Trascriviamo [dell’occultismo] la più piana delle definizioni: “L’insieme di conoscenze e di pratiche (magia, spiritismo, metapsichica, teosofia, ecc.) aventi per oggetto energie o entità misteriose che si pretende esistano in natura, ma che sono tali da sfuggire alla normale indagine scientifica. […] Chiamare dunque quella pratica “scienza”, è una contraddizione in termini; chiamarle “fede”, le priva di consistenza. Si collocano esse, in effetti, e vivono in quella zona vaga, in quello spazio incerto dove finisce la scienza e non ha ancora inizio la fede. Lì è il punto del mistero».
[21] V. Consolo, op. cit.
[22] L’influenza delle tesi di Casimiro su Lucio Piccolo è testimoniata da quanto il poeta stesso afferma nella Lettera ad Antonio Pizzuto del 1 Maggio ‘965 (in L’oboe e il clarino, p. 56): «Non credo che degli animali tutto finisca e ciò con buona pace di Aristotele (o chi per lui) dei Tomisti, di Cartesio e di Melebranche. Nulla che è può cadere nell’astratto non essere [… ] si sono visti “fantasmi di animali”, e noi qui ne sappiamo qualche cosa – tutto sta a vedere cosa ci sia dentro queste immagini».
[23] Arthur E. Powell, Il corpo astrale e relativi fenomeni, Alaya, Bellaria (RN), 1996, p. 172-174
[24] Plumelia, op. cit., p. 113
[25] Emanuel Swedenborg (Stoccolma, 1688-1772) è stato uno scienziato, consigliere reale, filosofo, mistico e profeta visionario. Personaggio controverso – come sempre si dice in casi analoghi, quali ad esempio quello di Jacob Böhme – considerato da molti, tra cui Kant, un malato di mente, ha avuto significative influenze, oltre che su William Blake e sullo stesso Kant, su importanti scrittori e musicisti quali Goethe, Balzac, Baudelaire, Hugo, Coleridge, C. Patmore, Pound e Borges, Berlioz, Schoenberg, su filosofi quali Schelling, Herder, Bolaño, su Rudolf Steiner e C.G. Jung È considerato il precursore dello spiritismo, ed ancora oggi esistono Chiese esplicitamente ispirate alle sue idee.
[26] Lo specchio oscuro, op. cit., a pag. 20 e segg. ricorda i poeti barocchi spagnoli e inglesi, tra cui Donne e i metafisici, i simbolisti francesi, Yeats, Pound, Eliot, Rilke, tra gli italiani analizza in particolare Campana e Montale.
[27] Norma La Piana, Un “metafisico” siciliano di tradizione inglese: Lucio Piccolo, in Agorà, anno VI, a. II, Luglio-Settembre 2001, pp. 64-69.
[28] In Letteratura inglese, corpus di lezioni sulla letteratura inglese elaborato da Tomasi di Lampedusa negli anni 1953-54, incluso nell’edizione completa delle Opere di G. Tomasi di Lampedusa, pubblicata nel 1995 ne I Meridiani” di Mondadori, Milano, Mondadori, 1995) si riporta che nell’unico viaggio oltrefrontiera, in Inghilterra, Lucio Piccolo acquistò copia di Olor iscanus del poeta gallese, una raccolta di prose e poesie che, secondo Norma La Piana (op. cit.), potrebbe aver spinto il nobile siciliano ad approfondire le sue conoscenze in materia di esoterismo ed occultismo. Credo, tuttavia, che il contesto ambientale e familiare possa avere costituito uno stimolo più diretto e specifico. Cfr. note n. 20 e 22.
[29] A tutt’oggi (2009) ancora inedito, benché da diversi anni risulti “di prossima pubblicazione” presso Scheiwiller.
[30] Una versione personale dell’espulsione di Crowley dalla Sicilia è data da Leonardo Sciascia nel suo racconto Apocrifi sul caso Crowley.
[31] La “Legge di Thelema”, che recitava ” Fai ciò che vuoi sarà tutta la legge, Amore è la legge, amore sotto la volontà”, perché “le persone libere e colte, sentono per natura un istinto ed inclinazione che li spinge ad atti virtuosi, e li tiene lontani dal vizio, inteso come religione”, non sembra proprio conformarsi alla morale di un satanista, quale comunemente è considerato Crowley.



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