“Ricordi nevicanti”: una lettura di Paolo Pera su “Inverno”, di Valentino Fossati.

Valentino Fossati, Inverno, CartaCanta Ed., 2016, Prefazione di Massimo Morasso

RICORDI NEVICANTI

È con stupore che vorrò parlare di Inverno (CartaCanta Editore, 2016), opera “in bianco” – esercizio di bianco, nel bianco – di Valentino Fossati; stupore che viene dalla familiarità che percepisco nel dolore del poeta, ma anche per la sensazione di triste dolcezza che il bianco sinesteticamente in me – come nell’autore – scatena. Quella di Fossati, lo si coglie di pagina in pagina, è la visione – ma anche la rimembranza corporea, la reminiscenza da un luogo migliore, iperuranico – di un martire della vita, di fronte al quale emergono nebbiosamente le azioni sparite nell’Eterno di chi lui conobbe e vide negli anni, per lo più, della fanciullezza. Esso è insomma lo spettatore – nel corso del lunghissimo flashback – del film della sua vita che, come noi tutti, ci vediamo scorrere dinnanzi senza poter davvero partecipare («[…] io / / bambino / / dov’ero?») … Un senso di languore, di mancanza, perenne permea tutto il libro; un libro che è fatto di versi nevicanti sparpagliatamente per la pagina, un esercizio di bianco – come dicevo – ma pure di nero sul bianco, quasi a sporcare la «luce». Versi rotti, visivi, che sono infine i ricordi stessi del poeta: «[…] mormorano al cielo / / (ora) / nel buio / / invocano la neve». È questo un libro sensoriale, e dirne estrapolando dal testo potrebbe dimostrarsi inefficace, là dove immergersi invece in queste sensazioni purgatoriali – quasi come nel Fiume Lete – dà un effetto di tepore da pacifico risveglio. Che cos’è, però, questo inverno da cui la raccolta prende il titolo? Non altro che la stagione delle cose morte, stagione vissuta nel primo autunno della vita, sentito però con la pesantezza – il lieve grigio – del Novembre (non a caso è questo il titolo di una sezione del volume). Un inverno bianco, dunque, attorniato dal «buio» di un male sempre in agguato: la voce poetante guarda verso questo bianco – vagamente paradisiaco – pur stando ancora nel nero dell’esistenza terrena, tremando e ansimando per la paura d’esistere. Strano, poi, che quell’inverno verso cui il poeta guarda – o, meglio, che vede! – ha forma d’estate (sebbene passata, morta): tempo dorato dell’infanzia, ancora spensierata – o poco tormentata… –, con prime pulsioni e sentimenti per bambine che risultano essere «tutto il mondo» del precoce innamorato. Ma l’inverno è anche «sonno eterno», dolcissimo sparire, non più abitare l’essente, oblio: un presagio di vita eterna, allora? Dio è infatti invocato: «[…] (cantami / / o dio…)». Oppure quella vita che passa rapidissimamente davanti a chi sta morendo… Come nei film, appunto! “Come dicono nei film” … «[…] Come si annunci / / la notte / / l’illusione / / del mare / / (o niente, o sparo… / / O niente / / dolcissimo) …», questo libro sembra quindi essere tutto il perché, tutta la vita da salvare, per non autodistruggersi… ma ciò pare (forse) avvenire comunque. L’epilogo ci trasporta finalmente dentro il bianco, nel vero inverno: è infatti Natale («Insieme scenderanno le scale / gli impiegati a dicembre, a farsi / auguri di Natale»). Finito nella morte – o avendola sventata? Magari sparando altrove? – la voce poetante sta nella nascita, la nascita di quel Dio che invocò percependo la dolcezza oltremondana, una “nascita” che – in lei – non ha più sentori dolci ma di mortificante tedium vitae. Essa ha forse scoperto una deludente essenza dell’Aldilà o è qui rimasta a soffrire l’esistenza nel suo quasi-nulla quotidiano?

Paolo Pera, Ottobre 2021

Leggi: Poeti (di Torino) in 10 righe # 26: Valentino Fossati. Con un testo tratto da “Inverno”

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