La foresta in città. Su “Dendrarium” di Alexander Shurbanov

Alexander Shurbanov, Dendrarium, Musicaos Editore, 2021. A cura di Valentina Meloni. Traduzioni di Valentina Meloni e Francesco Tomada


Tu non sai: ci sono betulle che di notte levano le loro radici,
e tu non crederesti mai che di notte gli alberi camminano o diventano sogni.

Alda Merini, Tu non sai, in L’anima innamorata, Frassinelli, Milano, 2000

“C’era un tempo in cui ogni albero, ogni arbusto, ogni erba venivano chiamati col proprio nome. Così gli uccelli del giorno e della notte e le stelle. Poi l’umanità si riversò nella città, confuse le lingue, ma dimenticò i nomi degli alberi, degli uccelli e delle stelle, che si fecero rari. L’impoverirsi del linguaggio ci rese poveri nel pensiero e impauriti nei cuori” (Anonimo, XX secolo): Alexander Shurbanov, tra i massimi poeti bulgari contemporanei, in Dendrarium, agisce come riparatore di questa oscena ferita e riassegna il nome proprio alle creature che hanno cullato l’umanità al suo sorgere e che accompagnano il suo passaggio sulla Terra. Così la creazione della galleria di ciliegi e pioppi, abeti e betulle, salici e tassi, tigli e carpini eccetera è in primo luogo operazione di nuova fratellanza, in un’epoca in cui ancora è drammatica la violenza dei nuovi arrivati umani, ma nella quale si registrano segnali di una rinnovata coscienza panica o, almeno e più pragmaticamente, di un necessario equilibrio ambientale. Sono gli alberi, gli arbusti e tutta una folla vegetale che il poeta quotidianamente incontra, a cui offre e da cui trae pacate e diversificate riflessioni. Il lettore ne viene reso partecipe attraverso una parola chiara e discorsiva – che alterna testi brevissimi a brani più ampi e a brevi prose – densa di senso, ma fluente nei modi. La sua raccolta a noi arriva attraverso le traduzioni dall’inglese delle versioni fatte da Shurbanov stesso, operate da Francesco Tomada e Valentina Meloni, curatrice ed autrice del magnifico saggio in postfazione La verde lingua degli alberi. Immaginario, segno, scure. Ma devo fare un piccolo passo indietro. Il titolo, che può apparire intuitivo per chi ha dimestichezza con le terminologie botaniche, mediche e scientifiche, dove “dendrite”, dal greco δενδρον, dendrum, albero, indica strutture ramificate, arborescenti (come nei neuroni o in certi stati minerali). Ma è più che opportuna la chiosa offerta da Valentina Meloni: «Utilizzando il latinismo intraducibile Dendrarium risulta evidente il taglio che […] Shurbanov, intende dare al titolo e quindi all’opera: quello di una lingua classica, un qualcosa di nobile che sta scomparendo, destinato alla memoria. […] Dendrarium […] è un giardino dendrologico, un arboreto», ma – aggiunge la curatrice – quello dell’Autore si potrebbe definire un arboreto salvatico. Vero, ma ancora più calzante sarebbe definirlo un arboreto urbano, perché i protagonisti sono anche e più frequentemente gli alberi di giardini, parchi della città, cortili, corsi, strade ecc. Ed anche se si nomina la foresta è foresta che «si è intrufolata in città, […] Se questa/ si può ancora chiamare/ una foresta».

Shurbanov realizza un diario concreto: non evade o sconfina in mitologie o ideologie, non convoca simbolismi esotici: Dendarium non è, precisa ancora Valentina Meloni «un manifesto di ecologia atto a creare slogan, non condanna la scure o la esalta […] è un luogo simbolico in cui si incontrano due mondi». Il poeta bulgaro ci porge con naturalezza i suoi pensieri rispettosi e ammirati per le creature verdi e le tante occasioni che li hanno generati. Domina un sentimento empatico ampio («il loro amore è fraterno»), ma particolarmente per le «amate betulle» («dolce betulla, mia cara sorella»), quasi una proiezione dell’anima vegetale del poeta. Sentimento però ampio e dilatato, esteso anche all’arbusto che cresce selvaggiamente in ogni direzione e che va incontro alle cesoie del giardiniere (Tìrati indietro), o al rozzo susino che insidia e rischia di soffocare la betulla del proprio cortile, ma che anche sostiene le fondamenta della casa (Ho avuto pietà della betulla) o, ancora, al gelsomino che, prima di vestirsi di «bianco nuziale», si fa notare solo perché è «più tracotante della gramigna/ aggressivo/ implacabile)» e senza avvenenza.

Lo spazio fisico ed emotivo di cui Shurbanov viene a godere, o meglio che egli stesso si crea, pare essere un privilegio, un godere nel qui e nell’ora della vicinanza arborea: «Noi – gli alberi ed io -/ ci guardiamo l’un l’altro/ e uno per uno/ (per l’ennesima volta)/ contiamo in silenzio le nostre foglie» (pag. 77); «Ma adesso/ trovandomi in perfetta solitudine/ a tu per tu con gli alberi/ che trascendono tutti i discorsi/ dimmi/ cosa devo fare» (pag. 139);
Fa da contrappeso a quest’intimità, nella poesia La banca esplosa (pag. 73), la figura della mendicante in lacrime che, presa dalla sua occupazione, non ha «il tempo/ di sollevare gli occhi più in alto/ delle mani» alle «arance mature/ [che] pendono dai rami/ sopra la strada» come pepite d’oro. Un contrasto profondo che connette e lacera simbolicamente ricchezze e povertà, materiali e spirituali, la terra (degli uomini) e il cielo (cui tende l’albero).

La raccolta è organizzata in quattro sezioni numerate, precedute da un testo a Prologo, dal toccante incipit dove due sentimenti cardinali della raccolta trovano dimora.
Il primo è il rimpianto per la perdita del rapporto armonico con la Natura («Vorrei poter tornare indietro/ a quel tempo da fiaba/ prima della dissacrazione»). Il termine usato da Shurbanov nella sua versione inglese è “debunking” e la traduzione con “dissacrazione” è quanto mai appropriata e centrale perché, anche se il tono è misurato, talora intimo e colloquiale e quasi mai acceso di verticalità, un’aura di spiritualità e di sacralità non è estranea alla visione e al sentire del poeta. Il rimpianto per un altro tempo collettivo, per una perduta alba, assume anche una valenza personale riferita ad una propria stagione passata, al «tempo dei giochi»: «la mia infanzia, a piedi nudi si arrampica al cielo» (così come, all’altro estremo, l’analogia delle foglie cadenti, dell’autunno che arriva, viene declinato a specchio, con sereno garbo, con l’autunno della propria vita, ma illuminato dall’attesa di nuova primavera, dove vi saranno le betulle «nei loro verdi abiti da ragazze/ elettrizzate/ e impazienti/ di devastare ancora le nostre anime».
L’altro sentimento, ancora più vivo e scolpito, è il rispetto: «Così maestosi siete/ fratelli miei/ miei sovrani». Rispetto che – ben saldo nel petto del poeta – ha comunque una radice intrinseca, oggettiva, forte della forza stessa degli alberi. Inemendabile se non dall’arroganza del bipede sapiens. Ne trasmettono il senso più autentico i versi di L’umida neve di marzo («gli alberi […] giovani e resilienti/ […]/ scenderanno il mondo/ come conquistatori:/ ‘Siamo i servi degli dei!/ Ci è stato dato il potere»), le ammirate descrizioni dei tanti monumenti vegetali, ed anche la caustica chiusa di Misurazioni:
«Il gigantesco tronco del vecchio platano
mi mette in soggezione.
Perché è così sproporzionato rispetto a noi umani?
Non è a un livello inferiore
nella scala dell’esistenza?
Questa superiore materialità
cosa implica?
Cosa ci rende più alti dell’albero?
L’ascia?»

Altri tre sentieri di lettura, tra i molti possibili, mi piace evidenziare.

Primo: il senso simbolico e mitologico dell’albero, come per il norreno Yggdrasill, di ponte tra terra e cielo, assume in Dendrarium una sfumatura particolare, al tempo stesso di più basso profilo, ma importantissimo nel contesto della Poesia e della Scrittura: due testi almeno, infatti, celebrano «il foglio di carta» e le «pergamene» come dono corporale dell’albero per farsi ponte, questa volta tra il silenzio e la parola che riporta la vita: foglio «sul tavolo/ silenzioso/ e bianco come la morte,/ in attesa delle mie parole/ per tornare a vivere/ e per innalzare ancora la tua corona/ all’anelito degli uccelli/ del firmamento.»

Quest’ultimo verso mi spinge a sottolineare una seconda, ulteriore, traccia nei versi della raccolta. Nelle cronache contemporanee di disboscamenti, anche di quelli asettici dell’industria del legno, o di impoverimenti boschivi, l’unità di misura del vulnus è sempre riferito alla superficie persa e al numero di alberi utilizzati o perduti. E’ un’esperienza che, con una certa frequenza, possiamo vivere di fronte al taglio dei pioppeti da cultura: poi seguiranno le piantumazioni, pensiamo – ad alleggerire la pena che lo spettacolo dell’abbattimento ci porta. Accettiamo (fino a un certo punto) razionalmente, ma restiamo pur sempre feriti emotivamente, perché quegli alberi erano i nostri riferimenti, i nostri donatori d’ombra, i nostri compagni di gioco. Ma ogni albero – e bene e ripetutamente ce lo ricordano i versi Shurbanov – è la dimora di famiglie e famiglie di abitatori alati. Un albero abbattuto priva la ghiandaia del suo feudo, il falco del ramo dove poggiarsi. Persino l’eccessiva e innaturale potatura degli alberi di città fa sì che «Da anni ormai/ nessun uccello più si posa/ sui loro rami potati – tranne i passeri/ (se possono contare come uccelli)». Una folla di ali – rondini, cicogne, «uccelli senza dimora» o che «cantano sugli alberi», rigogoli, corvi, usignoli, colombe – sono i fiati ospiti dei rami, l’altra vita che è ospitata.

Il terzo sentiero si perde oltre il confine di molte dialettiche, inoltrandosi in territori immaginifici e magici, oltre un simbolico antropomorfismo dell’albero che occasionalmente affiora. Si nutre di immagini decisamente più surreali e oniriche:
«Il ciliegio se ne andò/ a passeggiare in cielo», «Un alberello […]/ si allontana per un attimo dai suoi compagni»; «L’albero […]// cominciò a respirare/ cantare, sussurrare, raccontare qualcosa».
Il poeta ci conduce con sé, in questa magia, negli ultimi versi della brano in prosa Come un centenario malandato: «Ti siedi all’ombra del vecchio carpino e lentamente la magia di una qualche serena, tranquilla e raffinata pace si riversa in te, lasciando che i tuoi pensieri si elevino al cielo sconfinato. Quindi, per un’ora o due, esisti attraverso questa magia e solo attraverso di essa.»
Noi, invece, per un’ora o due, possiamo, grazie al poeta bulgaro, esistere anche attraverso la trasparente magia dei versi di Dendrarium!

(Alfredo Rienzi, Settembre 2021)

DEVE ESSERE STATO IL VENTO.
O forse no?
L’albero sopra di me si animò
all’improvviso: cominciò a respirare,
cantare, sussurrare, raccontare qualcosa
con una miriade di foglie in fermento
una miriade di labbra verdeggianti.
Sottomesso, mi distesi ai suoi piedi,
cedendo alle orecchie e agli occhi.
Sopra di me non c’erano altro
che foglie, foglie, foglie, foglie, foglie…

(pag. 25)




LA BANCA ESPLOSA

Arance mature
pendono dai rami
sopra la strada
sembrano pepite d’oro
sparpagliate da una banca fatta esplodere.
Al di sotto,
accovacciata sul marciapiede,
una mendicante in lacrime
cerca di scroccare
un centesimo o due
dai passanti di buon cuore.
La sua occupazione
non le lascia il tempo
di sollevare gli occhi più in alto
delle mani
che continuano a ignorare
le sue lacrime.

(pag. 73)




PRIMA CHE CADANO LE FOGLIE

I castagni sono macchiati di ruggine.
Come il dorso delle mie mani punto
Il sole del mattino
li rende splendidi
più belli che mai.
Ma lo sappiamo bene.
Noi – gli alberi ed io –
ci guardiamo l’un l’altro
e uno per uno
(per l’ennesima volta)
contiamo in silenzio le nostre foglie.

(pag. 77)




L’UMIDA NEVE DI MARZO
sta mettendo alla prova gli alberi,
divaricandone i rami
e spingendoli verso il basso.
Quelli che si sono irrigiditi
e seccati
si spezzeranno
in un gemito
e spariranno.
Gli altri, giovani e resilienti,
andranno curvandosi
e resteranno in vita
fino al risvegliarsi del sole.
Quindi scuoteranno la neve
dalle loro spalle
e nel raddrizzarsi,
scivolando le loro verdi ciocche,
sonderanno il mondo
come conquistatori:
‘Siamo i servi degli dei!
Ci è stato dato il potere.
ogni cosa fino ad ora
ha solo preparato il nostro avvento.’

E andrà così:
qualche altra neve di marzo
seguirà.
E dopo?
Dopo…
Tutto intorno
nuovi giovani alberi
si moltiplicheranno.

(pag. 149)

Alexander Shurbanov nato a Sofia (Bulgaria) nel 1941, è un poeta, traduttore, saggista, critico letterario e professore universitario, nonché dottore honoris causa nelle Università britanniche del Kent e del Surrey. E’ autore di sedici libri di poesia, tra le sue più recenti pubblicazioni Primosole (English and Bulgarian versions, Sofia, 2016), Paesaggio invernale con corvo (antologia in lingua macedone, Struga, 2016), Dendrariun (Sofia, 2017; versione inglese, 2019).
E’ il traduttore bulgaro dei Racconti di Canterbury di Geoffrey Chaucer; delle tragedie di Shakespeare, del Paradiso perduto di John Milton e della sua tragedia I nemici di Sansone, delle poesie di Dylan Thomas e di numerosi altri poeti anglofoni. Nel 2020 sono state pubblicate in Bulgaria le sue traduzioni del Romeo e Giulietta di William Shakespeare e del Manfred di George Gordon Byron.
Per oltre quarant’anni, Shurbanov ha insegnato Letteratura Inglese presso l’Università di Sofia e ha pubblicato numerosi libri di critica sia in patria che all’estero. E’ stato insignito della Medaglia d’Onore dell’Università di Sofia, del Premio Nazionale “Hristo G. Danov” per il suo contributo alla cultura.


Leggi anche, nel sito: Alexander Shurbanov: Glances at Poetry / Sguardi sulla Poesia.
Con tracce di una corrispondenza immaginaria con l’autore

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