Su “Un garbo libero” di Carlo Molinaro. Una lettura di Paolo Pera

Carlo Molinaro, Un garbo libero, Edizioni del Faro, 2021, prefazione di Alfredo Rienzi

leggi alcuni testi di Un garbo libero, nel sito

SU “UN GARBO LIBERO”[1]


Non sarà facile trovare il giusto modo per scrivere dell’opera Un garbo libero (Edizioni del Faro, 2021) di Carlo Molinaro, soprattutto per il profondo dramma che di pagina in pagina – quasi senza dare segni compiuti di sé – viene a presentarsi, dramma che Molinaro tratta con stoica delicatezza, lasciando però vedere appieno l’amore che vive dietro ogni poesia.

Il libro è strategicamente diviso in tre sezioni: Prima di C., Con C. e Dopo C.; chi fu C.? La dedica a Cristina Paolino ci dà la risposta, di certo il più profondo e maturo amore del poeta, amore che la differenza d’età superava pienamente («[…] “Cosa pensi?” – chiedi / cogliendo astuta un mio silenzio. “Niente”. / “Impossibile” – ridi. “Va bene, pensavo / al tuo corpo mirabile e al mio / che troppo stona accanto”»), amore che da un garbo libero[2] è veicolato: «[…] con un garbo libero / inedito, nuovo, rivoluzionario / medicare d’amore la fragilità». L’incontro con C. deve pertanto essere stato una cura prodigiosa per il poeta che da questa dichiarata fragilità ricavava un vivere sospeso, dubitante, rassegnato alla realtà, all’inemendabile presente: «Sempre un’attesa, ma di cosa?». La vita con C. lo portò in una sospensione altra, una sospensione felice; la sua fuga, altresì, l’ha restituito allo smarrimento.

Quest’esperienza gioiosa – racchiusa nella sezione Con C. – sembra quasi essere uno spiraglio d’eternità nel tempo immobile e nondimeno dissipantesi del poeta, l’amore è dunque capace di tanto? Questa sezione, tra riflessioni e immagini pornografiche (che non sfociano quasi per nulla nello scabroso, giacché presentate entro un bello stilo: «Con un bacio mi passi il sapore / del mio sperma, dopo un pompino / magistrale»; «Filmai in un bosco una donna pisciare / l’altr’anno in un giorno che parve d’amore». Va infatti ricordato che in un’interpretazione più democratica [e “a sinistra”, oserei dire] del Romanticismo tedesco ogni cosa – anche gli oggetti più banali, anche le volgarità – può essere romanticizzata, resa poetica insomma: «Ma voi cosa intendete per romantico?»); dicevo: questa sezione ci trasporta lungo tutta la relazione della coppia, dall’innamoramento che il Nostro confessa alla figlia («[…] mi dice: “Sai perché la gente non capisce / nelle tue poesie la tua visione dell’amore? / È perché tu in amore non vuoi l’esclusiva / ma al tempo stesso cerchi un vincolo eterno / […] parli d’amore libero ma il tuo amore libero / non è senza lacci, anzi è con molti lacci” / […] Mi commuove il suo cogliere bene / qualcosa che spesso nemmeno a me stesso / è chiaro davvero. Le confido che infatti / anche adesso in una fragile ragazza / (di sette anni più piccola di lei) / conosciuta da meno di tre mesi / ho già deposto parti del mio cuore / e già sarebbe, se si allontanasse, / una mutilazione») alla silenziosa sparizione di C. dai radar del poeta, venuta quasi naturalmente e con rispetto del suo apparente “bisogno di svanire” («Forse nulla / è accaduto davvero tranne ciò / che mi racconti tu quando ti credo»; «Forse / ciò che s’è vissuto ha destino / simile al corpo: s’ammala, imputridisce»; «Hai fatto bene / a fuggire lontano – che dolore / ho nel dirlo…»; «Ora che tu mi consideri morto / come potrò conservare i momenti / meravigliosi che abbiamo vissuto?»; «Non ci sarà riparo / al dolore d’amore»; «La morte / è meno crudele, uccide e basta, questa / è invece morte retroattiva, terge / via ciò che s’è, nella vita, dipinto / di meraviglioso»); frammezzo a questi due periodi v’è la pace e la bellezza: «Spesso il bene / di vivere ho incontrato / e spesso il male, certo, ma di questo / s’è già troppo parlato». Il tempo dell’abbandono invece viene a coincidere con l’avvento del famigerato Covid-19, la malinconia di Molinaro si concentra così pure sui pestiferi e restrittivi tempi in cui il Mondo libero è incredibilmente incappato: «quella notte verso il primo febbraio / stetti male molto, gola chiusa / nel profondo, muco, fatica / a respirare, mi parve / mai così tanto prima, pensai / di chiamare la guardia medica, poi / non lo feci, resistetti, chissà / forse fu la còvide». Durante il confinamento claustrale l’umano mostrava la sua bislacca inventiva, il poeta tutto guardava e – intanto – si guardava: «[…] ho un io incorporeo, è da fuori / che mi vedo vivere».

Nell’ultima sezione la tragedia si dispiega: «Dove sei, / per dove t’incammini, adesso, amore?»; un’ultima telefonata di C. – dopo un anno di silenzio – raggiunge Molinaro: «Ora capisco che era un saluto: / prima di andare via, concedermi di udire / ancora la tua voce». Egli, nella sofferenza di lei, non s’intrometteva: «Il dolore va bene: / non desidero che passi, sei tu», i saluti sono emblematici: «Ciao Cri. Ora, non soffrire più»

e pure: «Ti accolgano gli angeli / con cautela, che so io cosa vuol dire / sbagliare mezza parola con te»; difatti essa, alle probabili parole dell’officiante, – benché nella sola fantasia del Nostro –non si risparmia una correzione: «Quest’anima che hai chiamato / “ma che chiamato, l’ho deciso io / almeno questo”». Il suicidio di C. lascia una somma desolazione nel poeta: «[…] qualunque sia il motivo c’è chi / sta male qua / […] le ferite sono porte, passaggi / labbra aperte su un vuoto che chiede / in silenzio di non essere vuoto», Molinaro pure – e non solo C. – qua pare ferito e doloroso, ma al ricordo di lei si comprende reduce dal suo periodo – tutto sommato – più bello e rosato: «Fui felice nell’ansia (ora m’accorgo) / se ero là dove volevo essere». C., dunque, era questo luogo.

Paolo Pera


[1] Con una prefazione di Alfredo Rienzi.
[2] Azzarderei anche l’ipotesi che il suddetto garbo altro non sia che un modo d’essere totalmente emancipato (libero mentalmente, da – chessò – pregiudizi metafisici?, come pure corporalmente; tutto entro una compostezza che fa da contenitore alla libertà).

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