Su Disobbedienza, di Bartolomeo Smaldone. L’insegnamento di Antigone, di Paolo Pera

L’insegnamento di Antigone. Frammenti di un’esegesi. Commento

Disobbedienza (Alcesti Edizioni, 2018) si dimostra l’opera programmatica del poeta altamurano Bartolomeo Smaldone: un’eroica purezza rifulge difatti da queste pagine quasi a indicare una via di “riscossa” per la poesia, una controrivoluzione poetica (mi si passi il termine), stante anzitutto nell’umanità e nell’onestà intellettuale, come pure in una poetria che dovrà immancabilmente guardare al ritmo – quasi una corazza della Poesia – come suo imperatore (per usare un’espressione cara al poeta). Smaldone ci annuncia dunque la disobbedienza: verso la società malata che abitiamo e contro l’incapacità di sublime dimostrata da questa, incapacità poi degli uomini che – vittime più che altro – vengono progressivamente e intensivamente educati alla povertà. Di quel Nuovo Umanesimo tanto aleggiante in certi ambienti intellettuali Smaldone è di certo il rappresentante più schietto ed esortativo. L’opera però ha pure un’appendice più intima e “testamentaria” che sta nella dedica alla figlia: quasi la madrina del volume, ancor più di Antigone. Alla figlia è dunque destinato questo testo quale bussola per orientarsi nell’inarrestabile disfacimento della “terra del tramonto”, bussola per lei e per noi tutti.

Fin dai primi versi del volume il poeta dichiara un certo intento, raccontare la bellezza perduta dall’uomo: «E io che ho scollinato e risalito il tempo, / io, voce d’una genìa futura, / m’involo, come farebbe un minuto insetto, / sul caduco fiore / e lì ristò, romito e universale, / a raccontare il breve viaggio della progenie umana». Egli, rappresentando una porzione di universo (al pari d’un qualunque insetto), sa di poter riconoscere ciò che manca: il rapporto col Tutto, ceduto in cambio di un perdimento nel sé (nella sublimata minimità: nel quasi-niente che ognuno è ora creduto Infinito); condizione decisamente più grave e angosciosa poi, là dove essere particella infinitesimale di ciò che ci trascende responsabilizza e deresponsabilizza a un tempo: «Io credo in quell’inizio, / nell’eterna tracotanza / del volere il nulla, / del farsi un po’ in disparte, / in una rada estrema, / a salutare stormi di ritorno, / a battezzare piante». L’uomo ha comunque il compito di trovarsi in questo mondo, di saggiare le proprie potenzialità, e dopo di ciò agire o ritirarsi: «Lo squarcio si apre: / ogni ospite prende il suo posto». L’uomo è essenzialmente un «passante occasionale nella sala» con il compito di reperire significanza e di crearne a sua volta, pena l’oblio dell’inetto. Questo passante poi, così ottuso sul trascendente, neppure sa di potersi trascendere nell’universale che l’uomo sempre potrà essere, rimanendo così stupito della visitazione d’una qualche forza incredibilmente in-visibile: «Sono venuti cinque angeli a incontrarti, / cinque nunzi delle terre emerse. / Un dono inatteso, non v’è dubbio, / per chi alla teoria della deriva / non ha mai creduto», ancor di più se questi altro non sono che umani d’un diverso luogo (finora pensato impossibile): «esiste il regno dei Bishnoi / oltre il bordo della tua tazzina». Chi non sa della bellezza da queste “esortazioni poetiche” rimarrebbe probabilmente offeso, incapace com’è di aprirsi all’alterità: «Si sdegna, s’appella / al dogma comune, / e al primo sospetto d’abbaglio / risponde d’ingiuria, / affonda il suo attacco». Smontato poi il suo assioma gli viene chiesto: «A chi ti accompagni, ora, / se non a un altro punto di domanda?», costui mostra indifferenza per la sofferenza dell’uomo (dubitoso di sé stesso e negatore dell’altro): «Mi hanno detto che eri a tuo agio / nei panni del postulatore sdegnoso, / mentre la gente moriva agli incroci», ciò perché il suo altro non è che un «io cialtrone» che mai si darà alla vera «disobbedienza sovrana» ma solo alla pretenziosità cinica ed egoistica tardocapitalista. Il poeta si chiede ancora, poiché incapace di capire tanta piccolezza nel suo contemporaneo, come possa questo non accorgersi della meraviglia che tutto circonda, della vita e del pensiero che tutto è. Il suo antagonista della circostante bellezza direbbe: «[…] un tordo che pensieri potrà avere? / Soltanto a noi si mostra l’evidente, / a noi si stringe la fusciacca, / e un’altra primavera è solo il rischio / di estinguerci per condiscendenza». Un ottimismo di fondo traluce da questi versi, il pessimismo – conquistatore del ventunesimo secolo – diventa dunque il Grande avversario, ciò su cui poggia la “rinuncia al bello” data dalla «vanità del tutto» (pure di quanto rimarrebbe, l’arte): nel pensiero in cui l’insignificanza regna, potremmo sostenere, l’arte non sarà null’altro che uno svuotamento o poco più, perché dunque raffinare quel pensiero, quell’idea che potrebbe essere tranquillamente intesa come un “escremento della mente”? Forse, azzarderei io, perché i manufatti del passaggio dell’uomo dovranno continuare ad apparire (pure nella “conquista dell’insignificanza”, insignificanza che dovrà immancabilmente essere riempita di nuova significanza: Nietzsche docet), la prospettiva che vede la nostra contemporaneità analizzata come un tempo contrassegnato dalla grossolaneria non ci dovrebbe lusingare, ma anzi spingere a rimediare finché la vita lo permette. Dice Smaldone (e con lui, pur con lessici differenti, altri fulgidi poeti come Marchisio e Laiolo): «Nessuna costruzione regge / il peso della sua architettura», la mancanza di struttura insomma deprezza pure il pensiero più alto. La ricerca estetica qui sottoscritta è quella dell’Arte classica di hegeliana memoria: un perfetto equilibrio e una perfetta corrispondenza di forma e contenuto. Quest’equilibrio – che dà verità, interezza, all’opera d’arte – non va però confuso con una tradizione spenta, va anzi inteso come un fuoco sacro passato di generazione in generazione e perpetuamente alimentato. Quei contemporanei – loro sì, realmente spenti – che guardano a tutto ciò con sospetto o avversione dimostrano solo la loro miseria e la loro inabilità a trarre ricchezza dallo studio (se mai vennero sfiorati dallo studio, ovviamente).

Per riprendere il percorso – seppur frammentariamente –, il poeta ritiene che il fatto che l’Essere sia provi la Salvezza: «“Siamo”. / Ripetono il verbo e incedono: / la prova dell’esistenza / prima del creato, / prima della parola stessa: / “Siamo”. / Nessuna salvezza, / se non questa, / invoco», tutto c’era ben prima dell’uomo e tutto dopo questo rimarrà, l’universo continuerà a essere sempre. Questa certezza dà prova dell’eternità che – pur potendo non riguardare gli uomini – certifica una qualche forma di continuità del Tutto, di Salvezza dunque.

La tecnica sembrerebbe essere un altro maledettissimo avversario della bellezza in via di sparizione: «Confido nella vostra venuta / prima dell’ascesa dell’intelligenza artificiale, / prima del regno / della stampante tridimensionale», oppure «Partoriremo figli assimilando algoritmi astratti», e ancora: «appiccheremo incendi / nel nome della rivoluzione digitale». Contro questa degenerazione la risposta sarà l’amore, che rimane possibile soltanto trascurando l’intermediazione degli strumenti ormai necessari: «In un certo qual modo / mi indusse al riso / il tuo indomabile amore / per il mio corpo sbertucciato».

V’è poi nella raccolta un rapporto col poetare, quasi un simpatico litigio col proprio gemello: «Miserabili pensieri, inutili pensieri: / la vostra traduzione in versi / è ancora acerba», il senso di perenne inadeguatezza di fronte al suono è quasi una condanna per chi vuole cantare seriamente. Non è difatti cosa da poco convertire quel nulla che è il pensiero in quel tutto che è il linguaggio: «[…] s’addensano i versi / nei miei tumultuosi mondi: / che angoscia non possederli tutti; / dover scegliere una parola / rinunciando a quella giusta», rinuncia inesorabile questa pur di dare ritmo all’opera poetica: «Infima sorte del mio verseggiare: / abiuro me, sprofonda il sillabare». Poesia è allora trapassare nei versi, e così darsi all’altro, darsi tutto o almeno il meglio di sé: lo spirito! «È questo la poesia? / Essere te, però da un’altra parte, / e lì trovare me, ma dentro un altro ventre?». Non solo, la poesia è pure «l’irriguardoso intento di / dire del sublime l’immanenza […] / e agli dèi tutti sottrarre intelligenza»: cogliere dunque l’immanente nel trascendente (e viceversa) ne è il compito “metafisico”, individuarne l’incrocio. «Venite miei titani a liberare / questo popolo corrotto e lamentoso / queste genti spartite da altre genti, / da testicoli boriosi, gonfi d’incenso»: il poeta invoca qui l’avvento dei Titani perché, mediante la disobbedienza, liberino gli uomini da una sorta di “inganno degli dèi”: giacché la bellezza veniva a questi rubata, essi – per preservarla dalla consunzione e dallo scempio – decisero di distrarre gli uomini con ciò che è futile, estirpando loro a poco a poco dalla mente la “volontà di sublime”, la ricerca della grandezza. I Titani soli potranno combattere questi gelosi Olimpi e – come Prometeo – restituire infine ai più ciò che è stato celato…

Un’ulteriore dimensione di questa raccolta sta nel perdimento che il poeta sperimenta: vivere è perdersi, darsi e lasciarsi indietro: «ogni presenza specchiava / la sua dubitanza, / traendo un certo giovamento / misto di dimenticanza», è dunque fecondo questo passare anche in sé stessi, morire e rinascere continuamente nella propria mente avendo minime reminiscenze d’una vita che non pare mai davvero esserci stata, d’un corpo che mai sembra aver abitato invero l’essente; meno durante quell’incontro che perpetra la vita, l’unione che combina le carni e le ossa: «Mia gioia e lenisce ogni cupo pensare / questo nostro abbraccio corporale: / noi due che siamo il mondo / in una sola sera, / nella prossima vita».

Smaldone pare anche considerare un immobile principio fondativo sopra il quale tutto varia e muore («e muto è infine / lo spirito immutabile della mutazione»), questo principio – una volta colto – sembrerebbe essere la fonte da cui trarre la necessaria bellezza: «un’altra luce traboccherà, […] / e tutto rimarrà immutabile»; la bruttezza dilagante dunque può essere intesa come un’inconsapevole moda destinata a spegnersi o a essere dannata dalla Storia (che sempre su un fondamento sta). Ed è forse la mancanza di Storia a far smarrire le coscienze annacquate dal nichilismo d’oggi; ma è mai possibile che negare un fondamento razionale (un Dio razionale) dalla Storia in favore d’un “Dio irrazionale” porti a tanta infima sregolatezza? La pretesa d’arte senza crismi di questi irrazionali che Smaldone critica – pare allo scrivente – vorrebbe maniacalmente vedere nei crismi una costrizione infusa ed ereditata dagli uomini passati e non certo da un ipotetico Dio (un fondamento cui tendere, o risalire), permettendo così d’allontanarsi a errare senza meta (ciò non considerando l’utilità che i crismi dimostrano per risalire al fondamento della bellezza, fondamento sostanzialmente ignorato); ma – di questi – v’è da criticare anzitutto un’universalità e un’utilità mancante nei loro tentativi d’arte: un simile strumento deve porre essenzialmente l’umano in una relazione, forgiare gli uomini, allora e solo allora i solipsismi artistici sapranno avere valore artistico (il solipsismo pure può avere valore universale, se inscritto nei detti crismi), ciò mentre le semplici “fuoriuscite di nulla” – soprattutto se sconclusionate dal particolarismo di ogni singolo linguaggio – meritano indifferenza o semmai rieducazione, questa “moda” quindi deve essere disobbedita. Come la poesia vera (ipotizziamo che ve ne sia una) anche questi solipsismi, in fondo, desiderano combattere il senso di niente, il vuoto dato dall’attesa della morte (questo è chiaro!), la differenza starà tutta nella qualità del riempimento di cui ognuno si incarica, nella saggezza di questo e nella sua originalità: tutto ciò e qualcos’altro ancora dà dignità d’arte all’opera prodotta. Smaldone di certo concorderà: «sarebbe luce, quella? / o fregio e superficie?», ci sarà poi da intendere che grado d’arte l’opera raggiunga: maggiormente si sfiorerà la fonte assoluta maggiormente ci si librerà sul Tutto: «Un cuore ti è stato dato / perché ti tenga in vita: / esponilo alla ragione». Il compito del poeta, nei confronti di quella tradizione da innovare sempre, è questo: «celebra e dissacra il canone eternale, / l’infattibile impollinazione di un dopo / che non ci è dato, / che non è nostro». Noi, insomma, potremo solamente porre qualcosa che vivrà e/o morirà dopo di noi: quel che importa è – direi con Whitman – contribuire con i propri versi allo spettacolo che continua, e con ciò – citando il Pascoli tanto amato e sempre ricordato dal Nostro – mantenere i piedi in terra, fuggire «l’orror del vano» e «non cadere in cielo».

Paolo Pera

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