Su “La falce della decima musa” di Paolo Pera

Paolo Pera, La falce della decima musa. La morte passiva di uno scheletro danzante, Achille e La Tartaruga, 2020. Con illustrazioni dell’autore.

Nell’opera prima, in poesia, di Paolo Pera, classe 1996, tanti ed espliciti – o addirittura dilatati – sono i riferimenti alla morte, dal titolo al sottotitolo all’immagine di copertina (la “danza macabra” di Giacomo Borlone de Buschis – che ispira anche il titolo della sezione conclusiva) che il lettore-recensore, deve scansare una formidabile trappola: essere sedotto dalla evidente sinopia funerea tracciata dall’autore, annegando nella palude magna del dicibile su poesia e morte, perdendo di vista le nervature più personali della poetica del giovane autore piemontese.
Non si vuole con ciò scotomizzare il nucleo della raccolta, ma invitare a sondare in essa le prospettive meno esposte, giacché è noto che in poesia ciò che si mostra serve spesso a velare, sviare e finanche allestire un ben strutturato teatrino della finzione. Non prima, tuttavia, di dover segnalare la presenza come curatore di collana, postfatore ed evocato, dal Pera, come “maestro” e “fabbro”, di Mario Marchisio, uno dei più lucidi e attrezzati poeti contemporanei, con – ce lo dice la sua vasta produzione poetica e narrativa – laurea ad honorem in Necrofilia letteraria!
La raccolta ha strutturalmente alcune particolarità. Consta di tre sezioni di cui la prima (Puerizie e stonature) e la terza (La morte passiva d’uno scheletro danzante) sono in versi; la seconda (Piango indisturbato) contiene brevi prose poetiche, stadio finale di lavorazione di testi originariamente concepiti in versi, dei quali Paolo Pera, con forse fin troppo zelo, ci lascia le versioni originali nelle note.
Altra caratteristica che può indurre una valutazione bifronte è l’aggiunta, per così dire, di una terza gamba a reggere il volume, oltre quelle della poesia e della prosa (per tacere del pregevole dialogo introduttivo tra Saffo e la Morte): si tratta di una nutrita serie di illustrazioni tematico-autoreferenziali con aspetti ironico-caricaturali che Pera inserisce, spesso giocando pacificamente col suo cognome frutticolo.
Ma veniamo al contenuto testuale.
L’autore ci lascia segnali chiari del suo retroterra culturale, nel quale privilegia ancoraggi classici (da Epicuro ad Alfieri, da Saffo a Pound) e, benché la forma sia sostanzialmente libera, la maiuscola costante a inizio verso sancisce il rispetto per primazia versale (il che dovrebbe essere un fatto scontato in poesia…), anche se portato non oltre la dichiarazione d’intenti.
La forza della raccolta, vitalissima, emerge dal microbioma d’ansie, irrequietezze, slanci interrogativi, riverberi filosofici che la pervadono, anche nei testi più incerti della prima sezione. La corposità dell’opera, che s’approssima al centinaio di componimenti, richiede una focalizzazione sulle parti più ricche di interessi.

Piango indisturbato, la seconda sezione, contiene, come detto, testi originati in versi, ma poi evolutisi in prose poetiche di una certa ampiezza. Qui l’impasto di impulsi autobiografico-solipsistici, di innesti surreali e ironici, di immaginifici nonsense, di richiami letterari, di annerimenti macabri e funerei, di provocazioni filosofeggianti, genera un pane dal gusto decisamente originale e zeppo di stimoli e sorprese. Pera si sgancia proprio dai riferimenti che così spesso cita e si libera in un soliloquio con improvvise eruzioni incandescenti:

«Mi sono isolato, ho immerso la faccia in un cactus, ho curato le mi bacche, ho aspettato i fiori già morti» (pag. 51);

«Sono carne sana lasciata ai geli dell’inverno: i cani m’hanno già assaggiato, gli umani m’hanno abbandonato alla corruzione della mia specie, ma io sono vivo! […] credo che la morte sia la mia vicina di casa e non mi sparo perché m’è più comodo mangiare frutta secca.» (pag. 67);

«Io che sono un dente saldo non mi faccio possedere dal coniglio, non sono comodo su un letto di vermi, non sto seduto su un letto di denti…» (pag. 77).

Il filo della narrazione corre, con una certa compattezza, su un perimetro le cui pietre di confine possono efficacemente essere identificate dai titoli dei componimenti: a partire da A me piace la mia solitudine; Il peso della solitudine; Solitudine siderale; La città deserta; Piango indisturbato; La “poesia” di un depresso; Anch’io ho imparato a soffrire, affondando fino a: Cadavere; Morire felicemente; Morire felicemente 2.0; Moriamo come il cactus; Posso morire questa notte. Per lanciare qualche controffensiva al tracollo (temuto, esorcizzato, a volte irriso, comunque elevato letterariamente dalla fantasia e dall’autoironia): Io credo: risorgerò; Io sono vivo. Occorre, però, aggiungere che la narrazione parte da un pretesto autodiretto, ma sa ampliarsi – non raramente: elevarsi – verso osservazioni e considerazioni di franca impronta filosofeggiante. La riflessione sulla vita, sullo scetticismo, su uno pseudonichilismo sono condotte con forse irruenti ma energici colpi di timone.

Posta per ultima, la sezione “sotto-eponima” La morte passiva di uno scheletro danzante, mantiene l’humus stilistico di riflessiva originalità, di meditabondo divertissement, sbandierato dello stesso Autore: “Non è che ho paura di morire, solo non voglio esserci quando accadrà” (W. Allen, in Io e Annie) è collocato in esergo alla Postfazione nella quale lo stesso Pera fornisce, e mi pare opportunamente, suggerimenti di lettura: «Io ho solamente narrato come si vive riflettendo la morte: essendo uno specchio. Guardando e riproponendo. Guardando se stessi (e la propria morte) esteriormente ed interiormente; guardando quella dell’altro per comprendersi ancor meglio interiormente. Così, comprendendo la fine, si comprende la vita: si comprende come vivere, o almeno la propria giovinezza inquieta.»
In questa terza sezione, il ritorno al verso, alla sua necessità di scansione e di essenzialità, si innesta in quelle aeree del campo coltivato per la seconda sezione dedicate alla riflessione esiziale. Il tema della morte qui diventa ancora più dominante, ferma restando la lente convessa sulla propria solitudine, sul disadattamento (iperletterario?) alla vita. Tema della propria morte, in specie, ed ancora di più del proprio dissolvimento corporale, con citazioni ossianeggianti (e marchisiane) di vermi, muffe, scarti del macellaio, ceneri, corvi. Ma è un uso di stereotipi strumentale e provocatorio. Gli affacci sull’oltremorte sono dissacranti e talora paradossali:

«Nei giorni nei quali siamo stanchi di vivere/[…]/ E ci fai passare alla beatitudine/ La beatitudine dell’inesistenza» (p. 89);

«Chi ha letto la Bibbia andrà all’inferno/ Perché il paradiso è solo per gli ignoranti./ Caronte batte le nostre teste con il remo/ E le rompe per evitare di traghettarci» (p. 123);

«[Questa morte]/ È tutto uno scurissimo Nulla/ e nulla ha più significato /[…]/ Intorno a me nulla s’incendia» (p. 125).

Di conseguenza tutto è qui, su questa sponda, in giorni già invasi di ombre, tramonti, notti, buio, nero, sere, ma non c’è alcun canto lamentoso o tremebondo, né di convinto nichilismo, ad omologare la raccolta (la/le sezione/i) ai tanti malinconici e pietosi struggimenti delle poesie lirico-melancoliche. Né una pseudoeroica enfiaggine e sicumera. È proprio il tono di arguta inventiva, che tiene viva questa raccolta su una morte, convocata in veste di decima musa, ma ricambiata senza troppa reverenza:


Potessi morire questa notte

Potessi morire questa notte
Nascerebbe un albero
A Gerusalemme,
Verrebbe abbattuto
Per fare un fucile.

Potessi morire questa notte
Nascerebbe una foca
In Groenlandia, gli Inuit
Le ucciderebbero la mamma
E la mangerebbero in famiglia.

Potessi morire questa notte
Ci sarebbe un posto in più
A questa tavola,
In questa mensa,
E io non mangerei.

Potessi morire questa notte,
Lascerei quel posto
Senza un pensiero di dispiacere.
Lo lascerei perché, senza di me,
Potrebbe saziarsi un affamato.

(pag. 91)



Coricato sul prato

Morire al tramonto
Coricato sul prato d’una collina,
Ho guardato il sole che scendeva
Nel lago salato: come una bustina di tè.
Ho aspettato che si scurisse il mondo
Per accendere una piccola luce
E illuminare alcuni centimetri di spazio.
Sono morto coricato sul prato.
Aspettavo che le formiche
Mi trasportassero tutt’intero
Nelle loro case affollate.

(pag. 100)



Morire felicemente 2.0

Intrappolato nella tua ragnatela, sono una mosca: sono appena stato sulla faccia morta d’un artista; e ti sorrido.

Tu non sei vedova, non sei triste nel tuo apparire; ti posso fare felice… ti sposerei!

Ti sorrido, costretto nel bavoso prodotto che hai sputato.

E ti sorrido come l’ebete che sono, e ti sorrido come l’artista che sono; non come l’artista su cui mi son posato con altre cento… nei suoi occhi, nel suo naso blu.

Ma tu non m’hai incontrato, poi non t’ho incontrato io; non m’hai mangiato… e ti sorrido, e intanto mi spengo felicemente, e intanto mi domando: «Primavera, dove sei finita?»

Infatti piove e si scioglie la tua ragnatela.

(pag. 52)




 









 


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