Cinque poesie inedite da “Ponente” di Antonio Bux




*

Gennaio ha bisogno di silenzio:
dentro i luoghi di un vortice
che sfiora in pena le palpebre
di chi muore, lì va l’inverno;

ma non per insegnare
come cade la pioggia, o l’erba
mentre ghiaccia tra le mani
un tempo già giungla;

sopporterebbe anche il rumore
bomba delle onde, così che i tonni
alla deriva saprebbero di nuotare
non solo per esistere, come pure

margherite, ricamate nella finzione
di un giardino rovesciato, questa volta
marcirebbero bene l’ombra delle viole;

e non di un terreno per la morte,
anche la neve in quei bui, anche
la molecola bianca di chi vive così
freddo proseguendo il calendario,

vedrà un solo giorno farsi notte
e la meta distante anni luce in un palmo
di spore venute per silenzio a dare schiaffi;
che gennaio vuole il vento sia fatica



*

All’alba, le medicine sono luminose,
come ceri celesti incendiano l’occhio
che sul prato vorrebbe sedersi.

Ma è un prato di spilli, tra trenta gocce 
di Torazina, un cadavere vivo
perfetto sognerà un prato dolce, aperto

alle giornate solari, senza più macchie.

Ma si consuma subito il sole, e viene
un vento a maledire parole, o a farle sante
per zittire anche un’anima triste.

Qualche altra goccia e il fondale sarà pieno,
dall’occhio annegherà la notte, a macchie
di fulmine che feriranno, solo in parte,
un occhio ancora cieco, vedendo nudo il tempo.

Ma è già l’alba, e le medicine sanno d’amianto.  

La Torazina finto miele scioglie
un binocolo rotto: si vede il prato
calpestato, è lo stesso; ma non il volto
cadavere che vi muore amato



*

Dove muta il lago in sogno al risuonare
è negli occhi la pianura immaginata
oltre la coltre che del tempo fa misura,
così tu appari accanto a te già mutato
e la profonda acqua ti indebita il respiro
d’ogni essere vivente, la sola forma
che non muta è il tuo deserto
ma ti trasforma gli occhi osserva
quel che muti.

Sarà possibile il rumore delle onde
ancora prossimo al catrame sublimando
un celeste fatto a dire ciò che provi,
o il disperare di una mano chiusa al vento,
che quel vento più non plasma
e tu sai la stessa cosa come muta,
come informe alla tua posa ti fa corpo
già che il vento è il solo tempo
e tu ti illudi



*

Il cosmo vuole nere le rondini,
assonnate solo in terra
tu le vedi viaggiare sugli alberi
e nella curva più ampia
dell’occhio lasciano un nido
vuoto che del cosmo è l’inizio;

ma non per lo sguardo se nel mare
una rondine muore – lì insegna
a fare dell’onda una nube – e nel cerchio
dell’acqua il suo volo, che il cielo
ha già troppe tombe rubate
al sonno che da anni sei al mondo;

così la tua rondine non si alza
non cade, vuole il tuo occhio sia tomba
quando ti svegli e vai come luce
o se la notte hai del cosmo il respiro,
il tuo nido non è ancora nato
perciò scompari, rondine bianca



*

Quando il disegno parziale di una stella
è il disegno amato; lo si impara soli in cielo
a favore di nuvole opache, lanciati
nell’ora in cui nessuno vuole
avere più desiderio o speranza, lama
di un coltello sentito eternamente
per un eterno mai nato, dove la piega
di un corpo è la benda, e il volto già saggio
vede la barca lontana galassie,
e invece ora scorre vicina, ti chiama
vuole che tu sia il suo mare.

E pur di vomitare una serpe s’ignora
la fede cristallina, di veder crescere niente
o la stella precisa, scivolosa al centro della notte
che si muore pensando, e il pensiero sotterra
l’ascia di sentire e in quanti si paga
se soltanto in una selva riposano in pace
i resti terreni, o in quella catena di luce
lanciata in alto da chi non è stato
come viene ora ad abbracciare il silenzio
e il disegno totale non più ombra
non più distanza ti insegna la stella
e sei la linea verticale


da “Ponente” (inedito 2020)

Antonio Bux (Foggia, 1982) ha pubblicato, tra l’altro, Trilogia dello zero (Marco Saya 2012; rosa premio Montano, vincitore premio Minturnae), Kevlar (Società Editrice Fiorentina 2015; premio Alinari), Naturario (Di Felice 2016; rosa premio Viareggio), Sativi (Marco Saya 2017; selezione premio Città di Como) Sasso, carta e forbici (Avagliano 2018; premio Alfonso Malinconico) e il recente La diga ombra (Nottetempo 2020). Ha fondato e dirige il blog Disgrafie e alcune collane per le Marco Saya Edizioni e per l’editrice RPlibri.



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