Sillabari dal cortile, di Fernando Della Posta

Fernando Della Posta, Sillabari del cortile, Macabor, 2021. Prefazione di Nicola Grato

Sillabari del cortile è la settima raccolta di Fernando Della Posta, nato nel frosinate 37 anni fa e che vive e lavora a Roma. Settima raccolta che chiude un decennio di intensa attività poetica il cui esordio in versi risale al 2011 con L’anno, la notte, il viaggio (Edizioni Progetto Cultura).
Si tratta di una raccolta di oltre ottanta componimenti, distribuiti in dieci sezioni o gruppi di testi, il più esiguo dei quali consta di tre poesie e il più ampio di dodici, ma la raccolta, pur mostrandosi in qualche modo composita, resta sostanzialmente omogenea, pur esprimendo qualche mobilità formale – mai troppo insistita. Soprattutto, ma non esclusivamente, nelle prime sezioni, l’autore predilige scarti tra i versi, con una trama sintattica nitida che include frequenti incisi assertivi e sentenziosi, e orienta passaggi cautamente enigmatici.

*
La maturità è il peggioramento.
Per pochi difetti che si risolvono
tanti s’incancreniscono. Ascolto
bambini con parole senza ritorno.

(pag. 26)


*
Difficile passare tra le maglie
della corporeità. il sorriso del teschio
prova che l’anima
non conosce mancanza.

(pag. 121)


Il ricorso a macroallegorie (“Re e soldati”, “Città e stanze”) e ad un vocabolario che non disdegna termini ricercati (“convolvolo”, “acquai”, “filacce”, “vallicella”, “bucranio” ecc.) determina una lettura densa e tesa, che solo in alcune sezioni (o in testi di esse) predilige immediatezza e qualche slancio narrativo, (es. Cinecittà, Quello che non si può dire/2 ecc).
I testi sono per lo più brevi; per esempio nella sezione eponima Sillabari dal cortile, dominano quartine (in prevalenti endecasillabi) e meno di un terzo delle poesie della raccolta eccedono i sei versi.
Ciò precisato si deve notare come ruotino nella raccolta occasioni e situazioni diversificate, coese nelle singole sezioni, ma tra le quali si muovono e lasciano traccia alcune ricorrenze.
Due mi sembrano più presenti o, almeno, incisive.
La prima è una presenza tangibile di una realtà oggettiva (“oggetti nella stanza”, “l’appartamento vuoto”, la “vecchia casa” dal “mobilio antico e impolverato”), ma soffocata da un senso di disfacimento espresso ripetutamente: “equilibrio provvisorio”, “illusi di poterci conservare”, “rovina di un cortile abbandonato”, “vestito per il lento/ passare del tempo”, il catrame che “si disferà come il pane” ecc. Una presenza che da pietra si fa carne e vita, che scorre, si tramanda e sfuma. L’archeologia delle cose si fa cronaca e storia d’umanità, e critica civile alla società dominata dal “dio delle sopravvivenze”:

*
Giovani costruiamo un mondo per giovani
illusi di poterci conservare
ma gli anni ci stringono alle lusinghe
dell’inganno di una stasi felice.

Ma troni ogni deluso della vita
a chiedere un futuro che non sia
rovina di un cortile abbandonato!

(pag. 61)


[…]
le passate generazioni ci urlano incoscienti
della loro vita non capita,
[…]
Le passate generazioni ci parlano
come morti che cercano pace.

(pag. 96)

Il senso civico ed etico della poesia in Sillabari dal cortile emerge, scevro da retorica e persino nella penombra della rete dei testi, da ripetute sentenze: “Vita così non è diversa/ da quella dello stercorario” (pag. 23); poi diventiamo altro:/ imbonitori di agonie suddite al soldo” (pag. 84); “Il potere è una cosa che striscia/ […]/ le ideologie di morte non avranno mai/ l’ultima parola” (pag. 94) e diventa palese macroallegoria nella sezione “Re e soldati”:

Cose terribili accadono ai re,
gli unici che non riposano da morti.
La morte del re è sempre assassinio,
ci sarà sempre un dio
che gli avrà dato e gli avrà tolto.
Cose terribili accadono ai re.

(pag. 35)

Una seconda serie di riferimenti ruota attorno ai ricorrenti lemmi “morte/i”, che sembrano intersecare, con un senso di frattura e in negativo, i concetti di storia, civiltà, continuità: “i morti ci guardano da terra” (pag. 74); “Affermano di aver tradotto/ i segni dei parenti defunti nei sogni” (pag. 91); “Chi afferma di sapere/ ha la certezza dei morti” (pag. 109); “Le ceneri delle ossa dei morti/ […]/ sono disperse da millenni./ La città è cannibale/ potrebbero essere le pagliuzze luccicanti/ delle vernici sugli autocarri.” (pag. 67). Non si tratta, quindi di una riflessione sulla morte, né di un vezzo ossianico. Ma si cala il senso del morire, del lasciar morire, nelle attualità delle trasformazioni, quanto è stato vivo e che renderebbe vitali “città e stanze”, “caseggiati” e “cortili”, “strade” e il corteo delle opache situazioni della contemporaneità. Ma il poeta che – ripetiamo – sostiene che “le ideologie di morte non avranno mai/ l’ultima parola”, nello “sporcarsi di cose” – come scrive il prefatore Nicola Grato -, nel mostrare i limiti e le fangaie del mondo conosce il suo ruolo, le possibilità della poesia, contro la “Babele […] cresciuta come un intrico nei cieli”. Questo, infatti, vuole essere il suo lascito:

Lascito

In queste frasi abbellite
il nostro amore si nasconde
negli spazi fra le parole.
Riempirli devi col tuo immaginare,
farti fare persona è dono che affidiamo al mare,
tante gocce salte mirano a decomporre
il sigillo e la carta ingiallita.
Amore è concedere possibilità.

(pag. 104)





Fernando Della Posta è nato nel 1984 a Pontecorvo in provincia di Frosinone e vive e lavora a Roma. Ha ottenuto numerosi riconoscimenti in premi letterari nazionali e internazionali. Nel 2011 ha pubblicato la raccolta di poesie “L’anno, la notte, il viaggio” per Edizioni Progetto Cultura e, sempre in poesia, nel 2015 “Gli aloni del vapore d’Inverno” per Divinafollia Edizioni, nel 2017 “Cronache dall’Armistizio” per Onirica Edizioni, nel 2018 “Gli anelli di Saturno” per Ensemble Edizioni, nel 2019 “Voltacielo” per Oèdipus Edizione, nel 2020 “Sembianze della luce” per Giuliano Ladolfi Editore e nel 2021 “Sillabari dal cortile” per Macabor Editore








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