Una lettura di La ragione della polvere, (peQuod, 2020), di Luca Pizzolitto

Luca Pizzolitto, torinese  del 1980, educatore professionale, si occupa di poesia da tempo ed ha già una ricca e qualificata bibliografia alle spalle che merita, anche per l’indizio che fornisce, di essere – almeno in parte – ricordata: Ogni gesto produce rumore (Fondazione Mario Luzi, 2014), La terra dei cani (Associazione Culturale Thauma, 2012), Una disperata tenerezza (Ladolfi, 2014), In disabitate lontananze (Ladolfi, 2015), La nuda vita (Transeuropa, 2016), Il silenzio necessario (Transeuropa, 2017), Dove non sono mai stato (Campanotto, 2018), Il tempo fertile della solitudine (Campanotto, 2019). Nel solo 2020 ha pubblicato altre due raccolte: Tornando a casa (puntoacapo) e La ragione della polvere con peQuod, della quale mi occuperò e che si conclude con un ultimo testo, che, proprio dopo aver appena letto la bibliografia, può apparire, con uno screzio di ironia, sorprendente o spiazzante:

«La stilografica aperta/ da non so quanto tempo,/ il foglio bianco davanti,/ immobile, il mio sguardo/ si muove sicuro/ sul vuoto che sta intorno.// Sono di nuovo qui,/ seduto, incapace/ di scrivere qualsiasi cosa,/ anche la più banale,/ in questo infinito istante/ di niente per me così vicino/ ad ogni vostro morire.», (pag. 122).

Dice molto, questo testo, se in esso affluisce l’extratestuale (bibliografia) citato, sulla necessità del poeta torinese di vivere in costante declinazione poetica, sullo sgomento del silenzio-morte, cui opporre, costantemente e salvificamente la parola poetica, anche se questa consegue spesso all’osservazione del vuoto, della distanza dalle cose, del loro svanire e farsi polvere.

È lo stesso Pizzolitto che, in un’intervista di alcuni anni fa, illustra quest’aspetto fondante della sua poiesis: «Scrivo un po’ ovunque, scrivere per me è un qualcosa di necessario, come mangiare, dormire, bere. Per questo, mi capita anche durante il caos della giornata, di appuntare una frase, mezzo verso che mi si fissa nella testa e non se ne va. Ma, in genere, è nei momenti di passaggio, nel tardo pomeriggio che si fa sera, o nella notte che si avvicina al mattino, il momento in cui mi dedico intensamente alla lettura ma, anche e soprattutto, alla scrittura».[1]

Il poeta torinese costella i suoi momenti di occasioni poetiche, spesso senza luogo, ma con un frequente cronologia interna, sia riferita del giorno (albe e notti, mezzogiorni e sere, non raramente pronunciati dai cieli che si specchiano nei versi) che al mese o alla stagione. C’è un rapporto vivissimo con il ruotare del giorno e lo scorrere del tempo, un equilibrio indefinito tra il tempo e la sua assenza. Un diario obliquo che talora prende le mosse sia dall’esterno (i castagni scossi dal vento; i muri bianchi di case vuote ecc), ma più spesso sorge direttamente da un flusso di pensieri, meditazioni e intuizioni, in quel cercarsi «nelle profondità/ sconosciute di me stesso». Pizzolitto si esprime con componimenti mediamente brevi in versi liberi e sintatticamente lineari e compiuti, che ricercano, senza allargare il vocabolario e ricorrere ad accostamenti forzati, l’intaglio nitido dell’espressione. La raccolta fluisce così e si dà al lettore, con trasparente intimità. Sempre con la necessità, però, di un passo cadenzato, di soste e sospensioni

La ragione della polvere è organizzato in cinque sezioni: Spasmi, Noi che abbiamo perso la fame, Dal profondo, Benedizioni, Prekrasnyj (Lo splendore della bellezza), ma già dal primo componimento appaiono gli ingredienti primari dell’intera opera: l’attesa, il senso della fine, la sofferenza della vita, cui si oppongono l’incanto e l’amore:

«È qui che si spezza e si frantuma l’attesa,/ è qui che si fa livido e incerto/ anche l’incanto, il senso della fine/ […]/ Tutto ciò che vive soffre,/ un grido di rabbia e d’amore.», (pag. 9).

Pizzolitto rappresenta scenari interiori dominati dalla polvere, e dal vuoto, che ne costituisce scura ipostasi e conseguenza, dal niente «senza stelle», «opaco di questa vita», «colmo di misericordia», «nell’accadere del nulla».
Nella prima sezione, Spasmi, polvere e cenere, e nelle successive, il richiamo alle «cose che passano», a «ogni cosa umana [che] cade», al «tutto [che] cade inesorabile», all’«inesorabile farsi polvere/ e svanire di tutte le cose», ecc orientano verso un apparente nichilismo, che tale non é. Perché la polvere, come palesato nel titolo, ha una ragione. Una ragione che la racchiude, come polarità destruens, nel tutto, in cui ha contemporaneamente dimora «la rovina e il canto», «l’abisso e la luce». Così per o nonostante il «silenzio di Dio», l’«abisso di Dio», la «nostalgia di Dio», il poeta si scopre nell’«inesprimibile/ desiderio d’infinito» che «spinge e rinasce».
L’intera raccolta può, senza demarcazioni rigide, essere letto anche come un percorso tra un disperante vuoto e la dimensione dove, «poco più in là/ dimora la luce».
Al senso di dissolvimento, di «morte e naufragio», di vuoto, il poeta oppone –sentieri che, specie nelle sezioni finali – Benedizioni e Prekrasnyj (Lo splendore della bellezza) – accolgono istanti di quiete, la misericordia della mani, una «fede scalza e silenziosa» e un anelito di salvazione. Un componimento dell’ultima sezione, a pagina 112, tra i tanti, è esemplificativo in tal senso:

Ora il nero della notte
ti è entrato nella pelle,
ora le grida senza pace
ti tolgono il sonno e il riposo.

Eppure più in là,
poco più in là;
dimora la luce.

Il tuo domani
salvo e risorto.


[1] Intervista a cura di Maria Luisa Dezi (novembre 2019),  https://www.wikipoesia.it/wiki/Luca_Pizzolitto

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