Gli “approdi dei versi fuggiaschi” di Sergio Gallo

Sergio Gallo, Approdi/Landings, Arsenio Edizioni, 2020.
Traduzioni di Dario Rivarossa. Prefazione di Alfredo Rienzi. Nota critica di Cristina Raddavero

Prefazione

Sergio Gallo aggiunge un’altra preziosa tappa alla sua inesausta esplorazione in versi, coerente e fedele alla sua missione poetica. «D’alberi     insetti     uccelli    oceani     stelle/ mai mi stancherò di cantare […] E mai/ mi sazierò di te, bistrattata parola», scriveva infatti ne La parola naufragata in Canti dell’amore perduto, edito nel 2010. E la facile, ma non scontata, profezia ha continuato a realizzarsi, attraverso le successive opere Pharmakon, Corvi con la museruola e Beccodilepre, fino a questo Approdi per versi fuggiaschi, vero poema epico, che, è bene dirlo subito, canta gli epocali approdi (nulla, rispetto a quanto potrà essere…) della neonata era spaziale, ma non certo quelli definitivi del poeta piemontese, il quale dimostra con questa raccolta, esile ma incisiva, una sorprendente fertilità di sguardo e di scrittura.

L’esplorazione, perché di questo qui si tratta, di limiti e confini, di coraggio e destino, è nell’uomo, tra le spire del suo genoma, e coniuga le qualità proprie dei sapiens: intelligenza, curiosità, coraggio. Inutile, di fronte all’impulso esplorativo, speculare e discettare sulla ragione, sulle valenze socioeconomiche, politiche. L’uomo deve esplorare, proprio così come deve amare e desiderare. Forse in un’altra epoca, mutazioni antropologiche e biotecnologiche trasformeranno l’umanità in altro, ma ad oggi l’umanità è full of passionate intensity, nel bene e nel male, come cantato dal prodigioso William Butler Yeats.

E nell’apparente antinomia di trasudante umanità e algida tecnologia che sprigiona la bellezza del viaggio, anzi dei viaggi e dei relativi approdi, narrati da Sergio Gallo: e se le più umane delle note viventi sono la paura ed il suo fratello di sangue il coraggio, ecco è proprio questo che affratella l’esploratore al cantore. È, infatti, una pulsione che muove dall’ammirazione e dalla fascinazione degli eventi, passati e futuribili, quella che ha portato il poeta a viaggiare in versi, ma la sua navicella di parole, usa come carburante proprio il coraggio, poiché anche in questa raccolta il poeta-scienziato schiva i cantucci comodi di una poetica intima e omologabile, fedele alla propria personalissima sfida di percorrere strade inusuali, con la propria cifra tematica e linguistica.

È certamente ardito, seppur di grande fascinazione, il compito di rendere poeticamente quest’epopea. Così, il poeta-osservatore, fatalmente incoccia contro il muro del proprio limite e confine: di umano e umile testimone, imbarcato solo idealmente sui prodigiosi messaggeri di titanio dell’Umanità.

Così nel cassetto ripongo il plico
sperando che il mio lavoro
almeno possa essere utile
quanto quello del lombrico.

Con la scienza l’arte ha in comune la necessità intrinseca dell’esplorazione e del coraggio. Nell’Astronautica la seconda componente è misurata con congrui esponenti. Coraggio è anche quello della narrazione, ma questi versi ci trasmettono anche – puro, grandioso – il senso della meraviglia: tutt’una, del Cosmo e del suo minuscolo («a noi la conoscenza […] pochissimo accaffa»), ma instancabile indagatore terrestre. Soprattutto ne L’occhio di Hubble, Sergio Gallo candidamente, usando il suo tipico registro cronachistico, narrativo e perfino didascalico, non pone barriere né letterarie né emozionali al percorso conoscitivo dell’uomo tra le stelle: così fioriscono aggettivazioni che di apparente ingenuità si nutrono e dilatano: strabilianti, suggestive, affascinanti, mirabolanti, memorabili. Non può che essere così! Ricordo, una sera del febbraio 1972, tredicenne nel territorio indistinto agli ultimi confini dell’infanzia, (come molte di quel tempo, più tardiva e arginata di quelle dei millenials occidentali) Giove mi apparve a tutta pagina nel suo artefatto policromismo in una celeberrima enciclopedia del tempo. La meraviglia e la seduzione di quell’incontro non solo rimasero, con lisa aggettivazione, indelebili, ma orientarono in maniera sostanziale il mio approccio all’esplorazione del Sé. Il mio Hubble – accuratamente progettato con l’amico di tutta l’adolescenza a venire – non fu mai costruito: troppo complicato per la (im)perizia di due ragazzini. Lui, l’amico, acquistò un telescopio amatoriale, credo sui 15 centimetri di diametro. Io, di famiglia più modesta, dovetti accontentarmi di un modesto cannocchiale lunare.

Riporto questo mio ricordo personale per i suoi connotati generazionali: l’epopea della conquista della Luna e dello Spazio fu nella realtà un imponente gioco di potere tra le due potenze spaziali, ma ciò non scalfì, né mai scalfirà la straordinaria portata simbolica e rivoluzionaria. Passano i governi e passeranno le Nazioni, ma non la formidabile portata emozionale, prima ancora che politica e scientifica, di quegli anni: arrivo e partenza di evi.

Sergio Gallo è del 1968. Quando Neil Armstrong compì il piccolo passo, aveva pochi mesi e forse neppure emesso le prime lallazioni. Non canta (perché il suo è un canto partecipe, dietro il diaframma della cronaca alta, e quindi necessita dell’esperienza vissuta in prima persona) l’epopea dell’astronautica e della cosmonautica lunare: i suoi approdi sono planetari e stellari; gli eroi tecnologici del bardo sono le sonde interplanetarie, dirette «là dove grappoli di galassie s’imbrigliano», e la potenza quasi magico-visionaria, per intima e contrapposta essenza, dell’occhio ipertecnologico di Hubble.

Se “meraviglia” e “mistero” sono le vele del viaggio interstellare («strabilianti scoperte/ […] affascinanti misteri»; se la maestosità del Cosmo fatalmente apre «voragini nell’immaginazione» e parla, anzi urla, di altro da noi («attorno a stelle irraggiungibili/può germogliare, diversa, la vita»; « bramiamo/nuove e improbabili combinazioni vitali»; «Parole […] desiderose/ […] d’ascoltatori extraterrestri»; «Raggiungeranno mai/ altri pianeti abitati,/ altre intelligenze?») è nel viaggio in quella direzione che i poeti più d’altri sanno percorrere, ovvero quello verso l’umano (che reca intrinseco il concetto di limite, di confine) che si aprono dettati, non frequenti, ma salienti e null’affatto fuggiaschi: «le crepe nell’umana conoscenza:/l’insufficiente presa di coscienza»; «per quanto/ appaia pur ampia/ a noi la conoscenza,/ […] ci sovrasta l’Ignoto.» Dietro il suo idioletto tecnico-scientifico, senza concedere nulla ad una lirica che qui avrebbe potuto essere indocile a giuste briglie, il racconto del nostro ha possenti pilastri di interrogazione sull’Uomo e sulla sua ansia di interrogare, fuori di sé la vita altrove, per comprendere meglio la propria limitata natura.

La raccolta è essenzialmente bipartita: nella prima sezione, inedita, omonima alla raccolta, il verso fuggiasco viaggia in compagnia delle sonde interplanetarie, fino ai confini e oltre del Sistema Solare. Fin dove la materia umana è giunta. La seconda sezione L’occhio di Hubble, rivisitazione aggiornata del poemetto già edito in Pharmakon (puntoacapo Ed., 2014), conduce – geo-antropocentricamente – la testimonianza luminosa del Cosmo all’uomo. Un cosmo che ha le età estinte della sua luce e delle sue mappe ultraviolette, antiche, ma che ci raggiungono ora. In entrambe le sezioni, come è giusto attendersi in componimenti ad andamento poematico, il polittico assume valore incrementato rispetto ai singoli pannelli, e ancor più, l’intera raccolta rispetto alle sue parti, laddove, come in un’unica atmosfera, si respira l’aria di inesplorata frontiera. Ci piace credere (o sperare, o solamente illudersi, considerati i recenti approdi dei Cinesi on the dark side of the moon) che questa frontiera «planetaria non abbia più la tara (che, vero, fu anche sprone) delle contrapposizioni nazionali che caratterizzò l’avvio dell’era spaziale: il manipolo di scienziati, tecnici, astronauti (anche se qui non entrano in scena) che lavorano congiuntamente ad uno scopo mondiale è un’avanguardia in scala ridotta dell’umanità tutta, superando quel pessimismo (realismo?) inconfessabile nel «florilegio dell’umanità» scelto da Carl Sagan nel Golden Record a bordo delle due sonde Voyager per chissà quali occhi alieni, ma confessabilissimo dal poeta:

Non sarebbe stato più veritiero
testimoniare gli scempi, le brutture
le nefandezze delle “civili” società?
Le ingiustizie, il sangue, lo scandalo
profondo della vita, dell’uomo?

Che Sergio Gallo, poeta ed indagatore d’orizzonti, già appassionato testimone in versi della storia contingente dell’umano e dell’ampio variegato respiro delle res naturae, si faccia viaggiatore ed osservatore macrocosmico è atto, in definitiva, non sorprendente, anzi, coerente con la sua storia letteraria, ormai ampia e riconoscibile. Ma è scelta, ripeto, oltremodo meritoria e coraggiosa, come può esserlo la poesia che estende i limiti del narrabile e quando, nello specifico, si fa (ritorna) epica e mistero.

Alfredo Rienzi, Gennaio 2019


da APPRODI PER VERSI FUGGIASCHI / LANDINGS FOR FUGITIVE VERSE

7.
[Voyager Golden Record]


In un disco placcato d’oro
segni e frammenti, il florilegio
dell’umana civiltà: cento

immagini scelte da Carl Sagan
suoni di onde, tuoni, vento
il canto degli uccelli
e quello delle balene.

L’irresistibile pianto
d’un bimbo, lo schiocco
d’un bacio, i turbamenti
d’una donna in amore.

Saluti in cinquantacinque idiomi
dall’Accadico alla lingua Wu.
Una musicale selezione
di diverse epoche e culture:

Bach, Mozart, Stravinskij, Beethoven.
Louis Armstrong e Chuck Berry.
Raga, mariachi, flauti peruviani.

Le note d’uno shakuhachi.
Il canto notturno dei Navajo.
Il rito d’iniziazione delle donne pigmee.


7.
[The Voyager Golden Record]


On a gold-plated disk
signs and scraps, florilegium
of our civilization: a hundred

pictures, the Sagan selection,
sounds of waves, thunders, wind
the songs of both the birds
and the big cetaceans.

The overpowering crying
of a child, the smack
of a kiss, the anxiety of
a woman in love.

Greetings in fifty-five tongues
from Akkadian to Wu.
A summing-up of music from
different eras and cultures:

Bach, Mozart, Beethoven, Stravinsky
Louis Armstrong plus Chuck Berry
Raga, Mariachi, Peruvian pipes
the notes of Shakuhachi

the night songs of Navajos
the initiation rite of she-Pygmies.



8.

Sagace, suggestiva scelta, nevvero?
Eppure parziale… ingannevole…
Non sarebbe stato più veritiero

testimoniare gli scempi, le brutture
le nefandezze delle “civili” società?
Le ingiustizie, il sangue, lo scandalo
profondo della vita, dell’uomo?

In vece d’un messaggio di pace4
in un mondo d’armi, di guerre, porre
un avvertimento, una richiesta d’aiuto,
una prece invocante pietà, perdono?

E in luogo del celebre motto
di Seneca e Cicerone: per aspera
ad astra
, nell’alfabeto di Morse

non sarebbe stato meglio incidere
il grido di speranza, di dolore
d’un verso dell’Alighieri
di Omero, di Shakespeare?

Poetiche parole desiderose ormai
d’ascoltatori extraterrestri, di
nuovi approdi per versi fuggiaschi…

Biglietto da visita d’una umanità
in pericolo, di cui – chissà! – resteranno
solo poche sonde-bottiglie sperdute
nell’Oceano Cosmico sterminato…

4 Un messaggio di pace: nel messaggio, registrato dall’allora Presidente Jimmy Carter e dal Segretario alle Nazioni Unite Kurt Waldheim(!) si diceva tra l’altro in modo ambiguamente profetico: “Stiamo cercando di sopravvivere ai nostri tempi così da poter vivere fino ai vostri”.


8.

A clever, charming choice, isn’t it?
Yet so partial–––so deceptive–––
Truer to life it would have been

to witness the messy, the ugly things
the fould deeds of “civilization.”
The injustices, the blood, the profound
scandal of life, of humankind.

Rather than a peace message5 from
a war-and-weapons world,
to put a warning, a call for help,
a prayer for piety and pardon?

Rather than the famous phrase
of Seneca and Cicero, Per aspera
ad astra, in the Morse alphabet

would it not be righter to record
a cry of hope, a cry of sorrow
from the poetry of Dante
or Shakespeare or Homer?

Poetical words that by now want
some extraterrestrial listeners,
new landings for fugitive verse–––

the business card of a humankind
in jeopardy, of whom (who knows) only
few bottles/probes will remain, lost
in the boundless Cosmic Ocean. . .



5 A peace message: in the message, recorded by the then U.S. President Jimmy Carter and by the
then Secretary-General of the U.N., Kurt Waldheim (!), they also said, in an ambiguously prophetic
way, “ We are attempting to survive our time so we may live into yours.”




da L’OCCHIO DI HUBBLE / HUBBLE’S EYE

IV

Nelle notti oscure e silenti,
quando nel buio si continua
a brancolare e un buco nero
sembra attrarre senza
scampo, facciamo nostro
il grido visionario
di George Hale10 che
«Più luce!» chiedeva per i
suoi rifrattori a specchi.

Se poi più attentamente
ci apprestassimo ad ascoltare,
come l’instancabile Hubble11
dalla cima del Monte Wilson
forse potremmo udire
il sibilare delle stelle
nel Sagittario, eccentrico
cuore della Galassia.

Distinguere il brusio
che giunge dalle profondità
del cosmo. Quindi
ripensare a Schiaparelli
e dall’osservatorio di Brera,
sfidando l’inganno
dell’occhio, scrutare
il Pianeta Rosso, l’origine
di Leonidi e Perseidi.

10 “George Hale”: George Ellery Hale (1868-1938), astronomo e ottico statunitense.
11 “L’instancabile Hubble”: Edwin Powell Hubble (1889-1953), astronomo e astrofisico statunitense.


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