L’infinito ciclo dei ventitré modi per sopravvivere. Su: Ksenja Laginja, Ventitré modi per sopravvivere, Kipple Officina Libraria, 2021. Prefazione di Alex Tonelli

A sei anni di distanza dalla precedente opera Praticare la notte (Ladolfi, 2015) Ksenja Laginja dà alle stampe, per Kipple Officina Libraria nella collana Versi Guasti, al numero 23 di collana, la singolarissima raccolta Ventitrè modi per sopravvivere.
E’ una raccolta breve, di soli 23 componimenti, con un’ampia riflessione introduttiva di Alex Tonelli: uno dei rari casi di pubblicazioni contemporanee nelle quali l’estensione della prefazione praticamente doppia quella dei testi poetici. Testi brevi (che solo in tre casi superano i dieci versi), in versi liberi corti depurati da ogni retorica, essenziali, praticamente privi di componente aggettivale.
Ventitré. Ventitré modi di dire ventitré, ventitré volte ventitré, ventitré diversi ventitré, ventitré contenuti di ventitré. E così via. Se dovessimo sintetizzare questa nuova silloge di Ksenja Laginja potremmo fermarci qui, spiazzati dalla scelta dell’autrice di scegliere un numero e di declinarlo nei suoi significati per le volte del suo valore, in una perfetta circolarità matematica e concettuale. Ventitré iterazioni di ventitré“: così, senza bisogno di adottare altre varianti descrittive, inizia la prefazione di Alex Tonelli che, ancora, commenta: “Per una qualche imprecisata ragione l’autrice ha scelto il ventitré (23) […] lo ha eletto a suo strumento, lo ha tenuto fra le mani come un oggetto vivo, un prisma composto da ventitré facce“.
Ecco: perché il ventitré, come?
Nel celebre film del 2007 The Number 23, diretto da Joel Schumacher, Walter Sparrow è il protagonista interpretato da Jim Carrey e, a colloquio con lo psicologo amico della moglie, confessa: “…È che questo numero lo vedo dappertutto“. Il dottore risponde: “Gli appassionati di congiure direbbero che è ovvio […] C’è molta letteratura sull’enigma del 23: 23 sono gli assiomi della geometria euclidea, le cellule somatiche contengono 46 cromosomi, 23 da ogni genitore, il sangue compie la circolazione in 23 secondi […]” e affronta poi la questione se Walter abbia incontrato, o scelto, o sia stato scelto dal 23, nel cavallo di Troia costituito dal libro sul 23 regalatogli dalla moglie.
Perché, dunque, l’autrice attua questa scelta, non tentando, nel singolo testo, nessuna nuova significazione numerologica, gematrica (la gematria è il ramo della Kabbalah che studia il valore numerico delle lettere ebraiche) o magari introducendo esplorazioni su altre nuove valenze del 23? Perché nelle asciutte e ortodosse didascalie che accompagnano a piè pagina i vari riferimenti alle proprietà matematiche del ventitré o alla sua presenza nella chimica, in astronomia, in biologia ecc. Ksenja Laginja si attiene ad una elencazione scarna e scolastica di elementi già noti o abbastanza noti?
La mia risposta, giacché ho posto due domande, sarà triplice (involontariamente, a frase scritta, mi accorgo di essere stato succube del 2+3!)
Primo: anche sulla scorta di quanto confessato dall’autrice stessa (3), accoglierò convintamente la tesi che “sia stato il 23 a scegliere” di darsi alla poeta.
Secondo: perché già tra le valenze note del numero è stata comunque compiuta una scelta: le ventitré facce prese in esame, per quanto note, non sono le uniche possibili, ma quelle che sono state più ispiratrici o, almeno, funzionali, per i singoli testi e per la polarità complessiva della raccolta.
Terzo: in ogni caso, il totale delle ventitré parti supera la loro somma («Contiamo insieme tutte le lettere,/ ventitré volte», I.) nel senso che la finalità dell’opera non pare risiedere tanto nel singolo tassello, ma piuttosto nel mosaico, un mosaico mobile, ricomponibile con i singoli richiami e accostamenti tra i ventitré frammenti.
Con sguardo (iper)razionale sarebbe scontato sostenere che se “si fosse presentato”, ad esempio, il 21 o il 25 o il 33, sarebbe stato altrettanto possibile crearsi prismi (con difficoltà via via crescenti) di 21 o 25 o 33 facce, ma il loop si risolve dunque risalendo il torrente, fino alla sorgente significante del 23 e alla sua portata simbolica. E’ qui che s’attiva e s’accende, tra il Numero e il Simbolo, l’altra vista e l’altra parola. E’ a questo senso acuto complessivo che, secondo me, programmaticamente o intuitivamente, con calcolo o nel sublimine della consapevolezza si compie il “cerchio” dell’opera, quella «successione/ di punti a definirci».
Delle ventitré anime del numero può essere utile notare come la maggior parte dei testi sia ispirato dalle proprietà matematiche o geometriche del 23, tre dai riferimenti astronomici-astrofisici, due da valenze biologiche, altri da usi convenzionali, eccetera. Comunque valenze “forti”: non si attinge, per esempio, alla pletora capricciosa delle date della storia (giorni, anni, eventi) o ad altri elenchi settoriali (classifiche, sport, indirizzi…). Ma, nella varietà dei modi (cercati, beninteso, altra cosa è il testo costruito sudi essi) non vi trovo lenti tematicamente polarizzate sull’alchimia o sull’esoterismo, o sul simbolismo numerico (puro solo in un testo, il XIX) o metallurgico o biologico eccetera. L’importante, il vitale sta è proprio nel poter disporre di un reticolo di «ventitré modi per dire ventitré», onde «serrare il cerchio, […] il ciclo [che] non finisce mai» (nota dell’autrice) e sopravvivere: vivere “oltre”, che una certa aura secca e sacrale della raccolta potrebbe far intendere anche come vivere “sopra”. La citazione della Tabula Smaragdina (in esergo e nel testo XVII: Sic mundus creatus est) mi pare avvalori questa traccia interpretativa, richiamando il suo celebre incipit («sine mendacio certum et verissimum, quod est inferius, est sicut quod est superius, et quod est superius, est sicut quod est inferius: ad perpetranda miracula rei»), ipersemplificabile con “come è in basso, così è in alto…”. E notando come nel compatto dizionario utilizzato da Ksenja Laginja, esiste – tra le poche famiglie lessicali più utilizzate (terra-mondo-corpo; cerchio-ciclo) un lessema che si può sospettare essere tra le parole-chiave: “porta/e”:

«farne materia alchemica/ adattare la chiave alla porta/ seppellire i morti/ per dispensare la terra» (XVI);
«Chiudere una porta/ per aprirne un’altra» (XVII)
«Esisto perché posso diventarlo/ Esisti perché lo desideri/ e la porta è aperta» (XIX)
«Una chiave non apre le porte/ rompe solo gli equilibri» (XXI)

Ma, esposti alcuni versi, facciamo a questo punto un passo indietro: affinché si compia il salto dalla singola proprietà del numero, dal dato oggettivo del singolo “modo” alla rappresentazione “della cosa una”, il poeta non ha che lo strumento della parola e dei silenzi che tra essa, predisposti alla resa e al ruolo di presenza trasparente, si dispongono. Infatti, questa raccolta, così densa di significati, così stimolante per interpretazioni e speculazioni sul contenuto, è in primissimo luogo, ovviamente, una raccolta di testi poetici dove l’aspetto compositivo e stilistico è decisivo. Come anticipato, i testi sono brevi, la frastica è lineare, netta, diretta ed essenziale («linguaggio asciutto e così scarnificato nell’uso ipercontrollato della parola» scrive con efficacia Alex Tonelli). Le aggettivazioni sono reperti rari, ogni termine è strettamente necessitante, nella sua nudità; la voce narrante usa in prevalenza la prima persona plurale (mai la singolare), talora si indirizza imperativamente a un tu imprecisato, altre volte s’appoggia all’infinito. La sintassi contratta procede con passo breve, orienta a silenzi più ritmati che la parola stessa. Ognuna delle 23 poesie va a sincoparsi con la nota esplicativa a fondo pagina, che funge da nota bassa di un ritmo binario, sia sonoro, sia soprattutto mentale, dove l’alternanza dello stimolo intuitivo-immagininativo (poesia) a quello razionale (didascalia) pare voglia farsi simbolo esso stesso e paradigma del ritmo interno, del ciclo diadico che governa il corpo-mondo.
L’architettura, senza nemmeno – per ora – scendere nei versi, sembra già voler dire molto, pare volerci incanalare in un esercizio mantrico, in una ruota che all’ultimo arco ventitreesimale della sua rotazione non dichiara fine e compimento, ma lascia aperta la porta su un tempo successivo e trasformativo, ciclico.
In simbologia si dice che le quattro (o le sei) direzioni nascano dal quinto (o settimo) punto innominato e generatore; i costruttori di cattedrali facevano poggiare idealmente l’edificio su soli tre pilastri visibili in tre dei quattro angoli della fondazione: l’esistenza del quarto era taciuta, ma la sua presenza certa, per le leggi dell’architettura, seppur invisibile a simboleggiare il legame misterico tra i mondi superiore e inferiore. Questo può suggerire a qualche lettore, (tra i quali non vi è il prefatore) la presenza taciuta, ma evocata di un ventiquattresimo testo, che chiuderebbe il ciclo dei 23. E ne riavvierebbe il successivo, col moto a spirale che è la risultante dei movimenti circolare e lineare. Il ventiquattresimo testo non è “un nuovo testo”, ma il testo che contiene gli altri ventitré: è – lo possiamo ben comprendere con l’analogia delle ore – lo zero che innesca il nuovo giorno, le altre 23 ore. E’ l’uovo cosmico, il Matto dei Tarocchi, l’Ein Soph kabbalistico, il Settimo Giorno delle Crezione e così via… Che quanto detto suoni come una forse troppo spinta speculazione è chiaro, ma che certi versi la sollecitino mi pare altrettanto chiaro (a cominciare dalla brevissima nota dell’Autrice: «Ognuno, presto o tardi, è chiamato a serrare il cerchio, ma il ciclo non finisce mai. Si ripete nello spazio e nel tempo, mutando i nomi, le prospettive e gli attori»):

«andiamo a capo/ un’altra volta/ il cerchio si chiude/ incede con fermezza» (VIII, pag. 24)
«Siamo il cambiamento/ che avanza quando tutto/ il resto non si muove.// Il cerchio ci contiene tutti» (XVII, pag. 33)
«ci toccherà per ultimo/ nominare i successori/ al principio del cosmo» (I, pag. 17)
«Resteremo inclinati a terra/ pallidi e impenetrabili/ nel roteare senza destinazione/ apparente» (XIII, pag. 29)

Il «roteare senza destinazione/ apparente», caricandosi e vorticando tra elementi materici, micro (metalli, minerali, materia alchemica, particelle, corpo, cromosomi) e macrocosmici (cosmo, ammasso di Ercole, vuoto, ammasso sagittale) e richiami – mi si perdoni l’approssimazione del termine – “mistici” (divinazione, rivelazione, alchemica, esilio e gabbia – di ascendenza gnostica – soglia, oltre il visibile, mistero) ampliano la valenza di questo movimento, lo proiettano da un piano all’altro, così che l’intera raccolta assume un respiro sapienziale e metafisico, tra il significato e il corpo stesso della parola, tra la costruzione ideale e la rappresentazione agìta dei suoni e dei silenzi della voce.

I

Contiamo insieme tutte
le lettere, ventitré volte siamo
stati qui come il tuo amore
in congedo dalla vita,
ci toccherà per ultimo
nominare i successori
al principio del cosmo


L’alfabeto latino classico è composto da 23 lettere.

V

Questo essere minerali
atto trasformativo e litania
è l’enigma che incede
farsi divinazione
chiamare un nome
dirsi l’attesa.

Il 23 è composto dai numeri due e tre. Il numero 3 è attivo e possiede una grande forza energetica. Simbolo della conciliazione, la sua espressione geometrica è il triangolo e del ritorno del multiplo all’unità.


XXIII

Alla fine della conta
resteranno queste solitudini
biologiche, particelle
ripetibili che smuovono
il quando senza un dove;
il ruscello incede rapido
contiene la deviazione
naturale e necessaria,
questa apparenza
è il nostro fine


Il 23 è parte della terna pitagorica (23, 264, 265).


Leggi anche:
(1) Antonio Fiori, su Atelierpoesia.it, 5 aprile 2021
(2) Claudia Zironi, su Versante ripido, 14 aprile 2021
(3) Knipple Officina Libraria, Presentazione di Ventitré modi per sopravvivere, (con Alex Tonelli e Sonia Caporossi), 23 aprile 2021
(4) Lucia Guidorizzi, su Cartesensibili, 28 aprile 2021



Ksenja Laginja è nata a Genova, vive e lavora tra la sua città e Roma dove alterna alla sua attività letteraria e pubblicitaria una ricerca sull’illustrazione legata al mondo del Fantastico.
Ha esordito con Smokers Die Younger (Annexia edizioni, 2005), a cui ha fatto seguito
Praticare la notte (Ladolfi Editore, 2015).
Nel 2020 ha vinto i premi “Europa in Versi” e “Arcipelago Itaca”, nella sezione inediti.
Suoi testi sono presenti su antologie poetiche, blog e riviste letterarie.
Co-organizza la rassegna di poesia e musica elettronica Poème Électronique.

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