Da Vocativo, di Andrea Zanzotto

Immagine: copertina di Andrea Zanzotto. Le poesie e prose scelte, Mondadori, 1999

Ineptum, prorsus credibile
 
I.
Perché questa
terribilmente pronta luce
o freddissimo sogno immenso
su cui trascende
perpetuo vertice il sole,
da cui trabocchi tu, tu nella vita?
Non ha mai fondo questa nascita
mai fondo questo squallido prodigio,
no non dici, ma stai nella luce
immodesta e pur vera
nella luce inetta ma credibile,
sospinto nella vita.
 
Nasci oggi col sole con la ferma
virtù che di tensioni
supreme accende
le legioni dei monti,
nella sua bocca pura
ti porta l’azzurra vita,
debole e molle stilli dall’azzurro,
debole
bianca lacrima sporgi
nel grumoso abbagliante mattino;
attraverso l’autunno
ecco il tuo segmentarti
in sale e istanti
in memoria e sapore
 
Sangue e forma, stoltezza e trionfo,
gemito offerto alle chiare
vagabonde uve,
occhio nuovo al geranio allo scoiattolo.
Ma freddissima e immensa
sta la gloria in excelsis
oltre il grigio spigolo del mondo;
e gode di tutto il suo peso fulgente
e avanza il sole col passo precario
e audacissimo là dove la mente
non può seguirlo che a morirne.

II.
Chi, luce, a te mi conferma,
chi alla sostanza al tangibile, al folto?
E la salvia finezza sull’orlo degli orli
dei monti, dove odora?
Dove i fiori scolorano al desco della luna?

Conversione di viscere
sole mutato in luna
conversione delle erbe e del respiro,
io sono già a riposo percorso dal casto
gesto di Diana, da dolenti barbagli
di dalie e larve.
E’ tramonto od è luna
e in aumento perpetuo
o in perpetuo decrescere è il sole?

Vuoto di ragnateli
per valli e fessure,
vuoto di nascita e sangue.
Acqua e che verbo petroso
deponi ai piedi di questi monti,
colli e che verde spietato
rivelate ad un fuoco
disuguale e nefasto
o – è lo stesso – ad un fuoco
equilibrato e acuto
contro il muro ch’io piango; e alza il muro
sé dalla stanca testa
stanca di nascere e nascere
nell’atroce gemmante vita.

Io attesto

Non a te nudo amore.

Non a te nudo monte
s’indirizza lo stelo d’oro
che la mia penna proietta nella sera.
In neon i lampi s’ingigliano.
Deneb – e la siringa nel nido d’acqua sterile.
Scandalo e campane
nella tetra città sotto monte.
Monte: ore dall’occhio d’osso
larghissime versi,
sapore stabile d’erbe, manto d’erbe,
miraggi amareggianti di fontane.
Vedi il fiore marcito in un riflesso.
Crolla sulle bandiere sulle piazze
la tua luce, di monte, luce volta
altrove,
il tuo peso il tuo canto
non ascoltato
non abitato.
Vedi il fiore in un brivido, surrexit.
Canfora e sangue da me
torpore, pavimento.
Altrove
io sordamente attesto,
io discendo dal mondo.
Il mio domani.

Tu (monte) distinto dal palpito
dei semafori incerti,
dio di deserti e di pieghe e di sere…

 
da Vocativo in Andrea Zanzotto – Poesie (1938-1972), Mondadori, 1973, pagg. 98- 102


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