La quarta vita delle parole

Non voglio essere né sistematico, né ordinato (logico-razionale?), né completo.
Potrei riavvolgere il nastro già qui e riprendere subito, cercando di svolgere qualche pensiero sulla nona vita delle parole, ma per ora ne ho in mente quattro.
Parlo della parola che meglio conosco o credo di conoscere, cioè quella poetica, al netto di definizioni in cui non m’addentro e con la naturale convinzione che dirò cose inessenziali e opinabili in ogni loro fiato.

Dunque, penso che la prima vita delle parole si svolga in una specie di giardino della pre-esistenza. Esistono, sono già da qualche parte; grafemi senza suono, ci aspettano e noi aspettiamo loro. Nel frattempo sopravviviamo con quelle che si sono già concesse (o che abbiamo cercato e/o trovato). Le mischiamo un po’, talvolta facciamo accostamenti originali, dove la parola “originali” reca in sé il possibile vizio di un tempo lineare. In un testo inedito ed abortito di circa vent’anni fa cercavo di esprimere con leggerezza questo concetto, già più che bimillenario: «[…] non puoi pensare a nulla che già non sia/ e […] le mie poesie/ sono solo graziose traduzioni/ di qualche verso che galleggia altrove».

La seconda vita è quella che mi affascina di più: qui sta l’incontro, che nella sua intimità sento ancora misterioso, tra la parola e il poeta. Non voglio indagarne le tante, troppe, possibili modalità e finalità, se mai si dovesse pensare che ve ne sia una. Dico, metonimicamente parola, ma forse sarebbe più giusto dire verso, poesia, poema. E’ la stagione del corteggiamento amoroso e della sofferenza dell’incompiuto, del sorgere di soli (si capirà poi – o mai – di che magnitudo) o delle piogge di meteoriti a polverizzare intere strofe. E’ il tempo dei fraseggi troppo rapidi per essere fermati sulla carta, registrati, appuntati con la prima cosa che passa per le mani, compresi spezzoni di pastelli giallo chiaro, delle formule che non torneranno mai più come sono apparse. E se tornano, si resta convinti che il verso fuggito sia stato altro… Questa seconda vita, durante la quale si consuma la passione tra il poeta e la parola, in tutte le possibili accezioni, è straordinaria e spossante, come tutte le passioni. (Diffido assai dai compiacimenti immediati per i propri “capolavori”…, ma teniamo alto il discorso). In questa vita, come in tutti i processi creativi, compreso quello Primario che discende lungo l’Albero della Vita, l’energia, il fuoco, l’ustione deve prendere forma, deve morire nella forma. Il lavorio del poeta si arrende, in genere (ricordiamo: tutto è opinabile), quando la creazione viene crocifissa nella materia, quando si fa carta stampata, immobile, odorosa, stracciabile, ma offerta alla fissità della parole scritte. L’energia diventa materia. L’energia creativa muore. Non è la morte, ma una morte. Ipostasi? Poi comincia la vita del libro, chiamiamolo così, per stare nella media dei cadaveri. (Ah, per alleggerire: anche questi funerali molto spesso costano!)

La terza vita
è un rebus, così mi pare. Il fine del percorso, cioè la parola stampata, il libro, ora deve vivere la sua vita. Forse è più giusto dire la fine del percorso che il fine. Uccidere la parola creata, affrancarsi dalla spossa di mantenere quell’energia inconclusa e senza requie, questo ho sentito come necessità, con la stampa. Stampa e pubblicazione non sono sinonimi, in poesia meno che mai. Ma torniamo al rebus? Che si fa, ora di questa parola stampata? Il consueto corteo rituale (funerario?): presentazioni, mailing, recensioni, concorsi, eccetera. Quale è l’energia che anima questa vita? Non so, ha voce di canto basso, comunque. Le acque argentine della seconda vita si sono fatte reticolo di risaia. Un lavoro organizzativo, di relazioni, a volte invadente, con la consapevolezza che è azione vicaria di un sistema editoriale tarato sulla stampa come traguardo mediamente bastante (il capitolo eccezioni in altro scritto, forse). Scherzando: una vita di tipo ludico-sportivo; non scherzando: un’esistenza cupida ad ammonticchiare recensioni e citazioni. Nel frattempo la passione si volge, se grazia vuole, ai nuovi incontri, ai nuovi versi che premono. Quelli appena pubblicati, in questa fase, odorano già di vecchio, hanno la voce un po’ stanca, e a volte la pelle neutra del disamore. Un disamore temporaneo, almeno: il tempo potrà riavvicinare qualche figlio buono, ne farà dimenticare altri. Talora fino al disconoscimento, specie per i libri d’esordio (non vi fu passione? fu solo vanità?).

Ma poi accade una specie di prodigio, una quarta vita inattesa, non preventivata. Non accade subito, in genere, e nemmeno per tutti i libri. Dopo la seconda vita della parola con il poeta-amante e la sua terza vita con il poeta, come dire, padrone (“la poesia è mia e solo mia”, l’ho marchiata con l’ISBN, cinta con la SIAE!) ecco che la parola, incarnatasi per mezzo delle precedenti due vite, si libera, viaggia da sola, sia pure con il patronimico del poeta ed il matronimico della raccolta (l’editore qui è già voce spesso vaporizzata). A volte sono interi componimenti che riappaiono qua e là, come medie incarnazioni, fuori dall’editoria e dai circuiti dedicati. Dico: nel diario di una ragazza, o nel dattiloscritto di un cultore che ne ha ritagliata e incollata una versione pre-editoriale (esempio di parola moribonda: avrebbe potuto salvarsi, restare per anni nella seconda vita, invece fu uccisa); può riapparire in una citazione o in qualche epigrafe; come didascalia di una foto di uno sconosciuto sui social. Quasi come una voce aliena, che si fatica a riconoscere come propria, può rivivere a sorpresa in un testo teatrale o diventare altro ancora…
Mi è capitato di pensare, nell’emozione del rincontro con parole e versi che ho amato e generato-ucciso, che grazie a questa loro quarta vita, anche le sue precedenti assumono luce nuova, e forse un po’ di senso in più. Persino illudere i momenti più creduli che sia possibile spostare (di micron, di femti) l’assoluta sentenza che tutto vada perduto.

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