Poeti (di Torino) in 10 righe # 5: Franco Pappalardo La Rosa

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Franco Pappalardo La Rosa (Giarre, 1941), laureatosi a Torino, dove vive dal 1963, oltre alla sua attività di critico letterario (uno dei più attenti al Novecento, come dimostrano gli studi su Pavese, Gatto, Caproni, Erba, Cattafi, Ripellino, Piccolo eccetera),  narratore e romanziere, giornalista (ha collaborato alle pagine culturali Il Giornale del Sud, L’Umanità e Gazzetta del Popolo), ha all’attivo anche tre volumi di poesia: (Il cuore, la metropoli, 1969; Ultime dalla Còlchide, 1978 e L’orma di Sisifo – Poesie (1962-2012), 2017, ripubblicato nel 2020 in nuova edizione allargata con inediti (1958-2012).

Nei testi de L’orma di Sisifo si riannodano i principali nuclei della poetica di Pappalardo La Rosa: con una narrazione limpida, dove lo scorrere chiaro del verso testimonia della lunga frequentazione dell’autore con la poesia del XX secolo, si rappresenta un vasto panneggio di momenti e memorie personali, tra il visivo e il riflessivo, che s’intrecciano – illuminandosi e più spesso adombrandosi – con i fondali della contemporaneità, pronunciata e collocata tra l’originario Sud e la Torino dagli anni Sessanta, e che riverberano echi sociali, guardando con umanità i passaggi dell’esistenza.


NEL GIRO DI TERRAZZE

Ecco adesso le prime luci dei palazzi
scintillando scintillando
sul grido dei viali brulicanti.
È lo stesso panneggio: che ti aspetti?
Forse, laggiù, sui marciapiedi, chiusi
meglio ci orienta la nozione del tempo.

Qui, invece, nel giro di terrazze,
solo la disarmata ostinazione resta,
il groviglio più o meno logico
da cui dipanare il filo dell’esistenza.

Poi, magari è una giustificazione
all’architettura dei pensieri, all’ordine
apparente delle cose, alla prettamente
animale certezza di sentirci compresi
nel nostro minimo spazio vitale.

Intanto, gli artigli delle nostre mani
graffiano i segni della scienza vuota
per inserirci qualche ordine primo
nell’archivio della perfetta umanità.

Tu, dunque, se sei senza peccato,
scaglia la prima pietra; oppure,
se mai trovasi una traccia,
gridalo forte, perché gli altri ti sentano,
perché gli altri si fermino:
perché almeno cesi laggiù
quell’assurda danza.

da Il cuore e la metropoli (1962-1969), in L’orma di Sisifo, Achille e La Tartaruga, 2017, p. 38


SINTESI

Cosa vuoi che m’importi
della linguistica strutturale?
Accorgendomi del pasticcio
di cui mi rendo complice
(la vita, certo!), non mi resta
che il silenzio, o al più sfidarlo
con catene d’atti elementari.
Per questo, quando capita, in folle
dribbling mi lancio tra i ragazzini
che nel parco giocano a pallone;
o a profitto mi metto nella piscina
olimpica a contare gli scatti
d’ogni muscolo del corpo. Ed è
una gioia ebbra, da non credere,
un recupero animale che infrange
la logica comune: l’unico mezzo
(forse) per raccapezzarci un poco,
per resistere magari alla lenta
dissolvenza che piano piano
ci cancella.

da Ultime dalla Còlchide, in L’orma di Sisifo, Achille e La Tartaruga, 2017, p. 76



RIPOSTO

Il vento intrecciò una ghirlanda
di anemoni e la depose ai tuoi piedi.
Egli, Mongibello, il capo di neve
scosse, terribile, in assenso, e fu
stupore di stelle la notte; incantato
poi, fino all’alba fumò la sua pipa
eterna. Era l’estate calda, arieggiava
chiare nuvole il cielo. e tu nascevi.
Al respiro dell’onda più azzurra nascevi,
terra di velieri, di paranze e di speranze,
di indomiti nocchieri giramondo.
Fu l’amore del Mostro a volerti così: con la grazia stizzosa d’una fanciulla
che gioca con la spuma del mare.

da Piccola suite etnea (1980-1990) in L’orma di Sisifo, Achille e La Tartaruga, 2017, p. 113

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