“La firma dell’acqua” di Cristina Raddavero. Postfazione e testi.

Cristina Raddavero, La forma dell’acqua, puntoacapo Editrice, 2019, Prefazione di Ivan Fedeli, Postfazione di Alfredo Rienzi

Postfazione

È un mondo che specchia se stesso, quello narrato da Cristina Raddavero nella sua convincente raccolta La firma dell’acqua, nei due essenziali fondali dello scenario: quello della memoria e quello, dettagliato, dei luoghi dove – a fronte del dominio, anche lessicale, di mare e sale (cioè la firma dell’acqua, con felice significazione), – l’”ubagu” (che nell’idioma ligure pre-latino indica le località impervie e inospitali dell’entroterra) si intesse con l”aprico”: l’oscuro, il lunare, dietro, accanto, dentro al dominante lucore solare, rivierasco. Nascosto e visibile, la grande antinomia della poesia di profondità.
Con un procedere, a tratti narrativo [«Venivano dal nord Italia e dalla vicina Francia,/ er le visite delle “famiglie” reali arabe e non/ la boutique riservava loro tutto il negozio/ Le serrande venivano abbassate per l’(oro)»], ma sempre poi sospeso [« Ero la bambina del sogno/ delle vetrine gialle/ della seta turchese/ dei damaschi rossi»] o rallentato dal verso breve e dal ritmo interno, le tessere del racconto procedono fluide e si accendono cadenzatamente con vigilati  innesti lirici, di profumo ligustico:


«Il poeta leva l’intonaco/ ai versi salmastri/ muove rime e assonanze nell’ entroterra/ ove ulivi millenari/ arbitrano il tempo»;

«Ogni mare crea il suo alfabeto/ come fosse sempre/ la prima e ultima onda»;

«Del mare d’inverno si ode il pianto/ senza mai vederne le lacrime/e prende sonno il geco».


Un passo della danza marca ritmicamente, battendo il piede al suono dell’imperfetto, i confini di  memorie «ripescate sul fondale/ della mente devota al sogno», magari in una «Sanremo che non c’è più», facendo «fatica a parlarne/ con  i verbi al passato», o lungo i binari di una ferrovia che è al tempo stesso arrivo e partenza, passato e presente. La casa cantoniera è al tempo stesso deserta e abitata, ma solo dai ricordi. Il mare e il sale (lemmi superdominanti) sono gli strumenti della memoria: infatti la firma dell’acqua è « nel granulo biancastro/ è tutta la memoria/ panica sostanza del nostos ». Va qui riportato un dato biografico, che non può essere definito extratestuale: Cristina vive in Val Borbera, “terra aspra e dolce” ai confini con la Liguria terra alla quale si sente profondamen«»te legata per storia, memorie e ascendenze familiari.

L’altro passo della danza, l’’aprico”, forse, muove con dovizia di particolari tra i luoghi, dove l’Autrice torna che si sgranano nome a nome: Riva Ligure (via Giardino, piazza Ughetto), Taggia. Albenga, Cipressa e Lingueglietta, il Poggio, Bussana Vecchia ecc. e  ancora e Sanremo, col suo dettaglio toponomastico (di vie – Matteotti, Cavour, Palazzo, piazze – Colombo, Bresca – e bar, negozi). E quanto li lega e collega: l’Aurelia, la provinciale, la ciclabile, i binari: è come un rosario al tempo stesso laico di sensi e essenze (nei bar, nei mercati, il profumi di melone, lavanda, rosmarino, la clorofilla. l’odore di frittura dolciastra dell’insalata, il vermentino) e quasi sacrale (di memorie e simboli: il faro di Punta d’Arma, la casa cantoniera, la tomba di Pastonchi, le Madonne dei Santuari). La compresenza, nello stesso affresco, del basso e dell’alto, del denso e del rarefatto trova nei versi di Si inverte il senso dove dal minuscolo pretesto delle zanzare, si dice del sangue (plasma) come «ciò che ti è più caro»: l’immagine, non tra le più potenti in apparenza, è fortemente rappresentativo dello spirito della raccolta. Che, ci dice la poetessa, è a modo suo, una preghiera. E altrettanto indicativi sono i seguenti due versi:«i pensieri sono gli occhi dispersi/ in un infinito che non si coglie», che bene esemplificano i meccanismi di innesco della poetica, dal sensoriale-esperienziale allo speculativo-rammemorativo.

Dove l’Autrice e la sua parola si calano in passaggi e presenze di maggiore impregnazione sensoriale anche la lingua si flette, dove occorre, nel tono, fino ad accogliere qualche locodialettismo (maccaja, a petito fêugo, panissa, brandacujun.

L’ultimo testo porge in epigrafe, citando la dualità “aprico e ubagu” un tributo ad Italo Calvino che. penso, valga – citando il grande narratore, da La strada di San Giovanni – come magnifica e appropriata chiosa all’intera raccolta: «D’int’ubagu, dal fondo dell’opaco io scrivo, ricostruendo la mappa d’un aprico che è solo un’inverificabile assioma per i calcoli della memoria, il luogo geometrico dell’io, di un me stesso di cui il me stesso ha bisogno per sapersi me stesso, l’io che serve solo perché il mondo riceva continuamente notizia sull’esistenza del mondo un congegno di cui il mondo dispone per sapere se c’è.».

Alfredo Rienzi
13 ottobre 2019



*
Hanno allentato il laccio elastico:
faticano a trovare l’ago
rovistano accaniti in profondità
nelle vene che non affiorano
non sono sentieri superficiali.
Escapologie ripescate sul fondale
della mente devota al sogno
non certo all’illusione.
Dalla falesia arretra il sale
lascia in dote il faraglione.
All’imbocco un vociare fastidioso:
turisti dell’ultimo minuto
venuti ad assistere allo spettacolo

(pag. 11)


*
Tace il mare di foresta:
questa sera al porticciolo
mi ritorna il tuo volto silvestre.
Ai Çìnque fêughi
la camicia ha bianca memoria
moria d’acqua e tanto sale
sullo scoglio meno battuto dall’onda.
Il posto auto in piazza Ughetto
altéra macchina del tempo

appena in tempo
per una nuova identità
documento sempre valido
per un espatrio dei pensieri

Intanto…

i pescatori rastrellano nuvole
su Genova la maccaja
in Francia, invece, il sole è oro

Sulle vele
di Lia e di Serena
il sale deposita il suo rigo
sulle bocche s’increspa un bacio
la vita si frantuma sulla carta
nella gola il verso secco del gabbiano
impudente chiude
il respiro infermo del mare

(pag. 16)



*
Si inverte il senso
delle lacrime
di sera d’estate
Sulla spiaggia
il veleno dell’oleandro
incespica in quello
di zanzare allestite
a pungere la pelle
nutrirsi del mio plasma
nella confisca di ciò
che di più caro ti appartiene

La piccola finestra
della torre saracena
ammicca a secoli di sale
quando la criminalità non si fermava
neppure davanti ai luoghi
della cura

Eppure nel granulo biancastro
è tutta la memoria,
panica sostanza del nostos:
Odisseo è passato anche di qui.

(pag. 22)




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