Poeti (di Torino) in 10 righe # 9: Daniele Gigli

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Daniele Gigli (Torino, 1978), lavora come archivista documentalista e consulente di comunicazione. Studioso e amante di T.S. Eliot, ne ha curato alcune traduzioni, tra cui quelle di The Hollow Men (2010) e Ash-Wednesday. In poesia ha pubblicato le plaquettes Fisiognomica (2003) e Presenze (2008). Fuoco unanime (Raffaelli, 2015) è stato ripubblicato nel 2016, con Joker. Mentre da qualche anno lavora al poema in frammenti La resa del Giappone, pubblica con Fara Ed. nel 2019 Di odore e di generazione, Premio Metropoli di Torino. Si è occupato di poesia e filosofia su «Il Sussidiario», «Biblioteca di via Senato» e «Studi cattolici» e attualmente scrive sul “Joe Metafora Social Club” (joemataforasocialclub.blog)

In Fuoco unanime, Gigli mostrava una poetica già, come suol dirsi, matura e definita, confermata dalle scritture e dalla raccolta successiva, Di odore e di generazione: una visione elevata, sacrale e religiosa della vita e della poesia, sostenuta da una “lingua dura e tagliente [che] si muove secondo una meditazione concentrica e sempre più alta” (A. Rivali) e dalla forte missione della parola, vero strumento per «ricostruire dopo la sfacelo». Lo stile e l’architettura dei versi («netti, senza scarti», Cesara Cavalleri), delle sillogi e della raccolta, sono attentamente sorvegliati, eleganti e vivi; la densità semantica e metaforica coglie nel e del mondo la corporeità e al tempo stesso la forte tensione morale e spirituale


 

Due testi da Fuoco unanime, I ed. Raffaelli, 2015, II ed. Joker, 2016

Fuoco unanime

1.

 L’urlo delle cornacchie squarcia l’aria.
Sul piano d’orizzonte, tra i palazzi, 
all’ora in cui s’attardano i pensieri e sfumano parole nei racconti di giornata
– diafane e imprensili, non catturanti –
piega la poca luce verso sera.

Convergono
dal prima all’ora, ciascuno dal suo carcere,
nell’ora d’aria che riscatta il tempo,
nel tempo che consuma, tesi ad afferrarlo, a farne brama.
Tracce di fango umido sotto le suole, si fermano alla soglia
immemori, ciascuno fisso al proprio punto,
attesi al corpo della polvere, votati alla schermaglia, al fremito
             dei gomiti sul tavolo.



 Alyscamps

4.

«Chi passa il delta muore».
Uomini che s’alzano nell’alba, verde
l’alba, verde la speranza. I nomi
tornano alle facce, alle attese di giornata,
dove riaffiora l’opera interrotta.
I nomi
tornano e le forme, i fili dell’intreccio
sparsi si ricuciono, s’intessono nel ritmo ignoto
del disegno, nell’ordine di pieno e vuoto, fioriscono
le immagini, la trama esborda dall’ordito.

Tempo confuso e in pena,
tempo fermo, tempo senza fine.

«Avremo un corpo luminoso un giorno?»
Si innalzano preghiere dalle case,
dai borghi che inchiodarono le assi.
«Un giorno, un giorno»
chiedono pietà e memoria
 – loro estinti, loro vinti –
pietà e memoria mentre passa,
mentre si dissolve questa gloria,
questo mondo.

da Di odore e di generazione, Fara Ed., 2019, pag. 32

In anarchia

4.

L’avremmo vista, infine, la viltà:
del debole che incoccia nel potere
e più non sa né sé, né l’ovvietà

del male, del male che fa fremere
e s’inarca, che si distende e vince,
e assale il bene, e sradica il volere.

Qui, dov’è chiuso l’occhio della lince,
dove non vige legge o spiegazione,
dove una morte calma sembra avvincere

ogni amore, ogni generazione.



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