Di luce e di boschi in due inediti di Stefania Bortoli

Foto di Leonardo Onetti Muda da “Faunus”, Schio- Palazzo Fogazzaro (19 settembre 2020 – 12 marzo 2021), per gentile concessione dell’Autore



(Scrive come la luce dentro l’oscurità del bosco)

Scrive come la luce dentro l’oscurità del bosco
svela profondità di sguardi
la misteriosa inquietudine.
Nasconde distorte radici
sentieri contorti di una vita sotterranea.
Nasconde bene il luogo invisibile
dove rimane sepolto
il mistero ai nostri sguardi.

Sotto antiche radici che custodiscono vecchie ceppaie
tagliate dal tempo dell’uomo
                                           continua a vivere la vita.
Sono testimoni il cielo il vento, nuvole che passano.

Ci circonda la Natura.
                   Semplicemente intuisce
il segreto della genesi inciso
nella corteccia rugosa della quercia
nel nome degli alberi e delle cose.

Natura che ascolta il verso delle volpi.

Decifra il seme fiducioso della felce:
ama la pioggia leggera,
l’umida nebbia che non lascia passare
         il vento pulsante né il nostro solitario pensiero.

Sul bordo delle dure rocce
le tue mani portano la Luce,
in ascolto le sue pupille aperte
 
mentre scrivono bianco su nero.

Un ciclo infinito di forme ignote
come fosse sempre
la prima volta il luogo che è in te.

Forse dovremmo lasciare che l’umida terra
si impasti con la polvere
ritrovarla così mescolata,
coperta di cenere,
di zolle erbose che attraversano il Tempo…
Nel silenzio rosso dei cinque sensi
comprende di noi
ciò che preferiamo non vedere.

Eppure il ragno tesse l’elastica tela,
nelle pieghe rugose del legno
il ragno non ignora la bellezza dei vólti dei dèmoni.

             (Il Grande Pan è vivo rispondono gli Déi Mani)

Così la natura selvaggia incide
l’incessante impermanenza.

L’eterna presenza si trasforma
calma e furiosa
come il canto del bene e del male
dentro la penombra esitante del bosco,
       scivolata nelle umane radici,
nelle nostre fragili mani,
sopra le foglie in un giorno d’autunno.

Annotazioni
“la prima volta il luogo che è in te”: cfr. Angelus Silesius. “Tu non sei il luogo/è il luogo che è in te”.
“Il Grande Pan è vivo. Il riferimento è la variante al mito di Pan-Faunus. Racconta Plutarco che sotto il regno di Tiberio, un vascello romano si trovò a passare nei paraggi di un’isola del mar Egeo, quando il vento cessò improvvisamente e nel silenzio si udì una voce gridare: “Il Grande Pan è morto”. A quella notizia da ogni parte dell’isola scoppiarono pianti, gemiti e singhiozzi di cui non si seppe mai la provenienza. (da Pan: Il dio della natura selvaggia di Mauro Melon) 


(La Luce dorata del meriggio)

La Luce dorata del meriggio
distende l’ombra
che in piedi mi guarda.

Trasparenti ventagli sono le vene,
scorrono sulle foglie ondivaghe
del Ginkgo Biloba.
Albero fiero
solitario
fossile vivente
sei sopravvissuto a Hiroshima
                 sei il custode della vita
e della morte che lentamente cresce…

Sei l’angelo del respiro primordiale
che accoglie il sangue
quando fa tremare la terra,
e vibrare le arterie con le vene.

All’alba pensi ai giorni furiosi
quando si allontana da noi la notte buia.

Dentro la bianca soglia riposa l’aurora di cenere.

Chi-ù chi-ù
                 pre-dice la civetta di Atena
             vede bene le tenebre
e conosce il tramonto dove sorge la luna.
La vedi nascere nella notte nera,
alla luce buia del sole nero
quando rinascono ignoti fili d’erba.
Verso il crepuscolo dà le ali
al silenzioso volo…

E tu,
Ginkgo solitario
sei un messaggero della Speranza
sussurro dell’Estremo Oriente
custodisci i sospiri dei morti
e le preghiere creaturali
il buio nulla
che si rigenera e cresce tra le radici
i semi le gemme
e i fiori che si elevano dal suolo
                  verso il cielo blu d’inverno.

In questa mite mattina d’autunno
si risveglia un tenero sole
l’aria è luminosa,
vertice puro il respiro del giardino
nei giorni del vento.

Sull’acqua quieta,
verde gialla dello stagno
si posano farfalle
ormai prive di ali,
si distendono sulla lunga coperta dorata di foglie.

A occhi socchiusi sono assopite
voci umane. Dentro l’ombra
ascolto la vera promessa
e nell’acqua fangosa del limo
le voci nascoste delle rane.

Vedi,
il guardiano del Ginkgo
depone le ghiande sull’umida terra,
le nasconde bene tra le grandi foglie
i rami più brevi – secchi
con pigne nocciole.

In questo silenzio abbandonato
mi distendo sulla terra della penombra.
Il prato di foglie cadute
custodisce solo gli amati vòlti.
(Lo sai,
dove nasceranno nuovi alberi sarà primavera)

Lo scoiattolo curioso
raggiunge la terra,
                 sguscia veloce le noci,
si avvicina fiducioso al mio corpo
che si distende
sul prato di foglie dorate.

In questo autunno smarrito e solitario
vivo accanto al nostro amato sogno.

La vite rossa s’avviluppa
al tronco maestoso
ai rami forti del cedro sempreverde dell’Himalaya.
Sotto la vasta chioma dell’albero antico
abbracciami,
tienimi stretta a te.

Annotazioni
La poesia è un omaggio al Ginkgo Biloba che cresce nel “Giardino Alberto Parolini” di Bassano Del Grappa


Stefania Bortoli (Thiene, Vicenza, 1960) si è laureata in Pedagogia all’Università di Padova con una tesi di Estetica e Psicoanalisi. Vive a Pove del Grappa ed ha insegnato Lettere al Liceo Artistico di Nove. I suoi interessi si muovono tra letteratura, fotografia e viaggi. In versi ha pubblicato: Voci d’assenza (Ed. Artistica Bassano, 2012) con Prefazione di Stefano Guglielmin, Con la promessa di dire (Book Editore, 2016) Menzione d’onore al XXXII° Premio L. Montano. Figura nell’antologia “Blanc de ta nuque” – Uno sguardo (dalla rete) sulla poesia italiana contemporanea (vol. II, 2011-2016, ediz. Dot.com Press). Presente nei libri d’arte: Orizzonte terraqueo– laboratorio di Lettura e Scrittura Poetica di Artémis – Pittori in Acqua. (2008), Il colore del disgelo, con la pittrice Graziella Da Gioz (2017).

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