A “Incerto confine” di Stefano Vitale il Premio I Murazzi. Recensione dell’opera vincitrice e un commento su “Lontano dai Lestrigoni” di Ioly Zorattini

Tra i Finalisti anche Partenze e promesse. Presagi (puntoacapo, 2019)


Premio I MURAZZI IX Edizione
18 gennaio 2021

Sezione Poesia Edita
1° Premio – Stefano Vitale, Incerto confine, Paola Gribaudo Editore
2° Premio – Barbara Panelli, Prodromi, Ensemble edizioni
3° Premio – Maria Ivana Trevisani Bach, Un treno per tutte le stazioni, Genesi Editrice

Finalisti
Luca Pizzolitto, Tornando a casa, puntoacapo Editrice
Daniela Iodice, Le stagioni della vita, Bertoni Editore
Pier Cesare Ioly Zarattini, Lontano dai Lestrigoni, Raffaelli Editore
Teresa Capezzuto, Particolare, Genesi Editrice
Piero Schiavo, dissolvenze, Giuliano Ladolfi Editore
Alfredo Rienzi, Partenze e promesse. Presagi, puntoacapo Editrice
Evaristo Seghetta Andreoli, In tono minore, Passigli Poesia

Sezione Poesia edita in opera prima
1° Premio – Raffaella Massari, Il punto nascosto, puntoacapo Editrice
2° Premio – Anna Bani, Se il cosmo avesse un cuore, Midgard editrice
3° Premio – Veronica Trivella, Capitolare, NullaDie edizioni

Finalisti
Anna Maria Deodato, Oltre le righe, Pasquale Gnasso Editore
Claudia Messelodi, Luce, Abel Paper


La parola e il muro. Appunti su Incerto confine. Albertina Bollati, Illustrazioni e Stefano Vitale, Poesie. Edizioni disegnodiverso, 2019

(Pubblicato su Cenobio, anno LXIX, gennaio-marzo 2020)

La poesia di Stefano Vitale si è sempre mossa su una linea di confine: quella dove l’occasione poetica che possiamo chiamare sensoriale o del mondo incontra la volontà poietica, ri-creativa dell’autore e dove, per opposto vettore, il pensiero, con la sua necessità di com-prendere, di collocarsi, porta il poeta a scandagliare gli orizzonti, i moti, i fatti che gli si offrono. Un cogito ergo video, dove non basta più, astrattamente essere.
Nell’ultima prova di scrittura poetica, dal titolo chirurgico: Incerto confine, Stefano Vitale aggiunge un significativo ampliamento del limes.
È da dire, innanzitutto, che il volume è una preziosa edizione pubblicata lo scorso novembre per la collana “disegnodiverso” curata di Paola Gribaudo che unisce i versi di Vitale ai disegni di Albertina Bollati (in senso anche materico, dove alcuni versi si ripresentano, come oniriche didascalie, nel corpo dell’illustrato). Simbiosi già collaudata, con fortunato esito, per un precedente volume di versi del poeta, Angeli, del 2014, ma che qui sembra ancora più stretta e paritetica, come se parole e versi fossero sorti contemporaneamente attorno all’idea che sottende il volume.
Il confine sul quale si muove l’opera è certamente simbolico e polisemico, come nelle corde di Vitale (tra verità e pensiero, tra ombra e luce, tra corpo e il suo riflesso, tra un tempo e un altro tempo ecc.), ma vuole qui assumere anche e soprattutto una forte connotazione realistica e concreta, che si rivela fin dalla copertina, magnetica e lieve, dove un’esile figura umana sta aggrappata a un mare capovolto sopra un cielo sbiancato e stellato.
E già dai primi testi Chiudere i porti (p. 8) e Il linguaggio dei muri (p. 12) si fa chiaro il tema che, coraggiosamente, viene affrontato. I rispettivi incipit:

«Chiudere i porti e lasciar riposare/ le nere coscienze marce di rabbia/ merce di scambio di triste rancore/ mentre grasse risate dilagano/ nelle sudice piazze deragliate ragioni»;

«Non muore/ il linguaggio dei muri/ messaggi a distanza/ di grafiti dispersi/ tra coltelli e martelli»

Perché “coraggiosamente”? Non certo per la valenza civile dei testi, per il nitore del proprio sentire (ancor prima che del proprio pensare), per i riflessi politici (che, per una distorta e degradata accezione, oggi odorano di ruvidi termini quali divisiviconflittualibellicosi). Questo aspetto può richiedere altri aggettivi, ma il coraggio di dire per un poeta, per un artista è essenzialmente altro, già che il semplice darsi all’arte, a una qualsiasi arte, elogio dell’In-utile, è gesto civile e politico. Il coraggio di dire di argomenti chiari e forti è essenzialmente, a mio modo di vedere, quello di lanciare la parola, «àncora/ che ci viene dal bene», senza deragliare, di condurre il verso sulla fune in equilibrio tra forma e contenuto. Nella raccolta ciò avviene ampiamente ed è in virtù di questa sua capacità di timoniere che Stefano può permettersi di convocare nel dicibile ogni cosa, o almeno anche questa cosa. Esplorare l’impoetico, rendendone chiara voce, è grande merito, è strumento necessario per il poeta. Affrontare l’iper-poetico senza sfiorare la retorica lo è ancor di più. E l’intera raccolta ci dice questo: l’Autore ha convocato nella sua poetica, ormai riconoscibile e consolidata, anche il tema civile (non è la prima volta, ma qui si fa titolo, emblema, copertina), inserendolo armonicamente, traducendolo, per poterne dare testimonianza, in esperienza di parola, perché – evidenzia bene Vittorio Bo nell’Introduzione «la parola rappresenta la forza di opporsi ai muri, il disperato desiderio di conoscere, la volontà di essere con gli altri»:

«La chiave è nella Parola/ Suono che resta accanto/ Colore della pazienza/ Distesa sul paesaggio delle ore/ Passione e destino senza nome», p.63;

«Cerchiamo la parola esatta, àncora/ che viene dal bene […] luce/ nella piega delle labbra/ […] Ma quel che abbiamo è un alfabeto muto», p. 29.

Accanto alla tensione per la parola, insieme sostanza ed essenza, freccia e bersaglio, scorre nei testi un respiro, modulato dall’ondulante richiamo al «tempo», dal «fluire arrogante», senza orologio che lo scandisca «in modo esatto» e la cui declinazione è elemento portante di Incerto confine. Infatti, la vis della raccolta trova linfa nella linea di riflessione e confronto tra il lungo tempo dal quale noi siamo qui, citando il Celan di Dimora del tempo, dal tempo in cui il mare «fu Nostro», all’ora attuale dei porti chiusi, dove «si raggruma» e marcisce. Il poeta non vuole perdere, sotto la pioggia (altro termine ricorrente e significativo) che lava, ma pure cancella, l’urgenza di «afferrare cosa significhi essere qui». Comprensione urgente, necessitante, sul piano individuale e collettivo, che può orientare sul confine una luce cauta e protettiva («il confine del corpo/ è il filo spinato della paura»; «Stare fermi, non fare un passo oltre/ l’Altro è il confine») oppure una scurità di opposizione ed esclusione («il linguaggio dei muri»). Consapevolezze cui ne devono conseguire altre che, nell’incerta tracciatura del confine, ci parlano plurivocamente di viaggi e percorsi, di andare (con «passi nervosi» e «corse sciancate») e «cerca[re…]/ una carta/ dai confini certi e chiari». Percorsi che sono chiaramente denotativi delle migrazioni («fuga», «sventura», «paura»), ma anche di soste e moti interiori, se è vero che «Passare il confine/ è un viaggio verticale/ […] oltre il labirinto delle cose» (p. 39). E quando il poeta definisce con nettezza che «la questione è sapere/ esattamente cosa fare, adesso» non è più possibile scindere la storia personale dalla Storia, il sole del giorno da quello dell’epoca, che se qui muore, lo fa per «rinascere altrove». Uno dei prodigi della poesia (povera arte che «rinasce sprofondando») è quello per cui alle domande che essa pone può rispondere anche un coro assortito di saggi e di ubriachi, per citare il precedente lavoro di Vitale, cioè sia la ragione che l’intuito. Le presenze in Incerti confini che da reali si ampliano a simboliche, sono quelle dei bambini, perché «Solo i bambini conoscono il vero/ passaggio che porta oltre quel nero», e pare forniscano il controcanto, l’antidoto, l’alito di vento che spazza (temporaneamente) le nuvole del dubbio e dell’impotenza della ragione.

Alfredo Rienzi, Marzo 2020


Pier Cesare Ioly Zorattini, Lontano dai Lestrigoni, Raffaelli Editore, 2018. Appunti per la motivazione critica della Giuria del Premio Metropoli di Torino 2020

L’opera di Pier Cesare Ioly Zorattini, ci accompagna col passo di un puntiforme diario – come da allusione del sottotitolo “Poesie (2016-2018)” – lungo un percorso al tempo stesso rarefatto e intenso. La brevità dei componimenti, tutti datati in progressione e con il riferimento del luogo (come non riandare alle poesie del torinese Bàrberi Squarotti?), ne potenzia la vocazione icastico-simbolica. Con un verso lineare calibrato, ma libero e per lo più breve, infatti, Ioly Zarattini allòca ed ospita una nutrita serie di figure simboliche. A cominciare dai Lestrigoni, i giganti antropofagi del ciclo odissiaco, che l’Autore convoca nel titolo e in diversi testi, assegnando loro un carico nefasto e “di perfidia”:

la “soperchieria/ del loro fare/ […]/…riduce la stagione/ che amiamo/ alla povertà dello sguardo”.

Un anelito contrapposto di levità (“Di dolcezza in dolcezza/ le rose della vita/ ci tengono in grembo/ dove ogni casa/ è un sorriso”) determina un flusso narrativo mobile, incisivo, in equilibrio tra elusività ed assertività. In una materia lessicale attenta Lontano dai Lestrigoni non necessita, nonostante il titolo, di dilatare o innalzare il vocabolario, ma di rendere forti, per trasposizione simbolica o densità semantica, nomina comuni, come i mesi, le stagioni,  i  morti, svariati naturalia (il cane, il delfino, il cigno ecc). E se, di fronte al succedersi delle date e al richiamo della finitezza del tempo umano, il poeta può opporre solo la sfida del verso, l’augurio che egli scolpisce, nell’invito a tenersi lontano dai Lestrigoni, è quello di poter attivamente determinare la propria direzione di fuga o d’approdo con una “navigazione dei cieli/ verso un dove più puro”.

Alfredo Rienzi, Settembre 2020

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