Limina # VIII. -Appendice: cinque testi da Antinomie e alcune note critiche

da Simmetrie, Joker Ed., 2000
prefazione di Franco Pappalardo La Rosa
(ripubblicati in La parola postuma. Antologia e inediti, puntoacapo Ed., 2012)


Non luce, non tenebre

Non luce, non tenebre:
amplesso degli sposi
sul cocchio del mattino

non paura di volere o paura
  di non volere,
 non paura di sentire paura:

acquerule e rugiade 
ai polsi diluiscono
la povera parola.



Non monte, non caverna

Non monte, non caverna: sacra terra
alma madre, figlio e spirito santo:
ogni nome si serra nell’eterna
attesa, nell’incanto. Più del giglio

del loto, della rosa, potrà il cuore
– orcio rosso, ampolla, candida coppa –
dirmi il nero e il chiarore delle cose.
Sii tu mia ancella zoppa nella folla

dei volti e delle forme a darmi un segno
una voce sicura e chiara. Dura
da anni quest’interregno in cui si dorme.



Non cielo, non terra

Non cielo, non terra: acque indefinite
tra il ramo e il frutto s’avvolge la serpe

la campana ha rintocchi che sfumano
nell’eco del sic transit gloria mundi
la puoi sentire in aria giorni e giorni
in certe evoluzioni del respiro.

Non volo, non caduta: un’ipotesi
di movimento tra i ciliegi in fiore



Non fango, non cenere

Non fango, non cenere:
i vivi e i morti camminano insieme
il settimo giorno d’ogni stagione
tra le gemme tenere e il nudo ramo
dove s’inscena l’atto e la finzione
ti direi di certi accadimenti del mondo, 
di cosa brulica e fermenta nel chiarore
che all’alba diffonde dai battenti socchiusi
di come succede che tra il pensiero
che precede la parola e il silenzio
che la seppellisce, si compia intero
il ciclo dell’amore e dell’assenza,
del velato dolore.



Non fuga, non assedio

Non fuga, non assedio: una tattica antica
mai dichiarare l’esito finale
sai quanto pesa al collo la medaglia
la coppa dal piedistallo d’onice e
dal calice di latta luccicante
e la parola dall’arcano senso
che tieni soffocata e stretta in tasca
ma stiamo qui, noi tre, così imperfetti:
c’è un boia che ogni giorno ci seziona
le membra, il cuore, il gesto non finito
le viscere, la muta compassione.
Diciamo che si lotta: non resa, non vittoria.

Simmetrie, si apriva con un complesso e cangiante reticolo di versi, in cui veniva tentato, per mezzo della negazione di elementi contrapposti (luce e tenebre, voce e silenzio, centro e distanza), un approccio a quella terra di nessuno dove la parola poetica si fonde con l’impercettibile scorrere del nostro pianeta lungo le vie del cosmo. Una parola, come dice la poesia d’esordio, inevitabilmente «povera», se paragonata alla meta ineffabile cui tende, ma in se stessa ricca di un’antica sapienza, perenne scandaglio spirituale della realtà che ci circonda. Le due sezioni centrali fungevano da osservatorio: il poeta poteva in tal modo disporsi a filtrare i dati esperienziali alla luce obliqua che promana dalla presenza insistita del mare, o dall’avvicendarsi delle stagioni, consolante e minaccioso al contempo.
(Mario Marchisio, A ritroso, in La difficile amicizia delle parole. Cronache di poesia, Achille e La Tartaruga, 2019, pagg. 138-144)

Simmetrie […] in modo esplicito, annuncia l’intenzione del poeta di porre, per così dire, ordine nel caos […] E per “caos” intendiamo l’abisso primordiale che continuamente si ripropone in ogni istante della vita, e che contiene in sé ogni principio (le antinomie appunto, i contrari che si richiamano e che non potrebbero esistere in solitudine: luce/tenebra, volere/non volere, voce/silenzio, bianco/nero,  cielo/terra, monte/caverna, ecc). E il poeta annuncia, col candore di un fanciullo, che per orizzontarsi, o almeno per sopravvivere , in questo caos (“diciamo che si lotta: non resa, non vittoria”), solo nostro strumento è la parola, la poesia, intesa anche come verità (non diversamente, ad esempio, la intendeva lo stesso Nietzsche e, in un modo simile, anche Heidegger), come evidenza che si impone da sé e che non ha bisogno della dialettica delle antinomie per manifestarsi, ma del sentire (“potrà il cuore / – orcio rosso, ampolla, candida coppa – / dirmi il nero e il chiarore delle cose”; e ancora “perché nel dubbio ti dovrei affidare /  al cuore) dell’intuire (“un’ipotesi / di movimento tra i ciliegi in fiore”), senza peraltro spiegare (“Non Corona, non Fondamento: / non posso spiegarti così la vita /  parlandotene e sciogliere il segreto /  impigliato dei nodi dei capelli”.
Ecco dunque che il poeta profila, nelle prime dieci liriche raggruppate nel titolo Antinomie, l’equipaggiamento mentale per tentare un percorso nel caos, quasi un viaggio dentro il mondo, distanziandosi e nello stesso tempo standovi dentro, come se volesse scegliere una terza via fra essere e divenire.
“Essere” infatti significa, metafisicamente, il ritrarsi dal mondo sensibile-reale che è divenire, mentre divenire, sempre metafisicamente, è il suo opposto.  La verità quindi sta nella poesia (“sii tu mia ancella zoppa nella folla / dei volti a delle forme darmi un segno / una voce sicura e chiara”;  “incauto rumore, verso morente / eppure suggerisci a giorni alterni / i mantra e le buone azioni per il mondo”)  che ricrearidicendolo, il mondo. Una terza via che si profila come gioco a-logico, come de-cisione che si rinnova sempre dando ordine simmetrico al caos, cioè trasformando le antinomie in simmetrie nell’espressione poetica, nel silenzio che sta nel verso (“ti direi … / di come succede che ora tra il pensiero / che precede la parola e il silenzio / che la seppellisce, si compia intero / il ciclo dell’amore e dell’assenza , / del velato dolore”). I contenuti della poesia di Rienzi e segnatamente questa parte introduttiva delle Antinomie sono dunque interpretabili anche secondo una prospettiva culturale occidentale che, seppur particolare, è comunque ormai disciolta nelle nostre stesse idee più comuni, perché può agevolmente essere fatta risalire a pensatori come Eraclito, Schopenhauer, Nietzsche (che pure sono molto vicini al pensiero orientale), e alcuni filoni dell’ermeneutica contemporanea.
(Gianmario Lucini, in Poeti e poetiche (vol. 1), CFR, 2012, pagg. 155-165)

Al fondo del discorso di Rienzi c’è il tentativo di introdurre la simmetria, cioè l’ordine, nel caos. Rienzi prende atto della definitiva auto­nomia/antinomia del segno rispetto alla res ma non per una fuga tangenziale verso la simmetria unidimensionale dei segni, che porterebbe la ricerca in direzione di una riproposizione delle poetiiche post-semiotiche, quanto piuttosto verso la ricerca delle “antinomie” del discorso assertorio. Per Rienzi una doppia negazione rimane negazione, non diventa affermazione come il realismo lascerebbe intendere. La doppia negazione rappresenta invece lo sviluppo di una falsa antinomia, ed un discorso poetico cosciente dei propri mezzi non può sottacere questo evento fonda­mentale: il procedimento simmetrico della doppia negazione ci introduce all’interno delle antino­mie della logica simmetrica del linguaggio. Ed ancora, la doppia negazione è la risposta assertoria ad una domanda principiale che però nel testo non è posta, essa è al di fuori del testo; così come la verità si trova per Wittgenstein al di fuori del mondo, per Rienzi la verità si trova al di fuori del testo, al di fuori del contesto segnico. Con tale presa d’atto Rienzi si taglia fuori dalle poetiche post-simboliste e post-realiste, come, è ovvio, da ogni poetica post-sperimentale. Lo stile di Rienzi bril­la per la totale assenza di coniugazioni al congiuntivo o al condizionale. L’osservatorio del poeta è tutto invasato nel presente, in un presente onnivoro e ossessivo. Alla famosa domanda di Rilke : “Ma chi, se gridassi, mi udrebbe, dalle schiere/ degli angeli?”, Rienzi non può non rispondere che in forma dilemmatica, con una doppia negazione assertoria: “Non luce, non tenebre”, “Non suono, non musica”, “Non monte, non caverna”, “Non deh, non terra: acque indefinite tra il ramo e il frutto s’avvolge la serpe”, “Non bianco, non nero: linea virtuale/di demarcazione”, “Non Corona, non Fondamento”, “Non centro, non distanza”, “Non fango, non cenere”, “Non arrivo, non ritor­no”, “Non fuga, non assedio”.
“L’osservatorio privilegiato” di cui parla Mario Marchisio nel risvolto di copertina di Simmetrie, presuppone una precisa scelta di campo nell’adozione di una ontologia del linguaggio poetico. I testi di Rienzi ad una lettura superficiale potrebbero essere letti come un epicedio della poesia dello stato d’animo o dell’essenza delle cose; il paesaggismo di Rienzi non ha nulla di artificiosamente retinico, non è finalizzato alla costruzione di una colonna sonora, è un paesaggio definitivamente abbandonato da ogni sorta di deità, la numinosità dello stile di questa poesia è una numinosità pro­grammaticamente laica, anche se v’è un sentore “di verità sapienziale-esoterica che l’io intende comunicare. Perché ciò che soprattutto stilizza l’invenzione lirica di Rienzi è una trasparente, uni­taria, allegoria di ‘viaggio’ (se non orfico, quanto meno misteriosofico) nei territori extradogana, extrafrontiera”, come scrive Franco Pappalardo La Rosa nella prefazione al volume. Ma se osser­viamo più da vicino il panneggio metaforico di questa poesia ci accorgeremmo che la sua presen­za è ostensibilmente serotina e purgatoriale: “Giungo sull’arenile a notte fonda/ – come un’onda bassa: inavvertita”.
(Giorgio Linguaglossa, Simmetrie, in Poiesis, n. 26-27, anno 2002/2003, maggio 2003, pp.92-3 e in Appunti critici – La poesia italiana del tardo Novecento tra conformismi e nuove proposte, Ed Scettro del Re, 2002, pp. 282-3)

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