Bartolomeo Smaldone: due inediti

Commento di Paolo Pera

Due inediti di Bartolomeo Smaldone per gli Avvistamenti di poesia rienziani. Il poeta altamurano si presenta con dei poemetti dall’evidente tono pascoliano, il primo invoca un amico spronandolo ad accettare l’eventualità dell’essere con tutta la sua incertezza (che troppo spesso condanna all’immobilità), poiché proprio in questa v’è la bellezza: quella d’un costante concerto nel quale lo spartito guida solamente. L’altra raccoglie le voci di una festa tra verseggiatori e no, che il poeta sintetizza infine in un canto rammemorante: una sorta di sublimazione dell’eccezione del quotidiano, magnificata nel ritmo.



A Fabio

In ogni mutazione delle cose,
nell’ape che feconda e infine spira,
nella cortina involta ai casolari,
nei fumaioli amici dei casari
e nel granturco cotto alla gratella,
Fabietto mio, polviglio d’una stella,
goditi il vespro, appàgati di lustro.
Abbràcciati al racimolo nel sacco
pensando al giorno in cui abbracciasti
l’orlo, e tieniti ben saldo alla sfilaccia,
al coccio che rimane della brocca.
Vedi come sfiocca nel libeccio
il pegno dell’amore sempiterno?
Non merita per questo il tuo riguardo
il candido suggello degli amanti?
Datti, Fabietto mio, datti all’incerto,
accetta l’ancoraggio nel limaccio,
becca finanche con il corpo gobbo
la luce circonfusa dallo strazio.



Una sera di marzo in via Poirino

Ho pensato, sai, Giuseppe, a quella sera
a casa vostra, tua e di Enza; donna composta,
d’un’eleganza che soverchia ogni eccedenza.
Dov’era? in via La Loggia o in via Poirino?
Poco importa; ché una strada è solo un crocchio
che si assembra e poi si smembra e si raggruppa
un’altra volta e ancora un’altra si sbrindella
in questa vita, in quella andata, nella prossima
giornata di levate e di faccende, di pecunie
e di scadenze, di incolmabili insoffribili distanze.
C’era Alessandra ed era bionda e aveva incurve
le punte dei capelli, e gli occhi svegli, aguzzi,
come due stizzi facevano uno schiocco
quand’il rabbocco gorgogliava nel bicchiere.
E c’era “Il greco” ed era cupo, aveva un nodo
che di rado allentava con un riso imprecisato,
com’uno iato che frulla tra la grazia e la mestizia,
come una pizia che pronunzia l’oracolo sbagliato.
E poi Leonardo; mi pare di sentirlo un po’ maldestro
chiedere l’agio di dire un qualche verso composto
a penna rossa su svolazzi di carta spiegazzata,
la figlia innamorata che lo guarda, che lo pensa sul Parnaso.
E Chiara e Laura, Enrica io le vedo; ciascuna con la propria
sofferenza ostensa con decoro; ciascuna col mistero
di un amore che non osa, di un amore che non dice,
e occulta una ferita che mai mostra il dolore per intero.
E Sara? Non sembra essersi mossa dalla sedia; le parlo,
mi risponde e non mi tedia, m’affida le sue origini lucane
e sulle guance rogge io le scorgo, le vigne abbarbicate;
scorgo il massaro del posto dove nacque Scotellaro.
Giuseppe caro, trovarsi in una casa di Torino con Max
che legge i versi dal futuro, tutt’azzimato dentro il suo
giacchino trapunto sopra il bavero e gli occhielli,
stare con lui, con te, stare con quelli, è l’algoritmo raro;
è l’anarchia che tiene insieme il giubilo e le doglie,
il trono dei Savoia, le due Sicilie, le madri, i padri,
i figli e le sorelle che sperano nel pasto dei poeti
e ai loro versi inquieti accostano fidenti le scodelle.

Bartolomeo Smaldone è nato ad Altamura nel 1972. Pubblica la sua prima raccolta di poesie, “Del vento e del rovescio della medaglia”, nel 2003. A questa segue Gente nel 2009, un percorso polisensoriale che si avvale, tra gli altri, della collaborazione del cantautore Max Manfredi, vincitore del Premio Tenco. Riceve riconoscimenti in premi letterari nazionali ed internazionali. Nell’aprile del 2010 fonda il Movimento Culturale “Spiragli”. Scrive e dirige, nel 2011, un’opera teatrale dal titolo “L’amato albero”, messa in scena, per la prima volta, ad Altamura nel giugno del 2011. Per la raccolta di poesie Atomi, edita da questa casa editrice, ha ricevuto il prestigioso Premio Nazionale di Arti letterarie 2011.











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