«L’ultima raccolta» di Luigi di Ruscio: riesumazione di una nota e del singolare “carteggio” che ne seguì…

Immagine: Luigi di Ruscio, nel manifesto del film La neve nera -Luigi Di Ruscio a Oslo un italiano all’inferno, di Paolo Marzoni (dettaglio)

L’ultima raccolta di Luigi di Ruscio: riesumazione di una nota mai edita e di lettere mai spedite(mi)
in il Guastatore, n. V/2, Giugno 2017, Edizioni Limina Mentis, pagg. 39-49



L’attività poetica e letteraria di Luigi Di Ruscio si è svolta, tenace e costante, per circa mezzo secolo. L’attenzione e la considerazione da parte della critica ha invece oscillato tra interessi e dimenticanze. Negli anni a ridosso della nota che (ri)propongo, Luigi Di Ruscio conosce il suo principale periodo da estraneo, la stagione più avara di riconoscimenti da parte dei circuiti letterari dominanti.
La raccolta antologica Firmum. Poesie (1953-1999)[1] (Pequod, 1999) poteva sembrare il punto di arrivo, più che una nuova ripartenza, come poi pare essere in parte avvenuto. È in questo clima di crepuscolo nordico che L’ultima raccolta, viene edita da Manni, nel 2002. Tra scarse attenzioni, anche a valutare dalla proposta che mi fece Gianmario Lucini. Appassionato e infaticabile poeta e promotore culturale, tra i primi a proporre nel web un sito letterario militante cha ha raccolto una folla di voci di rilievo dai primi Anni Zero (Poien.it), Lucini aveva stretto un legame di stima e di amicizia con Di Ruscio: ne sono prova anche i vari materiali del poeta marchigiano su Poiein.it, tuttora consultabili[2]. Nell’aprile 2005, non ricordo se brevi manu in un nostro incontro a Torino o per posta, mi prestò una copia del volume, con la proposta di recensirlo, anche a fronte del silenzio critico, a suo dire ingiusto e «frustrante» per il poeta. Non avrebbe certo potuto qualche riga di un quasi anonimo lettore come il sottoscritto valere granché, ma lessi la raccolta, mi piacque e scrissi la nota che Lucini apprezzò e pubblicò[3].
La proposi anche a qualche rivista cartacea: Di Ruscio non interessava.
Ha senso, (ri)proprola, sia pure in forma ridotta, ora, dopo un decennio? La mia risposta è implicita.



L’affollato niente di Luigi Di Ruscio: tracce autobiografiche ed autoreferenziali per la lettura de L’ultima raccolta (I lapsus sono tutti dovuti), Manni Ed., 2002 – Prefazione di Francesco Leonetti

È passato più di mezzo secolo da quando Fortini scriveva la prefazione a Non possiamo abituarci a morire[4], e quasi un trentennio da quando la storica antologia Poesie e realtà ’45-’75[5], ne collocava i testi a fianco di quelli di Rocco Scotellaro e quelli di Le streghe s’arrotano le dentiere[6], seconda raccolta del poeta, già emigrato in Norvegia, prefatta da Quasimodo, in adiacenza a poeti come Fortini, Pagliarani, Majorino, tuttora considerati di rilievo nella poesia del secondo Novecento. Di Ruscio, per contro, è stato un po’ dimenticato: ma da «gli ultimi confini del mondo» (cxvii[7]), ha continuato con vigore la sua opera («pubblico una raccolta ogni dieci anni»), tra incoercibile (auto)ironia e inventiva mai esaurita.
“Raccolta di poesie”, è classificazione di comodo per quest’opera: versi e prose si alternano variamente, «testi a regime onirico-sentenzioso, assai suggestivi per la discontinuità del discorso, spesso con salti da verso a verso» (F. Leonetti, nella Prefazione), numerati dal 114 al 318, a comporre un trittico con Apprendistati, 1978 e Istruzioni per l’uso della repressione, 1980. Nello stesso testo prosastico appaiono spesso chiusure in versi, a volte semplici accapo nel flusso verbale; irride l’autore: «Mi dissero anche che nella prosa sottoscritta c’è molta poesia e nelle poesie moltissima prosa facendo una confusione della madonna sui generi letterari» (129).
Soffermarsi sugli aspetti autobiografici ed autoreferenziali vuole essere un percorso di lettura e riflessione tra i tanti che il testo, particolarmente ricco in tal senso, offre. Molteplici sono infatti le occasioni di analisi e studio che derivano, da questa personalissima arborescenza letteraria, aggettante le radici nei decenni canonici del neorealismo e proiettante i fitti rami nel caos della quotidiana contemporaneità, deformata tra dramma ed ironia. Dice Di Ruscio: «la poesia presuppone anche l’estraniazione, il gioco, quindi il disimpegno” (127), così rappresenta la realtà e l’assurdo, il sensibile e l’incognito, proietta in fotogrammi Hitler (plurinominato) e i naziskin, lavavetri e terroni, la NATO e i sovietici a Berlino, malati di AIDS e ragazze madri, le BR e Mussolini, i satanisti ed i gattolici, Giovanni Agnelli e Andreotto, Berlusco e Bossi e il cardinal martino, (i lapsus sono tutti dovuti, ricordate?), i rivoluzionari, i reazionari e i comunisti, la Digos e i carabinieri dei Nass etc. E l’orrida cronaca quotidiana di omicidi, suicidi, infanticidi.  
Interessanti e distintivi sono anche gli aspetti formali e stilistici. Oltre a muoversi nel territorio ibridato tra poesia e prosa (spesso logorroica e frammentaria, accumulativa e spiazzante, più monologo teatrale, occhiello stralunato di pagina quotidiana che prosa poetica campaniana), L’ultima raccolta mostra scarti sintattici, rimbalzi tra lirismo e iperrealismo linguistico e figurativo, uso del parlato, anche distorto («scivola tra i diti», 225; con la gustosa chiosa: «eccolo il correttore ortografico con tutto il suo cretinismo che mi corregge persino i diti», 315), con lapsus ironizzanti double-sense e anagrammatici, sequele assonantiche e allitterative, secche metafore attraverso un bestiario antropizzato (gatti, coccodrilli, scarafaggi, ratti, api, piattole, pipistrelli). Vi è ridondanza di flussi verbali (e concettuali) materici e spermatici, iconoclasti e blasfemi, autobiografici e cronicistici eppure lirici e visionari, verbosi ed icastici, sconclusionati e gnomico-sapienziali, ironici eppure epicamente tragici. Fa chiarezza la prefazione di Leonetti: «si cerca invano la coerenza propriamente formale di un singolo testo: essa è nel tutto con timbro unico. Né c’è singolarmente la coerenza semantica: ce n’è una tematica».

Una (poco) canonica nota autobiografica attraversa L’ultima raccolta: «un sottoscritto nato nel gennaio del 1930 a Fermo, emigrato in Norvegia nel maggio del 1957 dove ha lavorato come operaio sino al pensionamento in una fabbrica metallurgica. […]. Ha pubblicato ogni dieci anni una raccolta di poesie e alla fine un romanzo, […] pubblicato in ben tre edizioni[8], di cui non ha ricevuto neppure una lira forse per meglio specificare che questa è esclusiva attività dello spirito e non deve essere sporcata dalla mercede dei servi», 133); «presi il vizio di scrivere, Montale dice che scrivere poesia è roba di disgraziati, basta per questo vizio un pezzetto di matita e un pezzo di carta qualsiasi», 231; «il sottoscritto non guadagnava una lira, ero arrivato ad avere anni 26, ero rivoluzionario e mi manteneva la povera mamma», 126; «tutto venne iscritto con una IBM che per poco non mi faceva scoppiare l’ernia trasportandola d’Ancona ad Oslo», 123; «alla fine degli anni sessanta una follia poetica mi riprese in pieno», 128.
E si legga questa esemplificativa nota pseudo-critica: «In tutta la mia carriera poetica venni chiamato in tantissime maniere: Mariano, annunziano, cacastorico, stupidone e cornuto in proprio, […] materialista luddico, canoro e mezzo elettronico, antitrenitista e trinitato, erbolico e mezzo dilettale […] analfabeta pupollico […] inventore della terza ondata però di tutte le avanguardie era l’avanguardia timida la più adatta al sottoscritto nonostante fossi anche […] negatore di divine trinità e quaternalista, monetarista supponente, preclaro e la società capitalista se ne frega della sintassi e della glottologia e venni ignorato da tutti quelli che mi precedettero», 128.

La poesia quotidiana tra necessità, angoscia e smascheramento. Il sottoscritto, l’invariante io poetico della pagina dirusciana, non usa infingimenti e accomodamenti: la difficoltà dell’essere e del fare il poeta, nella sua urgenza necessitante, nella sua angoscia, è uno dei nuclei tematici della raccolta, descritta apertis verbis, analizzata nelle sue molte cause, raccontata e commentata con crudezza ed acume.
«la poesia quotidiana» è salvezza e dannazione, «sforzo dolcissimo» e inevitabile «angoscia», per la condizione stessa dell’essere poeta, status di concreta medianità fisica e psichica, di nudità di fronte «al niente e all’ignoto», all’orrore e all’errore, all’inspiegato e al dubbio: «il sottoscritto per le sue poesie approssimate/ era stato proclamato un condannato/ alla disperazione e alla morte», 252.
L’ipercezione del poeta, non potendo essere soffocata e schermata, viene scaraventata sulla pagina, a denunciare l’inganno della condizione umana (e gli ingannatori) e a rendere sopportabile, condividendolo, il male percepito. L’autore, dietro l’ironia, la rudezza, il furore iconoclata e la prevalente posizione di contrarietà,  rileva la  sua essenza più tormentata e fragile:
«e non fossero esistite queste notti terribili/ non avrei potuto scrivere una riga// normalmente chi scrive poesia/ è più debole della media nazionale/ ha una vita difficile e sofferta/ più che un gigante veggente/ è il cardellino accecato nella gabbietta», 122.
La resistenza e il riscatto, non possono ritenersi esaurite nella mera ottica della denuncia sociale e dell’impegno civile, pur fortemente presenti nell’opera e nella vita di Di Ruscio: la poesia assurge a rito di un sacrificio laico e liberatorio: «il sottoscritto crede che questa macchina da scrivere sia un tabernacolo/ la porta del santissimo si spalanca sotto una forsennata battitura», 114. Ciò non stupisce se si considera il dato più dolente, più penoso del «disperato scrivere […] esercizio indispensabile/ all’integrità mentale», quello che, tra la folla di personaggi, micro e macrotragedie, memorie e cronachette, giochi verbali, invettive e irrisioni, il poeta confessa, con parole di cristallo: «è il niente che mi è davanti che mi autorizza/ a scrivere del niente che mi è davanti», 290. Un affollato niente, che solo la parola popola e riempie.

Un altro punto fermo nella poetica di Di Ruscio, oltre quello della propria necessità poetica, intima e intrinseca, sta nella dimensione etica della necessità «dell’elencazione dei mali del mondo», di «testimoniare gli spaventi che si scaraventano sopra di noi», 130: «all’universo intero riferisco le malefatte degli umani», 173. Beninteso, questo ruolo di voce ammonitrice, di indice accusatore, l’autore lo rivendica per sé, non lo estende alla categoria dei poeti, verso i quali, per altro, si configurano rapporti ispidi e critici: «non ce ne sarebbe stato un altro capace di scrivere tutto/ e tutta questa angoscia» (227), in «un mondo di cui gli addetti dicono che non si può dire più niente […] c’è il pericolo che la poesia riguardi solo i nostri mali privati e quindi il poetare diventi una lagna. Lagna da cui il sottoscritto è escluso essendo un malato pervaso da una invincibile salute immaginaria», 135.
La vicenda letteraria ed esistenziale di Di Ruscio lo ha portato a essere o a sentirsi, in qualche modo, ai margini della poesia italiana contemporanea, dopo che agli esordi si notò la cifra stilistica del «giovane operaio». È stata straordinaria la sua capacità di costruirsi, da autodidatta e partendo dalla licenza di V elementare, un profilo culturale e intellettuale di primo piano, ma i ripetuti accenni alla situazione di metallurgico e i richiami alla sua scolarità («come ti permetti mezzo analfa d’iscrivere la poesia nostra?») non possono che indicare un mai risolto disagio, rispetto all’enclave dei poeti laureati o, ancor più, del  «critico bavoso». La narrazione di questo controverso rapporto viaggia per lo più sui binari dell’ironia e della sentenza sarcastica e assume aspetti particolarmente gustosi:

«per certi compilatori di antologie sarebbe meglio che io non esistessi, non sanno dove mettermi», 302

«fischiavo continuamente nel vano tentativo/ di far sapere a tutti che c’ero anch’io/ con tutti i miei versi che saranno decifrati solo/ dai complici della nostra congiura poetica/ dove s’include anche la poetessa matta», 136

«il lettore non dovrebbe essere necessario/ eppure sognavo l’encomio l’esposizione», 132

«l’angoscia esistenziale è così terrificante che se non mi danno il Viareggio mi ammazzo», 123

«volevo scrivere che ad ogni mio verso l’italiano si fa più schifoso// spuntano le mie poesie da tutte le parti/ sputano le mie poesie da tutte le parti/ sputano sulle mie poesie da tutte le parti», 163.

I tratti autoreferenziali servono essenzialmente da pretesto narrativo, sia citando tra i molti nomi di poeti contemporanei quelli più vicini all’autore (soprattutto Fortini, poi Quasimodo, De Signoribus, Tiziano Rossi etc.) sia arrivando quasi a redigere un diario di bordo:

«pensavo a questa all’ultima raccolta diventa sempre esagerata, versi lunghissimi ed enormi nonostante che al sottoscritto sia concesso di vedere il mondo della maniera più banale possibile […]; poesie scritte quarant’anni prima e quelle quaranta anni dopo/ il lettore è fortunato che leggerà il tutto nel giro di un’ora», 237.

Il sentimento di marginalità, di opposizione, è certamente accentuato dall’isolamento geografico. Tema ricorrente, anche questo, affrontato con varie tonalità, dalla semplice notazione circostanziale al commento amaro-ironico:

«Ora come poeta italico residente in Norvegia sono una curiosità definitiva in un Nord in preda a divinità terrificanti e disperate», 126; «accetta di vivere smetti d’iscrivere le cosiddette poesie/ prendi la cittadinanza norvegese/ e prima di una qualsiasi fine/ normalizzati!», 274.

La lettura del rapporto del poeta con l’atto percettivo e creativo, con il dovere morale della rappresentazione del mondo, specie del suo lato oscuro, fornisce coordinate di senso e di valore piuttosto precise della poetica dirusciana e di questa ultima raccolta le mordaci chiose dell’autore alla sua condizione di esule geografico e culturale ne danno chiara misura. Inoltre, sempre tra gli argini della ricerca sul materiale autoreferenziale, si approfondisce l’esplorazione del già citato «niente che [mi] è davanti». Recisi dall’impostazione ideologica dell’autore i rami per le fughe trascendenti e le radici per i dogmatismi religiosi e fideistici, collocato tautologicamente al centro dei propri confini esperienziali il sottoscritto, l’autore giunge a riconoscere l’insufficienza dell’atto poetico nello svelamento di una realtà altra: «la tragedia della poesia e che deve essere uno smascheramento/ e deve adoperare questo linguaggio che è quasi sempre una maschera», 164; «normalmente il tutto dovrebbe essere impenetrabile/ come fai di fronte a tutto questo niente a scrivere tanto», 300. Il limite di «una lingua capace solo di spargere semi di dubbi ovunque» (262) rappresenta l’estremo limite dell’esplorazione umana, non oltre è possibile: «ogni pagina ogni sillaba basta/ davanti all’ignoto definitivo», 249.
Se resta, davanti al niente che avvolge l’uomo, forse una «speranza (ultima divinità rimasta tra gli uomini/ tutti gli altri si sono ritirati nell’Olimpo)», 208, la certezza sottolineata è «la poesia dell’eclissi/ di un continuo cadere», 167.
Osserva con precisione Mauro Caselli[9]: «l’espressività del vocabolario sacro cui fa frequente uso viene direzionato verso il linguaggio stesso. Vocaboli di impegnativo spessore come eternità, divino, santo, vengono privati del referente tipico per farsi superlativi del reale», reale che, appunto, è continua occasione per la parola e campo di inseminazione di questa.
è la parola, dunque, il miracolo quotidiano per Di Ruscio, il morire e rinascere continuo ma sempre unico e mai ripetibile. Non avrebbe potuto L’ultima raccolta, logorroica e affollatissima, avere altro nucleo fondante che questa primazia dell’atto poetico sul caos del mondo, sullo spartiacque tra vita e sopravvivenza: «l’ultima poesia iscritta tanto faticosamente/ riprendere fiato ad ogni parola/ squadrare sul vocabolario quella parola introvabile.», 117.

Alfredo Rienzi, maggio 2005

Inviai questa nota (nella versione integrale esposta su Poiein) anche a Di Ruscio. Non conoscevo bene la persona Di Ruscio e la sua reazione, tra il deluso, il risentito e il sarcastico mi spiazzò. Non conservai la sua prima mail, ma i contenuti sono ripresi, smussati, nella terza lettera mai spedita, dove si rimarca il mio sbaglio fondamentale di confondere «l’uomo Luigi Di Ruscio con la prima persona singolare». Prova di questo errore, puntualmente rimarcato in tutte le lettere e mail, sarebbe l’interpretazione del verso «se non mi danno il Viareggio mi suicido». Mi spiacque, ovviamente, non la ben accetta discussione sui testi, ma qualche sarcasmo ad personam: in particolare, l’ipotesi fantasiosa che avessi cominciato a pagarmi i primi libri «con i soldi guadagnati sui 25 30 anni» (sic!). Mi riprese, a ragione!, per non aver notato «che la numerazione dell’ultima raccolta segue quella di due raccolte precedenti». Di Ruscio lo ribadì a Lucini[10] (che trovò la sua nota a me diretta «troppo… permalosa, ma lui è uno così: […] quando qualcuno lo apprezza sembra che lo voglia prendere a pesci in faccia… È il personaggio insomma»), dopo un prodromico «innanzi tutto ho fatto un elogio, non ho mai avuto una recensione dove si è notato così tante cose […] però, lasciamelo dire, io credo che [Rienzi] non abbia capito la centralità della mia poesia. […] Sul Viareggio […] ha capito tutto il contrario e crede che tutto quello che nella raccolta è con la prima persona singolare sia il sottoscritto e qui sbaglia di grosso».
Dopo un paio di settimane una nuova mail[11], di tono più neutro, dopo la constatazione «che io ho troppo preteso dai lettori», insisteva sul verso del Viareggio. Risposi allora ad entrambe le mail, sia con argomenti tecnici che personali ed umani, e volli precisare che «in almeno 4-5 passaggi ho fatto menzione alla sua “incoercibile (auto)ironia” ed al suo “tono autoironico e dissacratorio”: è fin troppo chiaro che il riferimento al Viareggio l’ho letto e, speravo si capisse, interpretato sotto questa luce». La risposta fu (finalmente!) più cordiale (inglobata poi nella terza lettera, che chiude con un notevole: «non sono tanto matto da dover essere internato ma neppure tanto savio di andare in giro sciolto»). In seguito mi girò una mail di Alfredo Luzi con un cenno sul mio «acuto saggio» («mi pare abbia individuato una serie di tematiche che caratterizzano la tua esperienza letteraria.») e mi inviò alcuni materiali, non omettendo di tornare, con remore, sui pregi («pieno di note e di citazioni, così profondamente io mai ho letto le mie poesie, anzi io non mi rileggo mai e neppure sono capace di leggere con attenzione il tuo saggio, gli ho dato una vista») ma anche sui limiti del mio saggio («ti spedisco cosa scrisse sul sottoscritto Majorino in maniera più sintetica e più precisa»). Nel frattempo, Lucini aveva pubblicato[12] le Lettere mai (? – ndr) spedite, con questa efficace introduzione: «Di Ruscio […] meglio di uno studio, ci chiarisce, pur nel solito tono incline all’ironia e allo sberleffo, qualcosa che potrebbe sfuggirci della sua poetica, e in particolare due aspetti: il primo è che il tono del nostro autore, anche quando sembra tetro, autocommiseratorio, depressivo, in realtà fa parte del suo gioco, entra come paradosso nel suo tono giocoso e ironico e quindi acquista un significato diverso (opposto) ad alcuni rilievi che […] fa Rienzi (peraltro uno dei più acuti lettori di Di Ruscio, a mio parere). Il secondo è la rivendicazione della perfetta corrispondenza, in Di Ruscio, fra opera e vita. […] Questi due punti sono imprescindibili per una sua lettura».
Più di un anno dopo[13] un sorprendente «L’affollato niente del sottoscritto, esiste anche l’affollato scemo di uno che si è permesso di recensire le mie poesie» chiuse, di fatto, questo umbratile carteggio. Mi spiacque di non essere riuscito a trovare la giusta sintonia con un poeta autentico e con una persona di valore. Sarà anche per questo che in un mio testo[14], scritto verso il 2010, la immaginifica presenza di un «tornitore che affilò chiodi/ uno ad uno per oltre quarant’anni», rivela quale segno mi abbia comunque lasciato l’incontro con Firmum.




NOTA: a seguito della scomparsa del fondatore Gianmario Lucini e della revisione del sito, le pagine di Poiein.it anteriori al 2014 non risultano più disponibili; le ho comunque citate per rispettare l’integrità dell’articolo; la documentazione relativa al carteggio e citata è conservata in vari formati dal sottoscritto

[1] Firmum: lapidario e toponomastico pseudonimo usato da Di Ruscio
[2] http://www.poiein.it/autori/D_E/DiRuscio/AAA_Di%20Ruscio.htm
[3] http://www.poiein.it/autori/2005/2005_05/22_RienziDiRuscio.htm
[4] L. Di Ruscio, Non possiamo abituarci a morire, Schwarz Editore, 1953, con pref. di F. Fortini
[5] G. Majorino, a cura di, Poesie e realtà ’45-’75, Savelli, 1977
[6] L. Di Ruscio, Le streghe s’arrotano le dentiere, 1966, Marotta, 1966, con pref. di S. Quasimodo
[7] I brani de L’ultima raccolta sono numerati da CXIV a CCCXVIII; per motivi di spazio userò qui i numeri arabi.
[9] Non io, ma Iddio. L’ultima raccolta di Luigi di Ruscio, in Tratti, n. 63, 2003
[10] Mail di G. Lucini, 26.7.2016
[11] Mail del 10.6.2005, ampliata nella seconda lettera mai spedita
[12] http://www.poiein.it/autori/2006/2006_09/15_DiRuscio.htm, 15.9.2005
[13] Mail, 27.12.2006
[14] Il tornitore di chiodi ed altri (un eccesso imprevisto), in Notizie dal 72° parallelo, Joker, 2015

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