Ai Lari: la preghiera bifronte e la discesa agli inferi di Giuseppe Conte

in: Alfredo Rienzi, “Del qui e dell’altrove nella poesia italiana moderna e contemporanea“, dell’Orso Edizioni, 2011, pagg. 25-31

Ma si spiritus pro nobis, quis contra nos?
(dal discorso in Santa Croce, Firenze, 1995)

«Ugo Foscolo ci insegni a tornare al culto delle memorie e dei miti, della storia e della bellezza». Nell’autunno del 1994, per voce di Giuseppe Conte, un eroico manipolo di artisti così implorava al poeta Dei Sepolcri, davanti alla sua tomba, durante quella che ormai è nota come l’impresa di Santa Croce[1]. Il discorso che venne letto ha per  incipit un filo d’argento che attraversa e lega i tempi («Capitani, poeti, Cittadini del glorioso Comune di Firenze, siamo qui a Santa Croce per riaffermare il primato della poesia: dove meglio che qui, nella città di Dante, davanti alle tombe di Alfieri e Foscolo?») e una folgorante conclusione che li dissolve in un’eternità verticale, abissale e circolare al tempo stesso: «Sia gloria alla poesia, per sempre gloria».
Si potrebbe dire, sintonizzandosi con lo spirito di questo tempo circolare[2], dove gli eventi ricorrono «legati come sono le onde ai fondali»[3], che almeno per lo scrittore ligure l’invocazione al poeta di Zante sia stata esaudita. O, antropocentricamente, che il desiderio e la volontà dell’orante, che già aveva all’attivo opere centrali[4], hanno potuto riunire con le armi del linguaggio, dei simboli, e con la forza dello spirito, i miti e le bellezze concessi all’uomo nel suo cammino storico e leggendario[5].
Nel tempo in cui Yusuf Abdel Nur, il Servitore della Luce, l’alter ego orientale del poeta ligure, dopo aver vagato nella poetica persiana, araba e turca, impregnate di mistica islamica, e averne intonato gli incanti, approda in quest’Occidente secolarizzato, spiritualmente corroso e depresso, dove l’attualizzazione del mito si è fatta stentata  ed episodica,  ecco che si rende necessario un robusto ancoraggio alle tradizioni fondanti le quali, passando per la rievocazione foscoliana, necessariamente assumono il fondale sacrale grecoromano, pagano e precristiano, e innervano Ai Lari della più classica mitologia omerica.
Ai Lari è, infatti, la lirica che apre il corso ideale dei Canti d’Occidente e che esplicita chiaramente come le poesie «passando dal mondo islamico tornano all’Occidente […], iniziando proprio dalla base della cultura occidentale, rifacendosi ad una tradizione poetica di ben precisa derivazione classica, il carme[6]» «foscoliano, un genere mai più tentato nella poesia italiana degli ultimi due secoli[7]».   

È un componimento ampio, di largo respiro, lirica tra le più emozionanti della poesia del tardo Novecento italiano, dove la sincerità della voce, lo straziante rincorrersi dell’abissale e del celestiale, la visione soavemente drammatica dell’essere umano concorrono a determinare esiti memorabili.

Conte si rivolge al padre defunto, il suo Antenato, il suo Lare familiare. Il distacco è già avvenuto, il passaggio si è ormai compiuto. Le due sponde dell’esistenza sono raffigurate nettamente all’apertura del carme: quella dell’Altrove, dove si è trasferita l’esistenza del padre («Lo so che non sei qui, padre, lo so / bene che non sei oltre questa lastra / …/ …non sei / oltre questa foto», un Altrove dove la luce, se c’è, «è vortice, vertigine, orbita / di altri stati dell’essere, superiori / a noi…»), e quella prossima del nostro qui, dove «noi rimasti», «materia vivente», «poco sappiamo […] del mondo» e dell’«oltrecielo». Qui noi spendiamo ritualità minime sia nel tempo liminare del passaggio, per favorire il cammino del morto verso la nuova casa, sia in quello dilatato della memoria e del culto.  E dove, soprattutto, preghiamo. Sul tono e sulle finalità della preghiera di Conte torneremo più avanti. 

Delineate le due sponde, il canto del poeta, la preghiera del figlio si fa ponte e legame, corrispondenza d’amorosi sensi[8]: «…Mai / meno separati di così siamo / stati: noi due, un padre e un figlio insieme / facciamo l’invisibile e il visibile / simili alle due facce della luna  / legati come sono le onde ai fondali».

É la «dolce pazzia della preghiera» che costruisce, sostiene e vivifica questa via di passaggio tra i vivi e i morti, che ne costituisce la colonna ignea.

«Era un antico patto tra noi uomini: / più antico di quello che regge / democrazia, famiglia, legge. / Onorare chi non c’è più, curarne / le spoglie e mantenerne la memoria.», (p. 77).

Ma è un patto che l’Occidente secolarizzato, l’Europa «sconfitta» e che «non ha più eroi», ha reso labile, un’alleanza la cui memoria si è diluita. L’arte è dimenticata, la parola perduta e da reimparare:

«Vedi, non sapevo più pregare / ed ho riappreso a farlo qui», (p. 71);

«io vengo qui per parlare con te / e solo per te ho riappreso a pregare»,  (p. 69);

«eppure io ti parlo, io per te prego, / … / il tuo sguardo riaffiora / dai gorghi del non vedere, non sentire, / e tu ascolti, e io ti parlo come ai Lari / gli antichi», (p. 83).

Sotto l’aspetto cerimoniale, siamo oltre il rito di passaggio: i vivi e i morti si sono riaggregati alle rispettive comunità di sangue e di ombre. Il padre non abita «più la terra, né […] il camposanto[9]», ha raggiunto un Altrove tanto definitivo («l’Ade, tu sei là ») quanto ignoto («Dovunque tu sia, non importa / se tra le ombre di Peleo e di Anchise / tra le nebbie di ceneri e gli alberi / friabili e stecchiti, o           nella luce / di Michele, Gabriele, Amaele», p. 86). Nel carme il figlio, il supplice –   colui che tiene aperto il canale tra i mondi – e il poeta, «lo scriba» – il visionario viaggiatore dei paesi dove abitano le ombre –  rappresentano, rispettivamente, il Rito e il Mito. Ma il rito – concluso il tempo del passaggio, approdato nell’altra sponda il cammino del morto –  trasmuta in quel Culto dell’Antenato, che si ritrova in moltissime culture d’Oriente e d’Occidente. È noto che i Lari, in particolare i Lares familiares, cioè le anime dei membri defunti della famiglia, assunte a rango di divinità tutelari del focolare domestico, occupavano un posto preminente nel pantheon minore dei Romani[10].

«Celebrare per te riti, pregare», (p.82): il poeta ripercorre le azioni rituali, le cerimonie correlate al culto dell’Antenati con modalità che due millenni non hanno molto cambiato[11]: oggi la foto sul tavolo sull’altare ha preso il posto della statuetta nel larario («nella mia casa un angolo è un altare / dove tu stai», p. 83), ieri come oggi l’accensione dei lumi realizza un senso di eterna percorrenza. Più che per l’intangibile felicità del defunto, che pure si tenta, scegliendo i fiori, le orchidee «perché ci ricordiamo che le prediligevi» l’offertorio è dovuto per il rispetto di quel patto, d’onore e memoria, che regge l’albero delle generazioni e della storia, che è sopravvivenza del padre, radice che si fa ramo, semenza del mito.

Ma, su quel canale, aperto dal rito e dalla preghiera, tra oltrecielo e terra sono tre i flussi, tre i movimenti che si scorgono.

Un’accorata invocazione, con il suo corredo cerimoniale, compie il primo tragitto, ascendente come la fiamma del cero e il suo fumo. Ma il padre ha ormai compiuto la sua migrazione, è assunto al rango di nume tutelare e, pure avvolto nel mistero che non si può svelare, come gli antichi ai Lari, il figlio gli attribuisce il potere di agire sulle cose del mondo terreno e sui cuori degli umani. È chiaro: più che ad aiutare il defunto nel suo cammino, l’orante prega per sé.  È una preghiera bifronte, come il Giano sulla porta delle case romane. La fiammella è accesa al Lare per guadagnarsene la benevolenza e i favori:

«Interrogo te, padre, a te chiedo / la forza per lottare», (p. 71);

«Ma aiutami. Importa la regione / dell’essere dove abiti? Chi dice / che non puoi ascoltarmi?», (p. 81).

Nel suo monologo, che è anche una riflessione di straordinaria struggenza sulla bellezza e sulla caducità della vita, sull’antinomia di tenebre e luce, del tacere e dell’urlare, il poeta non sfugge a questa regola, semmai la coniuga e delicatamente la nobilita, col desiderio della vicinanza («io vengo qui per parlare con te», p. 69, «qui, dove / è certo che tu non sei, ma dove / chiedo, voglio che tu sia », p. 71), con la sincerità del ringraziamento («se io sono qui, materia vivente, / ci sono grazie a te») e, soprattutto, ponendo a epicentro dell’invocazione non la propria sorte materiale, la facile predizione del futuro («Non voglio che tu mi parli. // Gli indovini non fanno per me», p. 75), ma il proprio lume intellettuale, la propria pienezza vitale:

«io vengo a te, a chiederti / la forza di combattere, di essere / fedele sino in fondo al sogno … // … tu aiutami. Dammi pensieri / rapidi, volontà dura, passione / accesa sempre, fedeltà felice», (p. 81);

 «Sorgere, risorgere, essere alba. / Per questo si chiede il coraggio e il valore agli estinti pregandoli: / perché risorgano interi in noi            / perché varchino a ritroso il fiume / del buio e dell’oblio, e noi possiamo / sfidare buio e oblio in quell’istante / con loro che li conoscono», (p. 76).

Per la simbolica scala di Giacobbe tra l’uomo e i cieli, salgono, dunque, preghiere e – secondo transito –  discendono i favori concessi, la forza amorevole del Nume.

Ma ancora un terzo movimento si compie tra il dominio dei viventi ed il regno delle ombre, nel carme mitomodernista, come in quello foscoliano cui si ispira. Così come prima ancora nell’Inferno dantesco e nell’epopea virgiliana e omerica. Là, ancora, si possono avvicinare e ascoltare Achille, Tiresia, Enea. Così, chiudendo il tempo circolare del mito e della poesia, tracciando tutto il diagramma alchemico del morire e del ri-nascere, il figlio, frammentando e ricomponendo memoria e visione, discese introspettive e bagliori intuitivi, dubbi e rivelazioni, è costretto da una forza interiore incoercibile a muovere i propri passi verso l’Origine di tutto: «l’Ade, tu sei là, / tuo padre è là, e il padre di tuo / padre, e suo padre, sino ad Adamo» (p. 72). È il suo stesso essere poeta che lo impone:  

«Sono uno scriba, non costruisco / altro che queste case di parole / […] / devoto di Ermes, viaggiatore / su sentieri invisibili, scoscesi / come ceri pensieri, certe visioni / ho visitato così i paesi / dove abitate voi ombre /[…] / non sono lontane le dimore mute / che ci attendono … / […] /…ma nessuno lo sa / fuorché uno scriba, un uomo di finzione / calamitato dalla verità / della morte.», (p. 72).

È così che l’eroismo del poeta irrompe, infliggendosi la più drammatica delle vicende concepibile per gli umani: la discesa agli Inferi, prototipo di ogni morte simbolica cui il sepolto nella carne si condanna, per poter ri-sorgere – nella nuova Verità conquistata – alla Vita.

E che la potenza di questi versi tragga energia da vicende radicate nel mito più che nella storia, nell’atemporalità più che nello stretto angolo del giorno, ci fa ancora una volta dubitare del destino di tanta minuta poesia, recente e presente, nutrita dalle muffe dei nostri angoletti urbani e dalle sospette ipertrofie di un qui ed ora, necessitante, ma sciaguratamente orfano.


[1] Ora integralmente riportato anche nel sito www.giuseppeconte/eu

[2] che idealmente ricollega, d’arco in arco, Conte, Foscolo, Dante, Virgilio fino ad Omero. Giuseppe Conte compone Ai Lari ispirato dalla tomba di Foscolo, così come  quelle del ghibellin fuggiasco e dei grandi del passato, sepolti in Santa Croce, concorsero a ispirare a Foscolo Dei Sepolcri.

[3] G. Conte, Ai Lari, in Canti d’Oriente e d’Occidente, Mondadori, Milano, 1997,  p. 70

[4] Al tempo dell’occupazione rituale di Santa Croce, Conte aveva già all’attivo opere determinanti. L’Oceano e il ragazzo è del 1983, Le stagioni del 1988, Dialogo del poeta e del messaggero del 1992 e il Manifesto del Mitomodernismo era stato presentato nell’agosto del 1994.

[5] Scrive Conte, nelle note del volume mondadoriano, a pagina 124: «Ho cominciato a scrivere Ai Lari dopo essere tornato a casa da Firenze, dove il 1° Ottobre 1994 avevo guidato l’azione del “Commando eroico” che occupò simbolicamente Santa Croce e recitò i Sepolcri davanti alla tomba del Foscolo. Ho scritto di getto, sull’onda dell’entusiasmo vitale che mi diede[ro] quell’azione. […] Il Carme […] è terminato il giorno 15 novembre del 1995, mio cinquantesimo compleanno.»

[6] R.L.A. Dogliotti, “Arte e mito nell’opera di Giuseppe Conte. Lo scrittore sciamano”, University of South Africa, dicembre 2005, p. 338

[7] così scrive Giuseppe Conte, nella già citata nota al componimento (cfr. nota 4),  che prosegue, con ampio e interessante dettaglio sulle soluzioni metriche adottate nella stesura della lirica, con la creazione di un «endecasillabo mobile o discorde» o «polisillabo tri-tetrapodico»  

[8] U. Foscolo, Dei Sepolcri, v. 29

[9] Il motivo foscoliano dello sdegno verso l’editto napoleonico di Saint-Cloud (1804), che aveva imposto di seppellire i morti al di fuori delle mura cittadine, sembra riecheggiare ne Ai Lari nel camposanto «cintato di gru e betoniere», offeso da un tronco d’autostrada che per colpa di «uomini corrotti» corre troppo vicino al suolo sacro.

[10] dove diverse divinità, quali i Penates, i Manes, Genii, o entità quali i Lemures, si presentano con caratteristiche a volte comuni e mutevoli nelle varie epoche storiche, con tratti che le successive forme  religiose o folcloristiche, assegneranno alle Anime dei defunti, alle Anime beate (gli Aishim ebraico-cabalistici) agli Angeli custodi,  o, per i Lemures, ai Vampiri, ai fantasmi, alle Larve. Ma per le dovute precisazioni e correlazioni occorrerebbe uno spazio distinto dal presente saggio.

[11] il Culto degli Antenati  è sopravvissuto, come molti altri aspetti della religiosità pagana precristiana: la festività cattolica della Commemorazione dei Defunti ne conserva, pur pallidamente, lo spirito originario. 

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