Gli inediti di “Quinto repertorio di poesia italiana contemporanea” di Arcipelago Itaca, luglio 2021 – Parte II, con una poesia dalla silloge “Di sesta e di settima grandezza”

In occasione della sesta edizione del Premio nazionale editoriale di poesia “Arcipelago itaca” (anno 2020 – ndr) sono state raccolte oltre quaranta proposte di selezioni di testi inediti (da un minimo di quattro ad un massimo di dieci per ogni selezione) con l’intento di produrre quello che sarebbe poi divenuto il Quinto repertorio di poesia italiana contemporanea curato da Arcipelago itaca Edizioni.
[…]
Otto sono le proposte scelte, risultate cioè vincitrici della Sezione A della sesta edizione del nostro Premio, e quindi incluse nella presente pubblicazione, per un totale di tre autrici e cinque autori diversi per stile, per età e per regione italiana di provenienza: Maria Beatrice Di Castri, Ksenja Laginja, Michele Paoletti, Matteo Piergigli, Paolo Polvani, Alfredo Rienzi, Sipontina Debora Rinaldi e Guido Turco.

dalla Nota introduttiva, pag. 5

vedi Quinto repertorio di poesia italiana contemporanea – Parte I



Paolo Polvani, da CRONACHETTE ISPIDE

Il volo della rondine

Se Dio avesse una voce sarebbe quella
del volo della rondine, la stessa eleganza di certe improvvise
giravolte, quel distacco, quella suprema indifferenza,
le stesse cortissime zampe, la precisione ellittica con cui
porta il disordine dentro l’esatta matematica del cielo, turgori
e mancamenti, ostinazioni e abbandoni repentini, è così
che Dio si esprime, e il volo della rondine è la sua stessa voce,
leggera e assente, visione del caos e di una fame che s’indovina
dietro quel nero di fulmine, quelle ali che parlano
di una sublime geometria, della rapace leggerezza con cui disegna
il mondo, l’algoritmo segreto di quando plana, e sì, Dio
ha la voce del volo della rondine, quella rondine estrema che di aprile fa
un capolavoro di passione e di ardimento, un veloce assalto
dal cuore profondo della vita, quella voce con cui ci raccoglie
e ci conduce in alto, nelle braccia di un enigmatico abbandono.

(pag. 56)


Alfredo Rienzi, da DI SESTA E DI SETTIMA GRANDEZZA

C’è nel silenzio ogni voce ogni suono
possibile: il bianco che si disfa
nell’iride, molecole-galassie
che ronzano, uova incerte se aprirsi
o indugiare nel loro simbolismo

ci sono nel silenzio
gli elementi al precipitarsi nudi
nei loro mulinelli
i canti di meduse e di sterne

poi l’infinita serie delle favole
quei loro finali mai ascoltati


(pag. 75)


Sipontina Debora Rinaldi, da OPERA SENZA TITOLO

4.

Ieri, che hai fatto una visita ad un infermo
mentre immergevi le dita nell’olio
i paramenti si sono incagliati alla sbarra del letto
e non volevano uscire;
strisciando i denti, come li tirasti. Col solo braccio sinistro
perché la destra manteneva il segno: beati coloro che piangono
che ti sarebbe servito alle esequie. Mentre tiravi, e l’amìtto per scherno si irrigidiva,
pensavi al modo di fare sudare le palme e la voce domani;
le traiettorie composte dei singoli sguardi.
Uno alla moglie: compianto
alla sorella: pietà
alla nipote del morto: coraggio!
E poi: beati coloro che piangono! E tutti a piangere – immaginavi –
Questa mattina, che invece ti trovi al cospetto
di qualche blandizia del sole di Capua, e bevi docile,
e ti limi i denti di sopra la sacca del collo,
ti è sovvenuto di avere mentito alla moglie del morto, e non sapendo che dirle
hai risposto al telefono: mi trovo a Capua.
Ma il funerale si celebra di pomeriggio; dovrai mostrarti.
Di questo sole d o l o s o che mi traluce attraverso le palpebre
io dovrei fare una ruota dentata
e trascinarla da te.

(pag. 83)



Guido Turco, da L’UOMO

2.

Conduceva indagini eccentriche. Ne otteneva un lampo che acceca e squarcia, allude alla paranoia del sapere che non si potrà sapere, conoscere nulla di come viene trattata la propria vita,
ecco tutto è detto e scomparso dentro il congegno.
Manteneva l’illusione che questo bastasse per registrare autentici capolavori. Deambulava nelle immagini come fossero dei gesti secchi, fotofinish.
L’abilità di interpretare segnali la bilanciava con una persistente incapacità di perdersi,
una fede assurda nella parte invisibile del mondo, maggiore nelle stelle se in condizioni di spazio costretto, meno nella presenza di una qualche forma di vastità.
Si autorizzava lo scetticismo della gente di mare, dei caravanserragli nel deserto adottava la capacità di scomparire,
gli ultrasuoni e la telepatia sul fondo degli sguardi, si nutriva esclusivamente di imprendibili serpenti addormentati.

(pag. 88)

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