Paolo Pera su “L’economia amorosa” di Mary de Rachewiltz, Coup d’idee-Edizioni d’Arte, 2018

Paolo Pera, Mary de Rachewiltz: poetessa e figlia senza padre, pubblicato su Re[a]daction Magazine il 22 settembre 2021

Per gentile concessione dell’autore


Confesso di ritenere di poter aggiungere ben poco su questa splendida (benché tragicamente breve) auto-antologia di Mary de Rachewiltz, giacché quanto è stato scritto da Giancarlo Pontiggia – che è qui in veste di puntuale postfatore – racchiude l’essenza ultima dei temi della figlia di Ezra Pound. Tenterò comunque di esprimere quanto in me è giunto, sostenendo sin d’ora con forza l’importanza della riscoperta di questa raffinata poetessa.

Aprendo il volume L’economia amorosa (Coup d’idée Edizioni d’arte di Enrica Dorna, 2018), parte di un progetto editoriale assai pregevole, scopriamo il parco salvataggio di testi dalla de Rachewiltz compiuto: viene infatti qui depositata una manciata di poesie prese da Di riflesso (Scheiwiller, 1966), mentre la parte più cospicua ebbe la sua prima casa in Polittico. Poesie 1985-1995 (Scheiwiller, 1996). Per iniziare: che cosa mai potrà essere questo genere di «economia»? Forse nulla più di quell’impegno acribico che in tutta la giornata la Nostra porta avanti, ovviamente sull’insegnamento del padre: «L’economia amorosa / nel ripiegare una vecchia gonna / di anno in anno, non me ne posso / staccare. ‘Vesti male’, protestano / le amiche, mentre io mi sento padrona / di una stoffa indistruttibile». Insomma, la cura della poetessa sta più nel gesto, nel rito, (rappresentativo dell’esistenza) che nell’ornamento: essa, praticando quest’economia, sente di certo la vicinanza dell’oltremondano. Non possiamo infatti mettere in secondo piano – oltre a certe affinità con la poesia paterna – l’aspetto misteriosofico che non troppo vagamente si scorge nelle poesie della de Rachewiltz: «Hai forzato la soglia / cara, qui il silenzio è / tuono», quest’amore per il silenzio (sempre misterioso) è più volte richiamato nell’insieme dei testi; è però un silenzio non del tutto privo di parole, contrariamente all’ultimo Pound (disperso, afasico, nella contemplatio e nel senso dell’errore), ecco un fulgido esempio: «La fede sta larga o manca / la fermezza nel passo, ma / se la solitudine dialoga / col silenzio non si sentono soli / né li spaventa la morte che chiama», il silenzio – incredibilmente abitato – sempre si dimostra preparatorio all’Eternità, dialogarci ci dà prova dell’infinita presenza che ci aspetta dopo la vita: una vita assai meno desertica di questa. Nella poesia Anch’io vorrei… troviamo la descrizione del tumulo che la poetessa per sé desidera: «Anch’io vorrei sulla mia tomba / un ciottolo di fiume a forma d’uovo», simbolo archetipico d’originaria purezza, «[…] Non voglio il nome che qui fu / sempre straniero, cresceranno / mughetti, pratolini, nontiscordardimé / viole, campanule e cento steli / di fiori, felci e fili d’erba / che pastorella da marzo a novembre / coglievo, e i poveri di parole / leggeranno segni d’odori, forme / suoni che nessun testo d’arte umana / conserva, ai piedi di Plan de Corones / dove tutto tace perché la vista / sui monti è tanto vasta che l’orecchio / ‘pari suono ampio chiede’», quel suono – l’unico in grado di corrispondere minimamente al “tempio della natura” – altro non sarà che un silenzio sinfonico. Il luogo dell’eterno riposo dovrà dunque essere immerso in quel silenzio che – nell’Altrove – sarà tuono; nell’ultima strofa della poesia Il ‘tu’ è una cosa nuda la poetessa usa un tu metafisico, rivolgendosi forse a Dio: «Ma Tu e io? Prendiamo / poco spazio formando / di una sola ghianda / la materia rara», ricorda qui la nota «ghianda di luce» del Pound senile dandoci da intendere che in quel silenzio-tuono essa sarà di nuovo nell’Uno, parte della Luce clamorosa: denudata dall’Amore (e nell’Amore) a cui si può dare del tu.

Ovviamente non è solo questo il volume in esame, una sfera molto più personale e talvolta rurale avvolge questa delicata galassia. Abbiamo infatti due Mary de Rachewiltz qui raffigurate: la «pastora», che mostra una giovinezza non ancora abitata dall’imponente ombra paterna, quasi una giovinezza impostata alla scoperta e all’esplorazione di un’edenica natura in cui le capre sono amiche prime: «Sono stata pastora / e pratica di monti / gole grotte e spalti / dove per la calura / o tempesta improvvisa / si accalcavano le greggi». L’altra protagonista che chiamerei «la poetessa» proprio dalla pastora prende le mosse: «Ho contato le capre nella stalla / […] Non trovo risposta nei trentadue / topazi che mi guardano / un po’ beffardi e curiosi, / ma quel silenzio e l’odore / dello strame valgono un’epifania», questa poetessa dichiara «Che noi si sia / della stirpe di un re / venuto d’oltremare / si sa», ma pure: «Forma di filialità / sono le fatiche di / Ercole al femminile». Essa – come ebbe ad affermare Caterina Ricciardi in una recensione apparsa sui giornali – è figlia d’Ulisse, non solo per l’interminata voglia di conoscere, ma pure perché questo «re venuto d’oltremare» non esce mai davvero dai versi della figlia, poiché dalla figlia – che lo amava profondamente – fu salvato durante il suo doloroso naufragio: egli «[…] seguì il corso d’acqua controcorrente», e da quest’infernale risalita venne sottratto e portato verso il Paradiso: «Tu non fosti creato per servire / ma per portare la luce sul monte / alla sorgente dell’acqua lustrale», e lì «discese dal cielo uno spirito / fiammante e avvolse il poeta». La letteratura sarà eternamente grata a Mary de Rachewiltz per il meticoloso lavoro di traduzione e di cura dell’Opera poundiana, Opera verso cui la più contenuta produzione derachewiltziana ha ben poco da invidiare.

Il linguaggio della poetessa, poi, ha punte di fine e materna dolcezza («Nel regno dei fiori / un albero può essere il padre / di tutti noi nani che crediamo / di poter con un dito / toccare il cielo»), premurosa padrona di casa pure nel descriverci come rinacque il suo castello (Brunnenburg): «[…] questa stanza non era / che un soffitto sfondato / dalla pioggia e l’impiantito / marcio scheletro di travi / – la casa è sorta dalle rovine», in altri momenti tocca invece toni biblico-paterni: «L’intelligenza dell’artista / […] è la vena che conduce / ai diamanti, il cancro che produce / la perla», e per sottolineare quanto l’Arte non c’entri nulla con l’Usura dilagata: «L’artista generoso sa guarire / l’inedia e l’avarizia, / quando si dona e ci dà / la sua parola, conduce».

Nella sola conclusione – sembra però dirci la poetessa – sapremo se la pratica di quest’economia sia valsa realmente: «[…] ma nostri soltanto saranno / i brandelli della vecchia gonna / quando alla fine dei tempi / a mani vuote ci ritroveremo», forse – di tutto il variegato vivere – questa sola pratica ha saputo dare senso alle cose, permettendo infine di condensare rigore e sentimento in una delle più riuscite poesie femminili del nostro Novecento.

Paolo Pera

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...