Poeti (di Torino) in 10 righe # 17: Giorgio Fàvaro

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Giorgio Fàvaro (Torino, 1958) è medico omeopata agopuntore, poeta e scrittore. In poesia ha pubblicato La città e la stanza, in 7 poeti del Premio Montale, Scheiwiller, 1993, con prefazione di M.L. Spaziani (leggi) confluita in Passaggio urbano (Ed. dell’Orso, 1994 e Terre di confine (Joker, 2000). Ha tradotto testi da OEvre poétique di L. S. Senghor, in Nuit d’Afrique ma nuit noire – Notte d’Africa mia notte nera, a cura di A. Emina (Harmattan Italia, Torino-Paris, 2004). Nonostante alcune successive presenze antologiche (tra cui Poesia in Piemonte e Valle d’Aosta, puntoacapo, 2012) si è successivamente dedicato alla narrativa fantastica pubblicando tre romanzi (Padrone del tempo, 2008, Custodi di pietra, 2013 e Rigenesi, 2018).

L’arco relativamente breve nel quale sono contenute le prove poetiche di Giorgio Fàvaro giunte a pubblicazione ci rende una poetica omogenea dove “il linguaggio è il vero protagonista” (M.L. Spaziani), con il suo darsi rarefatto e sussurrato, dal verso corto e musicale, allitterato e consonante calato in realtà atemporali (“tempo dello stupore, dell’improvviso, di ciò che accade nel breve lasso di passaggio da un inverno ad un’estate”, F. Trinchero) e sul confine immaginativo. Fàvaro compie un’operazione di dissolvimento e di rinominazione della realtà che rimanda ad ascendenze ermetiche e simboliste, dove l’io frontale lascia il campo a una voce narrante impersonale.

La clessidra

[…]

Nell’ovale cristallino
i grani di sabbia sospinti
uno sull’altro a scandire,
posano sui fogli
che remunerano inchiostro.
A volte una frase d’insetto
penetra i muri
approda l’orlo della stanza
con strani sogni
e la cenere per terra si fa insonne.
Anche da qui si notano i lampioni
e i muri adagiati sul corso
qui, all’altezza dei gatti
che graffiano strade spossate.
L’aria ha riaperto gole.
E qualcuno rimane
tra le pagine fratte
a inventare madri di passaggio
in questo cavo sospeso.

da La città e la stanza, in 7 Poeti del Premio Montale, Scheiwiller, 1993 ed in Passaggio urbano, Ed. dell’Orso, 1994, p. 47


Terre di confine



con un brivido appeso
tra gli scatti del buio
il cielo dietro i rovi
che ci scruta addosso
e la notte in radice di colle
dentro l’ombra dei pozzi



ora è un altro tempo:
le bocche hanno bevuto
a mani piene i corpi
i rami recisi
il sale di piogge trattenute
l’acqua confinata degli stagni
e il fresco rovescio delle foglie



terre di confine
salpano nuovi lidi
a vele spiegate, per stagioni di gelsi
dove assedia il tumulto
a sciami di seta dentro i piatti
per notti che intessono veli
e suoni di velluto
nell’invito del mare
a sorsi silenziosi

da Terre di confine, Joker, 2000, pag. 17-23


Arcani

nel fondo di anatemi impronunciati
la fenice acqua
e il transito ribelle




terre d’acque
a nebbia sale intorno
l’uomo la percorre
qui l’aria non possiede
non ritiene
spira
e nelle cose
rimette il vento
è tempo
di confine



inganna le case
nel buio ricolmo
nel vento:
da sempre l’inverno
rimane nell’aria

da Terre di confine, Joker, 2000, pag. 47-51










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