L’impossibile comunicazione con le ombre. Simbolismo e medianità in “Plumelia” di Lucio Piccolo. Parte II e III.

da: Alfredo Rienzi, DEL QUI E DELL’ALTROVE NELLA POESIA ITALIANA MODERNA E CONTEMPORANEA, Edizioni dell’Orso, Collana Studi e Ricerche, 2011, pagg. 39-65

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Leggi Parte I.

II.

Date queste poche, ma necessarie e, se si vuole, parziali coordinate sull’autore di Plumelia, veniamo dunque alla silloge in questione, l’ultima opera di Piccolo, sia come pubblicazione che come concepimento e scrittura. Nel carteggio con Antonio Pizzuto, interlocutore privilegiato degli ultimi anni del poeta, sono numerosi i riferimenti alla silloge, che ne consentono l’esatta collocazione cronologica  e che, in parte, alludono all’intento e al progetto poetico. Nella Lettera del 19 Aprile 1965 c’è il primo accenno: «Lavoro intorno ad una Guida per salire al monte in ritmo larghissimo»[32], in quella del 5 Ottobre dello stesso anno auspica che «Forse, nel non lontano futuro, si pubblicherà presso l’ottimo Scheiwiller un volumetto assai smilzo: poche liriche in tutto 5 o 6 – di carattere “magico”. Spiego meglio, in cui la presenza invisibile è dominante»[33] («pochissime liriche spettrali o magiche», scriverà alcuni mesi più tardi[34]). Infine, nella Lettera del 3 Dicembre 1966, informa che «Dovrei ultimare Plumelia e spero farlo presto»[35]Plumelia sarà pubblicata, infatti, nel 1967.

Tre titoli ci introdurranno ad una prima serie di osservazioni: Plumelia, titolo con cui la raccolta venne edita da Scheiwiller, quello con cui fu battezzata originariamente Ex voto per le anime in fiamma e Guida per salire al monte, che è quello del primo componimento.

Plumelia è una licenza del poeta: la plumeria è una pianta arbustiva o arboricola che deve il suo nome al viaggiatore Charles Plumier, chiamata volgarmente frangipani, ma nota in Sicilia come pomelia[36],[37]. Di origine tropicale, fu introdotta in Europa nel Settecento dagli inglesi ed ha trovato nel clima siciliano condizioni ideali: accolta nella seconda metà dell’Ottocento nell’antico Orto Botanico, nella Palermo d’inizio Novecento era diffusamente utilizzata a scopo ornamentale per i suoi fiori di diverse tinte (quella della lirica è «bianca e avorio»), che ricordano l’oleandro, e per il delicato profumo, dolce ed agrumato. Curiosamente, l’area palermitana è l’unica del Vecchio Continente dove riesce a crescere spontaneamente.

Originariamente la raccolta recava il ben più sferzante titolo di Ex voto per le anime in fiamma e consisteva in un unico carme votivo, poi ripartito nei nove componimenti di Plumelia. Chi sono le “anime in fiamma”? Quali relazioni si sottendono con le figure fantasmatiche che s’aggirano nei versi della silloge? Figlie dell’invenzione del poeta o anche delle notturne percezioni in Villa Piccolo?
Su queste domande torneremo più avanti.
Per ora ci limiteremo a notare che la scelta del titolo floreale possa apparire a prima vista un allineamento (una concessione? un ancoraggio?) agli stilemi e alle lussureggianti figurazioni barocche già riccamente esperite nelle opere precedenti, piuttosto che alla dominante tonalità notturna della raccolta. La composizione eponima, posta in conclusione, può apparire tra le meno scure ed a tratti discosta dal registro prevalente. Ma, a ben vedere, anche l’«arbusto…/ sul davanzale innanzi al monte» conosce la notte, anzi, proprio «nelle notti/ di polvere e calura/ ventosa» accende «smanie» (per la fiamma del fanale) e «furia sitibonda/ di raffica cui manca/ dono di pioggia», in una condizione di desiderio tutt’altro che pacificato. Bianca anima ardente anch’essa, offre con la sua metafora una via d’approccio al componimento tanto decisa quanto velata dalla dolcezza del fiore e tanto apparentemente rassicurante quanto, all’inverso, sarebbe stato inquietante il frontone istoriato per le anime in fiamma.
L’importanza dei titoli!
E veniamo allora a quello del primo testo di PlumeliaGuida per salire al monte. È il componimento più lungo ed articolato, che – scrive Pietro Gibellini – «dissimula, sotto l’apparenza di un seducente baedeker, l’invito a una vera e propria ascesi». Già dall’incipit «Così prendi il cammino del monte», il poeta siciliano, secondo Pappalardo La Rosa, «s’inventa un’alterità (un tu indeterminato, con cui finge un dialogo: in realtà il protagonista del componimento è un io che parla a se stesso)»[38]. Che questa alterità, già insita nel concetto stesso di “guida”, sia precisabile o meno, il titolo e l’incipit sono fortemente evocativi e suggeriscono una lettura indirizzata a decifrare l’esperienza narrata come metafora del “viaggio iniziatico”.
Ma, già che abbiamo pronunciato, tra intenzionali virgolette, la fatidica ed abusata formula – che recentemente sembra doversi utilizzare per ogni qual genere di esperienze umane, anche le più ordinarie – è necessario, prima di scendere dai titoli ai versi, chiarire in maniera sintetica cosa si debba intendere propriamente per “via iniziatica”. E, di conseguenza, enucleare dalla indistinta melassa dell’”esoterismo”, qualche definizione meno confusa.

III.

Il fine del percorso iniziatico è quello di raggiungere una condizione non descrivibile né comunicabile (sarebbe questo l’autentico segreto iniziatico), definita in svariati modi, che per sommatoria, possono quantomeno suggerircene un’idea: “illuminazione”, “realizzazione”, “reintegrazione”, “raggiungimento del Sé”, “Nirvana”, etc. Tale condizione può essere raggiunta per diverse vie e con svariati sistemi i quali, in Occidente (in senso culturale tradizionale) possono essere essenzialmente ricondotti ad una via mistica e ad una via iniziatica propriamente detta. In estrema (e inevitabilmente grezza e un po’ manichea) sintesi, la via mistica è passiva, “umida” secondo gli alchimisti. Il mistico «si limita a ricevere ciò che gli si presenta e come gli si presenta, senza che egli stesso c’entri per nulla»[39]. Invece, l’iniziato è colui che è stato avviato al cammino, ricevendo l’iniziazione da qualcun altro, in possesso di rituali e tradizionali discendenze, e percorre attivamente la via “secca” della propria ascesi, ne è l’artefice cosciente, ricorrendo a conoscenze destinate ai pochi, cioè ad un sapere esoterico. L’esoterismo accessibile, sul mero livello culturale, a molti non è più tale. L’esperienza iniziatica non ha nulla a che vedere con l’erudizione dottrinale.

Estremamente efficace, anche per il nostro caso Piccolo, è questo pensiero di René Guenon, a proposito della confusione tra l’iniziazione e il misticismo: «negli ambienti che hanno […] pretese iniziatiche ingiustificate, come quelli occultisti, si ha la tendenza a considerare come parte integrante del dominio dell’iniziazione [   ] una quantità di cose di un altro genere […], del tutto estranee […], e fra cui la magia [aggiungerei l’occultismo, lo spiritismo, la metapsichica e/o la parapsicologia, etc. – ndr] occupa il primo posto. [Tra] le ragioni di questo equivoco […] la prima è la tendenza dei moderni ad attribuire un’eccessiva importanza a tutto ciò che è fenomeni»[40] (quali ad esempio, la chiaroveggenza, la chiaroudenza e tutto il composito repertorio delle cosiddette facoltà paranormali e dei fenomeni extrasensoriali). Edward A. Tiryakian, con appropriata analogia, affermava che «la conoscenza esoterica sta alle pratiche occulte come il complesso delle nozioni della fisica teorica sta alle applicazioni dell’ingegneria», così che i tradizionalisti vedono nell’occultismo “pratico” e finalizzato al fenomenico una deviazione o una degenerazione dell’esoterismo “teorico” teso al supporto dell’iniziazione ed elevazione spirituale[41]. Dicotomia certo valida più sul piano concettuale che su quello pratico, dato che alcune discipline (come la magia, l’alchimia, l’astrologia, etc.) occupano entrambi i versanti, ma che si è via via resa significativa e necessaria con lo sbilanciarsi dell’interesse, spesso corrivo e morboso, verso il piano degli eventi, piuttosto che per quello delle cause e, platonicamente, delle Idee. Il Secolo Decimonono, è stato attraversato da molteplici correnti occultistiche. Ereditò l’onda anomala della taumaturgia mesmerica e il pullulare dei “circoli magnetici”[42] e lasciò al secolo venturo, il brulichio dei “circoli spiritici”.

E qui questo singhiozzante excursus ci riconduce alla Palermo del primo Novecento. Esplicite sono le parole di Bent Parodi di Belsito, presidente dell’Ordine dei Giornalisti della regione Sicilia, imparentato con la famiglia Piccolo ed attuale Presidente della Fondazione Famiglia Piccolo di Calanovella: «Tutti si occupavano di fenomeni paranormali, dallo zio Raniero Alliata di Pietratagliata Lucio, Casimiro, e Agata Giovanna Piccolo. Gli albori erano stati alla fine dell’ottocento quando lo spiritismo di Allan Kardec si era rapidamente diffuso in tutti i circoli intellettuali d’Europa. La moda arriva anche in Sicilia e contagia gran parte degli aristocratici. I nobili siciliani cominciarono ad incontrarsi al circolo Bellini non più per giocare, quanto piuttosto per invocare gli spiriti e i fantasmi dei propri avi. […] Casimiro era uno spiritista appassionato quanto Raniero, ma se e differenziava per il maggiore interesse teorico e per la maggiore predilezione verso la magia bianca»[43].

Fatte queste debite precisazioni, è ora da valutare se l’esperienza narrativa di Plumelia e, con essa, tratti di quella esistenziale del suo autore, possa essere ricondotta ad un ambito “esoterico” o “iniziatico” strictu sensu, ed eventualmente quale, tra quelli che abbiamo, in pillole, descritto. Oppure se tragga ispirazione e occasione dall’aura medianica e occultistica. A livello teorico, Lucio Piccolo conosceva l’uno e l’altra.

[32] L’oboe e il clarino, op. cit., p. 33
[33] ibidem, p. 70
[34] ibidem, Lettera del 14 Gennaio ‘966, p. 79
[35] ibidem, p. 118
[36] ribattendo ad Antonio Pizzuto (che osservava «tu scrivi “plumelia”; a Palermo le chiamavamo “pomelie” […], la tua parola mi ha reso dubbioso […] e neppure in una enciclopedia un amico di qui [Roma, ndr], richiestone da me, ha trovato l’uno o l’altro termine») Piccolo chiarisce, nella Lettera del 10 Marzo 1966:  «io ho sempre sentito dire a Palermo Plumelia. Ho interrogato proprio ora alcuni palermitani che mi hanno confermato questa pronunzia. Io credo che si tratti della solita deformazione popolare nostra, cioè l’r in l – inconsciamente raddolcendo per un miglior rendimento o imitazione dell’oggetto rappresentato».
[37] Si può riscontrare, nell’opera piccoliana, quasi in corrispondenza al repertorio “ornitologico” montaliano, un’ubiqua e coloratissima collezione “florilogica”: «crescenza», «dalie», «campanule», «il cardo violetto», solo per limitarci a Guida per salire al monte.
[38] F. Pappalardo La Rosa, Lo specchio oscuroop. cit., p. 35
[39] R. Guenon, Considerazioni sulla via iniziatica, Fratelli Melita Editori, Genova, 1987, p. 31
[40] R. Guenon, op. cit., pag. 32
[41] cfr. A. D’Alonzo, L’Occultismo moderno tra Éliphas Lévi e Aleister Crowley, in Hiram, n. 1/2004, pp. 55-56
[42] Il medico viennese Franz Anton Mesmer (1734-1815), sviluppando le teorie del “magnetismo animale” del gesuita Padre Kircher, elaborò un sistema teorico e terapeutico di “magnetismo vitale”, mai validato scientificamente, ma che ha, in vario modo, avuto influenze sullo studio di diverse condizioni psichiche, quali l’ipnosi e il sonnambulismo. Durante le sedute “mesmeriche” venivano descritti nei pazienti, l’induzione di sintomi noti e allora ignoti, quali reazioni d’isterismo, convulsioni, trance, sonnambulismo accompagnato da fenomeni quali l’ipermnesia (conoscenza di fatti o ricordi ignoti allo stato cosciente) e la glossolalia (parlata in lingue sconosciute), che potevano all’epoca apparire come “soprannaturali” e che tutt’ora non sono tutti di univoca interpretazione.
[43] Intervista di Cinzia Clavirella in Centonove, 8 giugno 2001, p. 30



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