Tre frammenti da “Requiem” di Anna Achmatova

da “La grande poesia” di Diego Luschi – episodio 31



Tratto da Le culture del dissensohttps://www.culturedeldissenso.com/requiem/

Anna Achmatova compose le prime parti di Rekviem (Requiem) nel 1934, con l’intenzione di dar vita a un ciclo poetico, ma già nei primi anni Sessanta, quando rende pubblica l’opera nella sua versione definitiva, il testo viene dai più recepito come un poema. Il nucleo dell’opera è legato agli anni più dolorosi della vita della poetessa ed è prevalentemente composto nel biennio 1938-1940. Nel corso degli anni Trenta, la repressione staliniana arrivò a colpire i suoi affetti più cari. Nel 1934, il suo terzo marito, lo storico dell’arte Nikolaj Punin, fu licenziato dal Museo russo e nel 1935 fu arrestato. Stessa sorte toccò al figlio di Achmatova, Lev Gumilev, che già nel 1933 aveva subito un primo fermo, cui avrebbe fatto seguito quello del 1935. Achmatova, recatasi a Mosca, grazie all’intercessione di Boris Pasternak, riuscì a far rilasciare il marito e il figlio. In seguito all’assassinio del Segretario leningradese del Partito Sergej Kirov, le repressioni della ežovščina a Leningrado si fecero più dure, continuando a colpire trasversalmente Anna Achmatova. Il 13 marzo 1938, Gumilev fu nuovamente arrestato e poi condannato a cinque anni di Gulag, da scontare a Noril’sk. Dopo la guerra, in cui combatté in prima linea, nel 1949 subì la condanna a dieci anni di lager. Fu liberato con l’amnistia del 1956. Allo stesso modo, Punin fu arrestato nel 1949 e morì nel lager (Abez’skij) nel 1953. È questa serie di dolorosi e drammatici eventi a dare linfa ai versi di Requiem, sebbene il fulcro narrativo della testimonianza poetica ruoti intorno ai primi diciassette mesi di detenzione del figlio nel 1938-1939 con le estenuanti attese insieme alle altre donne, che vivono nell’angoscia per la sorte dei cari detenuti a Kresty, al carcere “delle Croci” di Leningrado. Per lungo tempo l’opera restò celata tra i versi bruciati, conservatisi solo nella memoria della poetessa, questo almeno sino al 1962. Agli inizi degli anni Sessanta, Lidija Čukovskaja divenne tra i principali testimoni della ‘rinascita’ dell’opera, che iniziò a circolare nel samizdat.  Va ricordato che Anna Achmatova compose e definì esplicitamente poemi soltanto tre testi: U samogo morja (Proprio sul mare), Putem vseja zemli (Lungo tutta la Terra) e Poėma bez geroja (Poema senza eroe). Nel caso di Requiem la poetessa maturò l’idea della composizione unica, che supera la concezione iniziale di ciclo poetico, solo negli ultimi anni di vita, e quasi di riflesso alle reazioni dei lettori e della critica, dopo che l’opera aveva trovato la via della pubblicazione all’estero. Fu Boris Zajcev, che pubblicò per primo il testo a Monaco di Baviera nel 1963, a definire Requiem un insieme di più brani in versi legati l’uno all’altro tanto da apparire come una composizione organica. La disquisizione tra chi ritiene Requiem un ciclo di poesie e chi lo definisce un poema avrebbe coinvolto critici autorevoli, tra cui Efim Ėtkind. Molte furono le traduzioni nelle principali lingue europee. In Italia, grazie a Carlo Riccio, l’opera apparve sul primo numero di gennaio 1964 della rivista Tempo presente (pp. 3-9), corredata da una breve introduzione di Gustavo Herling. La versione fu poi corretta da Achmatova in persona, con annotazioni sul dattiloscritto di C. Riccio e fu ripresentata su La Fiera letteraria del 20 dicembre 1964, in occasione del conferimento alla poetessa del Premio Etna-Taormina. Fece seguito la pubblicazione nella raccolta edita da Einaudi nel 1966. Mentre Poėma bez geroja venne in parte pubblicato in Beg vremeni (La corsa del tempo) edito a Leningrado dall’editore “Sovetskij pisatel’” nel 1965, di Requiem non si avrà traccia nella editoria sovietica per oltre venti anni. Vero è, che l’opera continuò a diffondersi grazie al ‘samizdat’; subito dopo la morte di Achmatova, sin dal 1966, a Mosca circolarono clandestinamente 25 esemplari numerati del testo dattiloscritto (in parte conservato nel Museo Fontannyj dom, a San Pietroburgo).  Soltanto nel 1987, in piena ‘glasnost’’ gorbacioviana, Requiem uscì sul n. 3 di “Oktjabr’”, grazie a Zoja Tomaševskaja, e subito dopo, a cura di Lidija Čukovskaja, sul n. 6 della rivista leningradese “Neva”. In Italia, le reazioni alla pubblicazione sovietica furono immediate e diedero nuova risonanza al nome di Anna Achmatova: Fiammetta Cucurnia, su “Repubblica” del 21 marzo 1987, definiva Requiem un’opera sugli orrori staliniani che riportava l’attenzione sulla storia sovietica chiamata a fare i conti con l’epoca del terrore. Poco dopo apparvero due nuove versioni italiane del testo: quella di E. Pascucci nel 1990, di M. Colucci del 1992, inclusa nella raccolta La corsa del tempo edita da Einaudi. Con la pubblicazione in Urss di Requiem, Achmatova entrava nel novero di quegli scrittori capaci di incarnare la coscienza del popolo, risvegliando la memoria sulle sofferenze e le ingiustizie patite in un’epoca di violente contraddizioni.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...