Tomas Tranströmer: cinque poesie dal silenzio

da “Poesia dal silenzio”, Crocetti Editore, 2011. A cura di Maria Cristina Lombardi.


“Un particolare binomio caratterizza l’opera di Tomas Tranströmer: densità semantica e concisione formale, caratteri rispecchiati dall’esiguità numerica e dalla brevità dei suoi testi. Ma la quantità di opere critiche sulla sua poesia uscite in Svezia e all’estero ne indica la straordinaria potenza lirica e la prepotente fecondità delle immagini.
[…] Le radici della sua poesia affondano nella tradizione modernista, soprattutto simbolista […] Vi si avvertono influenze dell’estetica baudelairiana delle corrispondenze, del programma imagista nonché del Surrealismo nella composizione e scomposizione di immagini che sembrano scaturire direttamente dal sogno. Di T.S. Eliot Tranströmer condivide i concetti di storia e tradizione e il metodi di cogliere, sebbene in forma più impersonale, realtà immanenti attraverso osservazioni oggettive.
[…] il suo metodo si bas[a] essenzialmente sulla metafora, la figura retorica per eccellenza nella quale i confini scompaiono: dove mondo animato e inanimato si accostano e l’ineffabile riesce a cogliersi attraverso immagini allusive.”

dall’Introduzione di Maria Cristina Lombardi:

Tomas Tranströmer è nato a Stoccolma, nel 1931, dove è mancato il 26 marzo 2015.
Nel 2011 è stato insignito del Premio Nobel per la letteratura con la seguente motivazione: “perché attraverso le sue immagini condensate e traslucide, ci ha dato nuovo accesso alla realtà”.


Ostinato

Sotto il quieto punto volteggiante della poiana
avanza rotolando il mare fragoroso nella luce,
mastica ciecamente il suo morso di alga e soffia
schiuma sulla riva.
La terra è celata dalle tenebre frugate dai pipistrelli.
La poiana si ferma e diventa una stella.
Il mare avanza rotolando fragoroso e soffia
schiuma sulla riva.

(da 17 Dikter [17 Poesie], 1954), pag. 21


Il suono

E il merlo soffiò sulle ossa dei morti col suo canto.
Seduti sotto un albero, sentivamo il tempo affondare sempre più.
Il cimitero e il cortile della scuola s’incontrarono e confluirono
come due correnti in mare.

Il suono delle campane si avviò nell’aria portato dalla morbida
leva dell’aliante.
Lasciarono un più grande silenzio sulla terra
e i quieti passi di un albero, i passi quieti di un albero.

(da Den halvfähimlen [Il cielo incompiuto], 1962), pag 61


Preludi. I.

Mi spaventa qualcosa che si trascina a stento nel nevischio.
Frammento di quello che verrà.
Un muro in frantumi. Qualcosa senz’occhi. Duro.
Un volto di denti!
Un muro solitario. O c’è una casa
anche se non la vedo?
Il futuro: un esercito di case vuote
che avanzano nel nevischio.

(da Mörkerseende [Colui che vede nel buio], 1970), pag. 89


Occhi di satellite

Il terreno è aspro, non ci sono specchi.
Solo gli spiriti meno evoluti
possono specchiarvisi: la Luna
e l’Era glaciale.

Avvicinati nel vapore del drago!
Nubi pesanti, vie brulicanti.
Una pioggia mormorante di anime.
Cortili di caserme.

(da Det vilda torget [La piazza selvaggia], 1983), pag. 143



La gondola a lutto n. 2

VI.


Ancora al 1990.

Sognai che guidavo inutilmente per venti miglia.
Poi tutto si ingigantì. Passeri grandi come polli
cantavano tanto che le orecchie mi si turarono.

Sognai che avevo disegnato la tastiera del piano
sul tavolo da cucina. La suonavo, muto.
I vicini entravano ad ascoltare.

(da Sorgegondolen [La gondola a lutto], 1996), pag. 183


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