La morte di Empedocle, di Franco Di Carlo

Edizioni Divinafollia, 2019

La morte di Empedocle è la raccolta poetica più recente e una delle più significative di Franco Di Carlo, uno dei maggiori studiosi ed interpreti della poesia del Novecento e contemporanea, già insegnante di Letteratura Italiano Moderna e Contemporanea all’Università di Roma “La Sapienza”.
La poetica del critico-poeta-docente romano è costituita, come commenta egli stessoda pensieri poetanti, di poesia-pensiero di impianto filosofico e concentrata sul problema dell’essere (e del non essere) e quindi su quello dell’essere del “nulla”. […] che guarda anche con attenzione alla realtà del mito e alla sua sacralità“. La stessa scelta del titolo proietta un cono di luce, chiara come può esserla – con tutti i suoi limiti – quella resa dalla parola poetica, sugli àmbiti centrali della raccolta. La morte di Empedocle, filosofo presocratico siciliota collocato nel V secolo a.c., avvenuta in circostanze ignote, forse gettandosi volontariamente nell’Etna, è fatto più mitologico che storico e affascinò Hölderlin, che le dedicò una tragedia, incompiuta, con lo stesso titolo. Le due opere giunte fino a noi di Empedocle sono Sulla Natura, dove teorizza la visione cosmogonica fondata sui quattro elementi classici e le Purificazioni, dove abbraccia la dottrina della reincarnazione. Le ultime opere di un filosofo greco scritte in versi.
Dice Di Carlo, nella poesia Il cerchio aperto (pag. 14): “Ormai Empedocle è morto e con lui/ anche la voce degli dei e dell’essere” e con lui moriva “il sogno dell’armonia primigenia fra l’uomo e la natura” scrive Domenica Giaco su La presenza di Èrato.
Con i componimenti di quest’opera il poeta affronta la duplice ipostasi che idealmente ne consegue: se testi come Profezia, Il ciclo del ritorno, La rinascita degli Dei, Notte spirituale ecc focalizzano la nostalgia per un tempo mitico e sacrale perduto, in altri (Monologo, La libertà espressiva, Carmen lustrale ecc) la frattura discende nel linguaggio, nella parola.
(A.R.)

dalla Prefazione di Andrea Matucci:
« »…l’ultima raccolta di franco Di Carlo […] coraggiosamente fin dal titolo si confronta col grande mito, esplicitamente rinnovando l’omaggio dei moderni a quell’eroe dell’intelletto che preferì il cratere infuocato dell’Etna al buio che lo circondava. E se risposta c’è, in questo libro, non è né poteva essere una risposta razionalmente disposta su un percorso concettuale o tematico: quello che Di Carlo ci offre è un poemetto omogeneo ma postmoderno, discontinuo come potevano essere le discese nel “porto sepolto” ungarettiano… […]
Il linguaggio, prima di tutto. E’ il tema del primo componimento, “Monologo”: è “lontano”, il linguaggio, è “staccato”, ma agisce, “si svolge nel regno/ del disvelare”. E’ giusto allora muoversi, senza illusioni neoclassiche ma muoversi “sulla via del parlare/ e delle cose”. […] un tema che torna più volte, a dimostrazione della sua centralità: “dentro il linguaggio” infatti “l’inanimato corpo” può trovare “protezione e salvezza” (“La libertà espressiva”), e quando il poeta, proprio attraverso il lavoro sul linguaggio, torna a riconoscere la sua specificità, perché “sono fatto di poesia e di nient’altro” (“La rinascita degli Dei”), ecco che la sua parola “Riempie il silenzio/ raggiunge il segno dell’Evento unico” (“La conoscenza”), e torna anche, talvolta, alla sua originaria potenza orfica: “Una poetica fascinazione/ gli fa muovere alberi e monti”. […]
Franco Di Carlo continua in questo libro la ricerca di uno stile personalissimo e riconoscibile, fondato su un tono orgogliosamente assertivo, dato spesso da un accumulo per asindeto, un incessante aggiungere, ma rotto dal ritmo spezzato dell’enjambement […]
Una voce, dunque, evocatrice e profonda, dai mille echi, certamente una delle più alte voci poetiche dell’oggi, nella pienamente raggiunta maturità concettuale e stilistica. La voce di un poeta che nel seguire le intermittenze della coscienza, ora malinconica, ora indagatrice, mai rassegnata, ci indica una volta di più la necessità della poesia, unica via di salvezza sia quando è “privilegio assoluto” che “attinge alla pienezza” (“Figure del desiderio”), sia quando appare, nel testo omonimo, come “Ultima risorsa d’un cuore inerme”.




Monologo

È lontano. In qualche luogo. Nessuno lo conosce.
Dobbiamo metterci in cammino, forse un viaggio
all’interno, verso un tacito discorso.
Un silenzio che parla con se stesso e dice l’essere
prossimo alla voce.
Circolare moto dentro l’intreccio affettivo,
designato per convenzione un significante,
indicazione fondamentale del mutamento
essenziale del segno.
Il linguaggio si svolge nel regno del disvelare.
Lavora a mostrare il pensiero. Esperisce,
è attivo e produttivo, una rivelazione dello spirito creativo,
una vera e propria visione del mondo.
È compreso e afferrato nella sera,
evidenza costitutiva l’unità armoniosa
dei momenti che gli è propria.
Allora m’incamminai sulla via del parlare
e delle cose presentate. Un appello al dialogo
destinato a restare inespresso. Una parola staccata
e lontana, un seme nei solchi tracciati custodito
nel campo dischiuso, trama verbale scalfita.
Un saldo profilo ormai senza incrinature verso un dire netto
mostrato manifesto del mistero che ora si sottrae,
ora s’annuncia rivelato o negato.
Una favola bella e pura che insegue l’azzurra sorgente,
parola detta si lascia ascoltare.



Il cerchio aperto

Quando il profeta parla, il tempo s’apre
non fa previsioni né pronostici o puri calcoli
di probabilità. Precede la domanda e la risposta.
Un processo ontologico che viene dal profondo
non riguarda mai la dimensione temporale.
Un rispondere già dato preesiste a ogni domandare,
guarda in avanti, chiama il futuro, la sua sostanza,
usa la parola, nomina e significa le cose,
descrive il mondo e la vita.
Racconto o narrazione in ogni forma.
Ormai Empedocle è morto e con lui
anche la voce degli dei e dell’essere,
fatale destino dell’Occidente,
il dire ermetico e il travestimento metafisico:
una grande illusione senza avvenire.
Eresie luterane, visione oracolare
del già detto per il male minore,
il cerchio aperto.



Il ciclo del ritorno

Il fine apparve. Il ciclo del ritorno
Vide la luce e la diffuse intorno alle figure,
agli sguardi, ai tuoi sensi svelati.
Udì la voce invisibile lo spazio lontano,
l’ultimo tempo.
Una renovatio mundi impensabile.
Vano recupero dell’impossibile.
Il percorso progressivo verso il tuo fondamento.
Redenzione dell’uomo modello di perfezione
fornita di senso e perciò di direzione.



La conoscenza

Il poeta conosce modi e termini.
Li misura e rileva trattenendo la parola data.
Nulla perdendo. Afferma il mistero.
Compone il suo dire sgomento,
il suo canto nascosto e stupendo.
Costruisce la pietra fiabesca del regno
che resta in lontananza. Riempie il silenzio.
Raggiunge il segno dell’Evento unico.
La contrada dei violini allusivi
svela il suono occulto nel cammino
verso il linguaggio che chiama e che parla.
Custode essenziale. Parola aperta
all’abbraccio proteso. La strada invade
il pensiero e prepara altre vie parallele.
Guidano all’arrivo senso e ragione del Logos.
Distruggono il dominio del metodo. Fiume nascosto
che apre il percorso spirituale. Capacità
di pensare il vero significato. Tutto quindi è via
viaggio verso lo sguardo teso al luogo
ove dimora la voce al bivio. L’autentica
esperienza del linguaggio ancipite essenza
nella sua pura e assoluta semplicità.


Franco Di Carlo (Genzano di Roma, 1952), oltre a diversi volumi di critica (su Tasso, Leopardi, Verga, Ungaretti, Poesia abruzzese del ‘900, l’Ermetismo, Calvino, V. M. Rippo, Avanguardia e Sperimentalismoil romanzo del secondo ‘900), saggi d’arte e musicali, ha pubblicato varie opere poetiche: Nel sogno e nella vita (1979), con prefazione di G: Bonaviri; Le stanze della memoria(1987), con prefazione di Lea Canducci e postfazione di D. Bellezza e E. Ragni: Il dono (1989), postfazione di G. Manacorda; inoltre, fra il 1990 e il 2001, numerose raccolte di poemetti: Tre poemetti; L’età della ragione; La Voce; Una Traccia; Interludi; L’invocazione; I suoni delle cose; I fantasmi; Il tramonto dell’essere; La luce discorde; nonché la silloge poetica Il nulla celeste (2002) con prefazione di G. Linguaglossa. Della sua attività letteraria si sono occupati molti critici, poeti e scrittori, tra cui: Bassani, Bigongiari, Luzi, Zanzotto, Pasolini, Sanguineti, Spagnoletti, Ramat, Barberi Squarotti, Bevilacqua, Spaziani, Siciliano, Raboni, Sapegno, Anceschi, Binni, Macrì, Asor Rosa, Pedullà, Petrocchi, Starobinski, Risi, De Santi, Pomilio, Petrucciani, E. Severino. Traduce da poeti antichi e moderni e ha pubblicato inediti di Parronchi, E. Fracassi, V. M. Rippo, M. Landi. Tra il 2003 e il 2015 vengono alla luce altre raccolte di poemetti, tra cui: Il pensiero poetante, La pietà della luce, Carme lustrale, La mutazione, Poesie per amore, Il progetto, La persuasione, Figure del desiderio, Il sentiero, Fonè, Gli occhi di Turner, Divina Mimesis, nonché la silloge Della Rivelazione (2013) 

1 Comment

  1. Si esce da queste poesie per ritornare come a un luogo caro, e la stessa via che si percorre non forma un cerchio, ma una splendida spirale che porta in dono parole nuove e nuova conoscenza.
    Con ammirazione

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