Poesie di Nadia Campana da “Verso la mente”

da Verso la mente, Crocetti, 1990, a cura di M. De Angelis e G. Turci;
Raffaelli, 2014 , a cura M. De Angelis, E. Rabuffetti, G. Turci





Le gioie del declassato


Che mi lasci guidare prematura
farmi portare impadronita
non reggono al confronto delle braccia
valigie piene di esempi
folate indicano il cappello soltanto
mutandosi in fili spazzati
e semi non custoditi in direzione
barca abbandonata lungo il fiume
guardo il ponte, un vero confine,
strappo le tasche e dal biglietto la sua fede:
si scioglie sulla guancia
la gioia del declassato.
Avendo già avuto a che fare
con la resa, scelgo
le processioni del riposo.
Io e la luna sorgente
in un punto remoto assonnate come cani
compressa da fatiche piagata
spostando di qualche strada i passi, spiccano
una dopo l’altra tenaci uguaglianze di tempo.



***

Noi, la lunga pianura immaginaria
ci inghiotte come sacramenti della notte
Sei stato una quantità esatta
nella pioggia che afferra i visi
Ma adesso in ogni angolo della stanza
aspetteremo fuori dall’esplosione
un legno che io, qui,
ho costruito (lasciami fare)
prodigi scelti dal caso, pioppeti da percorrere!
Il tenero è nel mezzo e nell’interno
umiltà di una porta
ascoltando treni, a un passo, come
una febbre nel ricordo esattamente
Guarda il campo
è così calmo, smisurato, stamattina.



***

Guardiamo dalla cima del monte
il filo di calma che è nato
del mio petto tu conti ogni grano
e ogni cuore si prende di colpo
il suo tempo: un amore
è tornato e si è accorto
il suo disco ci copre.
Adesso tu devi guardarmi
per quella collana di sì
nella mia pelle che apre
la piana la strada
e i fondi della notte
i centesimi della sete.



***

I gelsomini dell’azzurro
fioriscono per vendetta
sfigurando l’ombra spettrale
che risucchia gridando il giorno, le sue qualità in forme
spaurite e pure sotto il rombo dell’aereo
sotto il meridiano
chissadove in un’ampolla
moltitudine di elitre
si calcolano:
mi pensa la rosa che è chiusa
stretta mi attende tranquilla la tana
che scava rintocchi intorno
alla bocca del pozzo premendo le sponde
nel fosso chissà cosa ritrovo.



***


gli uccelli strappano il deserto
per vedere se stessi
scrivono nel cielo
– noi aspettiamo come mali idioti
che avanzano piano
le grida suonano
caricandosi nel cervello
fa giorno, come il cielo tutto rosso



***

il ruscello ha
molta fretta e trascina
la sua famiglia senza fine
la metà del tempo pensavo a me
quando ero bambino pensavo da bambino
ero nella nave inondata
ho visto fare l’acrobata
ero un re
molto triste e buono nella mia stanza
arriva un nano i morti non si contavano
ero in un campo verde
dove passeggiava una donna bella
un uccello arrivò e le rapi la collana
mi trovavo in un posto
c’era una ruota e si saliva
ognuna di noi teneva un’amica sospesa
in aria poi in molti appesi e stanchi
ci si lasciava cadere piangevo
perché mi era scivolata direttore
chiudete ma lui non ascoltava
il ruscello ha
molta fretta e trascina
la sua famiglia senza fine





Nadia Campana è nata a Cesena nel 1954 da genitori operai, ha frequentato il liceo classico Vincenzo Monti, occupandosi in quegli anni di etnomusicologia. Quindi si è laureata in lettere presso l’Università di Bologna. Trasferitasi a Milano, ha iniziato a frequentare circoli letterari e a collaborare con riviste e case editrici, insegnando contemporaneamente nella scuola secondaria. Nel 1983 ha tradotto per l’editore Feltrinelli parte dell’opera di Emily Dickinson nel volume Le stanze di alabastro. È autrice di una cinquantina di poesie e di articoli, pubblicati nella raccolta postuma Verso la mente, curata da Milo de Angelis e Giovanni Turci. Ha composto anche una serie di saggi dedicati alla letteratura e al tema melancolia, attualmente inediti. Tra questi, vanno ricordati Finendo e Visione postuma (quest’ultimo parzialmente edito nella rivista “Tratti” nel dicembre 1986). È morta suicida a Milano nel 1985.

Per approfondimenti sulla vita e sulla poesia di Nadia Campana:

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