Tre testi da La fortezza di Alvernia di Angelo Maria Ripellino

Ph.: da Poesia, Crocetti Ed., Anno III – numero 27, Marzo 1990, pag. 15

[…] «Il toponimo Alvernia» – avverte Ripellino nel Congedo, «è una parola composita, un portemanteau word, nella quale si assommano inverno, averno, verna, e inoltre il ricordo dell’Auvergne francese e la Chanson pour l’Auvergnat di Brassens, che spesso udivo da un disco di Juliet Gréco»: un orroroso labiritno di malattia, di sofferenza, di paura, illuminato, talora, dalla flebile-tiepida luce di una speranza smorzata subito dall’irrimediabile gelo di morte incombente. In questa atmosfera allucinata, da fortezza e da manniana montagna incantata – la fortezza d’Alvernia non è che la denominazione poetico-fantastica del sanatorio di  Dobrìš, situato a quaranta chilometri da Praga, dove, nel 1964, Ripellino fu ospite per alcuni mesi -, si muove il brancaleonesco esercito dei nonostante: «tutti noi che», spiega il poeta, «contrassegnati da un numero, sbilenchi, sgualciti, piegati da raffiche, opponevamo la nostra caparbietà all’insolenza del male»
[…]
Al di là del dato biografico […] i componimenti de La fortezza d’Alvernia rappresentano un universo miniaturizzato, in penombra, spesso rabbuiato dalla «tenebrìa malsanile» che ottunde i nonostante, e ridotto alla dimensione di un teatrino, sul cui proscenio irrompono a esibirsi, avvicendandosi, e vi spariscono subito risucchiati dal buco nero delle quinte. stralunati guitti, giardinieri Monzelius, patetici violinisti, calvi e occhialuti Loplòp […] Ognuno vi improvvisa, secondo il suo estro e ghiribizzo, vi recita, dissimulandoli ironicamente, grottescamente, il proprio dolore, la propria esistenza appesa a un sottilissimo filo, la disperazione di probabile senza domani, l’orrore per la malattia e per l’incombenza, tangibile quasi, della morte.

da Franco Pappalardo La Rosa, Lo specchio oscuro. Piccolo – Cattafi – Ripellino, Edizioni dell’Orso, 2004, pag. 154 e segg.



* * *

Calvo e occhialuto, Loplòp, inerpicato su duplici suole
aggiusta l’acquario. Con braccio-rovaio
spaventa le code forcute dei barbi, le padelline zebrate,
i Frères Jacques degli stagni, i minuscoli acròbati
in tricot a strisce rosse, che fanno capigliaría,
slittando nel limo del tetto: music-hall ittico.
Odio la neve, le àgavi, i cervi, le àgavi, i cervi, la neve. Confido
dell’apoplessía, di quei pesci, nella Pompei dell’acquario.



* * *

Habet Islandia coloris albi ingentes ursos.
E noi avevamo il giardiniere Montezelius,
basso, sferico, gli stivaloni alle orecchie nascoste dal basco,
Motezelius che, intriso di birra dall’alba al tramonto,
batteva con passo guascone i sentieri.
Su stivali cavalca il turacciolo, il trollo rigonfio
dal basco sopra le orecchie, gli occhietti che saltano
come le pulci in un circo, s’aggruzza, sorseggia
la sua piccola vita di laido pagliaccio, il trascinabottiglie,
ma a casa possiede una Bibbia: muffita, vecchissima.



What is this called love

Portava scarpine di tela bianca, lei. Né cigno né luna.
E la vita le ripeteva: hai tu avuto mala mescianza.
E Anubio dal becco storto di squallido tapiro
era il suo amore sempre triste, sempre malato.
Sempre costretto a fracida bevagna,
mascherone burlato, giara di lacrime,
spento bozzagro ai confini del mondo,
sbrindellato gherone d’un cielo senza rimorsi,
e per voi begolardo dalla schiavina consunta.


da La fortezza d’Alvernia, Rizzoli, 1967





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