Tre poesie di Bartolo Cattafi, con una citazione critica di Franco Pappalardo La Rosa


Liffey River

La Birra Guinness ha molte porte scure
sui docks e qualche lume
sparso in un lento
regno di chiatte e di vagoni
di ruggine vagante lungo il fiume,
dove il cigno e il gabbiano sono amici
col petto bianco puntato contro il fango.
Più davanti, a lato della foce,
un prato di trifoglio nella pioggia:
in mezzo vi s’ammucchiano le nostre
giacche, le anime e i loro
segreti scoloriti, le belle
bottiglie tracannate
da una gola tenera, feroce.
E Cristo passa,
astro avvolto di nebbia o nido
per le stanche farfalle che partono da noi,
dolce luce d’oblio.

Dublino, 1952

(da Partenza da Greenwich, Quaderni della Meridiana, Milano, 1955)




Autocondanna

Non fummo né abili né attenti,
non vedemmo le cose, c’era buio.
Comparve un esile barbaglio,
era il filo di fiamma di una torcia
o d’altro dramma che riguarda l’uomo.
Le cose cominciavano a chiarirsi.
Chiedemmo arnesi d’emergenza,
sedia, benda, un gruppo di fucili
repentini.
                Alle spalle, che importa, ciò che conta
è la porta d’uscita per salvare
l’unica cosa amata, a lungo amata,
trafugandola al mondo, alla chiarezza.

(da L’osso, l’anima, Mondadori, 1964)



Queste cose terrestri

Queste cose terrestri
che scoppiano tra i piedi come rose
le raccatti ammirato le porti
ai più alti ripiani
e perdi il lume degli occhi
                                            non vedi
le altissime cose cadute in frantumi.

(da L’allodola ottobrina, Mondadori, 1979)


da “Il viaggio misteriosofico di Bartolo Cattafi” in Lo specchio oscuro. Piccolo – Cattafi – Ripellino di Franco Pappalardo La Rosa, Edizioni dell’Orso, 2004, pag. 75

Nei due tempi in cui la critica lo scinde – il primo comprendente Nel centro della mano [1951], Partenza da Greenwich [1955], Le mosche del meriggio [1958] e L’osso, l’anima [1964], e , il secondo, che inizia, distanziato da un ottennio, con L’aria secca del fuoco [1972], e prosegue con La discesa al trono [1975], Marzo e le sue idi [1977], L’allodola ottobrina [1979] e le postume Chiromanzia d’inverno [1983] e Segni [1986] – l’itinerario poetico di Bartolo Cattafi appare sicuramente non lineare, ma zigzagante dentro l’infinità dei percorsi labirintici tracciati dagli aspetti del reale: dalla fredda, ingombrante, ossessiva presenza degli oggetti, che ribalta prospettive, inganna, genera angoscia. L’intera avventura poetica di Cattafi, infatti, tende ad accreditarsi, letteralmente, come ininterrotto poema (o diario di bordo) e, metaforicamente, come viaggio, poi, si lascia intuire come impeto esplorativo e di ricerca, come ansia irrefrenabile di conoscenza.









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