Il lago e la luce: appunti su “Le rivelazioni d’acqua” di Camilla Ziglia

Camilla Ziglia, Rivelazioni d’acqua, puntoacapo, 2021. Prefazione di Ivan Fedeli

Sono panorami esteriori ed interiori, quelli di Camilla Ziglia, alla sua opera d’esordio, che sposano un’attenta misura tra ombra e chiarità, con esplorazioni condotte sul filo dell’iperletterarietà o, quantomeno, di un forte legame impregnato con la tradizione letteraria novecentesca (Ivan Fedeli, nella Prefazione, coglie, per esempio e giustamente, il legame con la tradizione ermetica).
Letterario è il lago, con le sue acque, le sue nebbie, soprattutto con la sua macrometafora del fondo e del cielo riflesso, della superficie che vela («la bugia dello specchio», «l’illusione») e rivela, che inombra e accoglie; letteraria è la ripartizione nelle sezioni, declinate al ritmo di stagioni (quattro, come giusto che sia: Stagione di mancanza; Stagione di sangue e perdono; Stagione di promesse; Stagione di percorsi) che rinviano al doppio quaternario di Le stagioni contiane (e – non senza adiacenza – a quelle de Il falco di Adonis); letteraria, nel senso più alto di rinominazione poetica della realtà, è la linea d’equilibrio tra le fondamenta razionali dell’essere («Chi legge il mondo su assi cartesiani») e i territori ulteriori dell’intuizione e dell’occhio ipervedente del poeta che non «trascura la diagonale della vela».

La quadripartizione dell’opera si dà al lettore senza creare fratture, ma, nella scelta di una rappresentazione linguistica e semantica omogenea, offre un ritmo interno, quasi una scansione nella pronuncia dell’interezza della raccolta, per altro esile, esponendo trentotto testi. Sono testi brevi, che solo raramente superano e di poco i dieci versi, anch’essi brevi nella loro libertà metrica, ma ogni componimento trasmette il senso della maggior compiutezza possibile, dell’offerta di tutto il (poco) dicibile che può emergere dalle profondità del silenzio, del sensoriale intradotto sotto la superficie del lago che raramente è «specchio limpido che svela», che spesso «non riflette nulla». Il preverbale è «selva di alghe deformi/ o i segreti dei mulinelli», «la forma dei cunicoli/ ai fianchi delle fosse». Il rapporto tra parola e indicibile (o, almeno, non-detto) è illuminato dal testo a pag. 55:

«La zona tra due onde
come una molla carica
conserva immobile
la verità dell’acqua

senza forma, colore, senza tempo
e senza neppure il nome.»


Il titolo stesso orienta a una dimensione “noetica e medianica […] sapienziale1” dell’esperienza poietica dell’autrice. E’ interessante rilevare come la raccolta, nella fase di gestazione già avanzata, recasse titolo Fotogrammi2. Pur non mancando un’estesa tensione – a volte sinestesica (“Senti questo ramo/ come s’inarca), la primazia della sensorialità visiva nell’innesco del percorso gnoseologico è testimoniata dal significativo repertorio lessicale e frastico: «in controluce», «il lago non riflette», «righe bianche e nere» , «specchio limpido», «tempo bianco», «nevi» eccetera. E’ una prevalenza di bianco e di chiaro (o addirittura di trasparenze: respiri, aliti, nebbie), dove «La vista incanta/ persa nei cammini di luce».

«Questo vento
scheggia l’aria del lago
esplode dettagli
sferzate sugli occhi:

la luce si fa strada nel respiro
e porta nel petto
il suo paesaggio.»

(pag. 47)


Appare però chiaro (e il testo appena esposto ne è esempio) come lo strumento sensoriale/visivo non possa sostenere da solo lo scatto (narrativo, ma sospettiamo: anche reale) verso una comprensione (o almeno una partecipazione) del profondo e dell’alto, e indugi sulla riva e sull’«insetto pattinatore». Lo splendido testo a pag. 28 confessa l’impotenza del solo elemento percettivo:

«Un taglio di luna piena
il breve alone ceruleo che separa
il chiarore delle ombre

quello è il filo del cammino,
dove si ferma lo sguardo

e non trova.»

Il fotogramma interroga, la rivelazione apre risposte, oltre gli “assi cartesiani”. Quelle che sfidano l’anomia delle cose-altre e, pur non potendo ricondurle sul piano della parola, ne convocano l’essenza. La luce si fa strada nel respiro, che si connette ad esso, anche attraverso l’umile presenza del «pulviscolo [che] s’illumina». Come le foglie tremiamo e ansimiamo di luce (pag. 36). Questa alleanza, questo ponte tra macrocosmo (la luce, il sacro?), la piccola particella di polvere ed il respiro che lo smuove si fa simbolo della consapevolezza del percorso dell’esistenza.
Il lago, è il vero protagonista di uno scenario nel quale anche altre forme d’acqua concorrono a rivelare (nubi, nebbie, piogge, nevi) e comunque tutta la mater/materia naturale è presenza costante. Rappresentato con versi essenziali, residui litici di un lavoro di sicura sottrazione e condensazione, il lago ci offre il conflitto sublime, di terribile splendore, tra la sua zona ima e d’ombra («il ventre nero del lago») e la superficie, l’unica dimensione abitabile ed esplorabile dal poeta, cosa non da poco: la superficie, pur se spesso resta muta («è raro lo specchio limpido»), per sua stessa natura riflette qualcosa dell’alto, traduce le tracce dei venti, dona la «calma delle cose compiute».

Attorno al lago, oltre esso, oltre i boschi e i prati, tra rari e vaghi segni antropici (camini, un campanile, la strada di casa), senza volto, senza corpo, a mezzo tra memoria e un tempo non detto, si muove qualche pronome che però non arriva a farsi nome, storia, trama. Domina il tempo presente, il raccolto qui, con le sue forze centrifughe vinte dall’intima necessità di compimento dell’osservazione poetica («Stai qui, senti/ – ti piace?-/ è il mio giardino/ sulla sponda del lago», pag. 11). Un tempo presente dilatato e sottesamente ciclico, adimensionale: «C’è un momento dell’alba/ che torna al tramonto: riaffiora la costante del tempo» (pag. 41).

E’ una poesia che sa trasmutare la dominanza di un paesaggio sussurrante e chiaro (ma il bianco ha in sé e chiama «il fuoco [di tutta] l’iride») in fotogrammi interiori e rivelazioni nel sublime oltre il bello. Un paio di testi della prima sezione racchiudono, nella loro pacata linearità formale, splendide rappresentazioni di un sublime, ma pronunciato con voce quieta:

«Dove il prato espone la groppa
ai primi raggi sale
in controluce
il respiro della terra
che si fonde
al fiato quieto del cavallo.

Paiono docili vita e morte/
insieme, terribili.»

(pag. 16)


«Un grazie di ciglia questa nebbia
che emerge dall’acqua della terra
più grassa e si lascia accogliere.

Può essere la morte tanto
pazza della vita, da guardarla
piano negli occhi
e alitarle in bocca?»

(pag. 17)

1 Si legga l’illuminante e preciso articolo di Gabriella Cinti, “La fisiurgia poetica di Camilla Ziglia. Per una lettura di Rivelazioni d’acqua“, in La presenza di Èrato del 23 marzo 2021.
2 Cfr.: Premio Bologna in lettere 2020 – Nota critica di Enea Roversi a Fotogrammi di Camilla Ziglia


Camilla Ziglia è nata e vive a Brescia, insegna Lettere Classiche in un liceo. Promuove la poesia attraverso il suo lavoro, presentazioni di libri, concorsi letterari scolastici; collabora saltuariamente con una piccola casa editrice.
Alcuni suoi testi inediti hanno ottenuto riconoscimenti in premi poetici quali “Bologna in Lettere”, “Ossi di seppia”, “I colori dell’anima”, “Lorenzo Montano”. Compare in alcune riviste (“Atelier online”) e in siti o blog (“Poeti Oggi”), sull’agenda “Il segreto delle fragole” e nell’antologia “i-Poet” 2019 per Lietocolle. E’ di recente pubblicazione le edizioni puntoacapo la raccolta d’esordio, “Rivelazioni d’acqua”, con prefazione di Ivan Fedeli.






2 Comments

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...