Stefano Bortolussi: Tre poesie newyorkesi

(Nota dell’Autore: i primi due testi, in inglese, sono in realtà le versioni originali delle rispettive poesie.
Le traduzioni, in entrambi i casi, sono i testi in italiano.)
(Commento del Redattore: con Stefano Bortolussi succede anche questo!)

da “Esilienze”, di prossima pubblicazione


A River Confluence at the Algonquin Hotel
                                                           To N.

“Hendricks,” she said out of the blue
in offhand response to my dithering —
and no prelude could have been more fitting
to the moment, seated as we were
in the blue-hued room of perfect repartee
and upside-down reality whose Round Table
was the end, not the beginning of my quest;
briefly parched of words (to say nothing
of the crucial translucidity of my coveted martini)
I let the grouchy barman work his old magic
and surrendered to the new magic at hand: at my side,
smiling into a glass clearer than her eyes, not at all
shy for her gentle raid into my gin moment,
sat the beauty of this city that forever surprises.
What could I do? I’ve been known to fall in love for less —
and to make matters worse,
she was named after a river in Russia.
But my love is already switched on, and its constancy
has taught me not to try and jiggle other toggles,
pellucid and azure as they might be.
So I just drank it all in: my perfect cocktail, yes,
but also her & the moment & the mystery she kept —
the chances taken and those just skimmed in passing,
her riverine effulgence as if seen from afar.

Confluenze fluviali all’Algonquin Hotel
                                                                   A N.

“Hendricks”, dice lei di punto in bianco
in disinvolta risposta alle mie titubanze —
e non poteva esserci preludio più perfetto
al momento, seduti com’eravamo
nella sala bluastra di conversazione brillante
e realtà capovolta dove la Tavola Rotonda
era la conclusione e non la partenza della cerca;
momentaneamente inaridito di parole (per non parlare
della cruciale traslucidità del bramato Martini)
lascio che il ringhioso barista pratichi le sue antiche magie
e mi arrendo alla nuova magia a portata di emozione:
al mio fianco, il sorriso riflesso da un bicchiere più trasparente
dei suoi occhi, per niente imbarazzata dalla sua dolce
irruzione nella mia cerimonia del gin,
siede la bellezza di questa città che sempre sorprende.
Cosa posso fare? Sono noto per essermi innamorato
anche per meno — e a peggiorare le cose 
lei porta il nome di un fiume di Russia.
Ma il mio amore è già acceso, e la sua costanza
mi ha insegnato a non premere altri tasti,
per quanto pellucidi e azzurri possano apparire.
E così mi limito a bere: il mio cocktail perfetto,
sì, ma anche lei e il momento e il mistero conservato —
le occasioni afferrate e quelle appena appena sfiorate,
il suo fluviale splendore come visto da lontano.




Poem [We came on the right day]
 (After Frank O’Hara)                                                              
                                                                            To S.
It was just one of those things:
only a day before we could not stop
wondering at the foreign beauty of the dogwood
— it was but a dry run for the real discovery,
the only-in-New-York happenstance
of a life that gradually permeates your own with surprise
over the course of a two-course meal
that could have spent itself in so many ways
with indifferent politeness and yet did not:
a sudden chill as if death had breathed on us
                                                   (as it had:
                                                   a shudder deep, internal)
a wistful goodbye to the gentle cover
of the ginkgo-biloba, a few hesitant steps inside
— and there she was, welcoming with grace
and gray-eyed translucence, a ready smile,
a deep tolerance for my deep-seated intolerances,
curiosity in her questions, a luminous aura.
Really, Mr. O’Hara: where does the evil of the year go
when friendship takes New York
— no ozone stalagmites on these last days of May,
but your deposits of light are still here,
held in my memory caveau,
with a jar of lukewarm coffee that later,
deep in the white noise of words and daily life,
she shyly placed on the red leather settee
and that from now on will always taste of serendipity.

Contains excerpts from “Poem [Khrushchev is coming on the right day!]”
by Frank O’Hara

Poesia [Siamo arrivati il giorno giusto!]
(Alla maniera di Frank O’Hara)

                                                           A S.

È stata una di quelle cose:
solo il giorno prima non riuscivamo
a non stupirci della strana bellezza della sanguinella
— ma non era che una prova generale per la scoperta vera,
la casualità del tutto newyorkese
di un’esistenza che permea la tua di sorprese
nel breve corso di una cena per due
che si sarebbe potuta esaurire in molti modi
con indifferente cortesia eppure non l’ha fatto:
un brivido improvviso, come se la morte avesse fiatato
su di noi (e così era stato, causando un tremito profondo),
un malinconico addio al dolce riparo del ginkgo-biloba,
pochi passi esitanti all’interno e lei era lì,
accogliente di grazia e luminosa di occhi grigi,
un sorriso pronto e una profonda tolleranza
per le mie radicate intolleranze, curiosa di domande,
                                                      un’aura luminosa.
Davvero, Mr. O’Hara: dove va il male dell’anno
quando l’amicizia s’impossessa di New York
— niente stalattiti di ozono negli ultimi giorni di maggio,
ma i suoi depositi di luce sono ancora qui dentro,
racchiusi nel caveau dei miei ricordi,
insieme a un barattolo di caffè tiepido che poi,
nel rumore bianco di parole e vita quotidiana,
lei timida ha posato sul divanetto di pelle rossa,
e che per me saprà sempre di serendipità.


Contiene citazioni da “Poesia [Krusciov arriva il giorno giusto!]” di Frank O’Hara



Quest’isola
                                         
è un dito di pietra ferro vetro fracasso
teso verso un’idea che nessuno più ricorda
poiché tutti pensano di averla catturata senza sforzo
con un retino da piccolo entomologo
— abbracciata dall’argento vivo che respira,
si muove senza andarsene e si prende gioco
del triste andirivieni dei traghetti,
ma il momento in cui la promessa
del suo nome ti si forma in bocca come un’acquolina
è quello in cui, felice finalmente
di aver posato il piede nudo su questo parco
che è come il fratello timido dell’altro,
alzi lo sguardo e vedi, appena a nordovest
di un cuore che senti pulsare e scopri tuo,
la torre ferma e concreta che ti sta davanti
riflessa sul cristallo liquido di un suo parente
più giovane e elegante, una figura
slanciata e cangiante, un nuotatore in gara
in una profonda piscina verticale
— e quasi ti aspetti, arrivato a fine vasca,                  
                                               che respiri.

Bryant Park, New York City


Stefano Bortolussi, poeta, romanziere e traduttore letterario, è nato a Milano nel 1959. Tre le sue principali raccolte di poesia Ipotesi di caldo (Book Editore, 2001), Califia (Jaca Book, 2014), I labili confini (Interno Poesia, 2016, finalista al Premio Internazionale Città di Como 2017) e la plaquette Paternalia (Stampa2009, 2020). Ha pubblicato i romanzi Fuor d’acqua, (peQuod, 2004), Fuoritempo (peQuod, 2007), Verso dove si va per questa strada (Fanucci, 2013) e Billy & Coyote (Effigi 2017). Sue poesie sono comparse nell’antologia Bona Vox – La poesia torna in scena, curata da Roberto Mussapi (Jaca Book, 2010), nel terzo Almanacco dei poeti e della poesia contemporanea (a cura di Gianfranco Lauretano, Francesco Napoli e Walter Raffaelli (Raffaelli, 2015), su La Repubblica e online sui numerosi siti italiani e statunitensi.

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