Le “Ricerche poetiche” di Paolo Gera, nella lettura di Paolo Pera

Paolo Gera, Ricerche poetiche, puntoacapo Editrice, 2021.
Con una lettera di Anna Maria Farabbi

UN DANTE WITTGENSTEINIANO


La sperimentazione come ricerca poetico-linguistica in genere porta a due differenti cose: l’ammutirsi naturalmente (dopo l’ammutinamento nei confronti della Lingua…) o l’astensione volontaria dalla parola, anche solo momentanea; mai ci aspetteremmo che Paolo Gera (quasi mio “gemello di nome”) sia più rigoroso del Wittgenstein al quale ricalca il titolo – da Ricerche filosofiche a Ricerche poetiche (puntoacapo Editrice, 2021) –, dicendo basta con la scrittura (benché lui si dica rigoroso, probo). Orsù P.G., se l’ha fatto Ludwig tocca pure a te rimettere mano alla penna!

Ragionerò di seguito su quanto ho tratto da questa lettura. Il nostro poeta o, per meglio dire, il nostro ricercatore con un guizzo nonsense mescola in un piccolo pastiche Dante con San Francesco, collocandosi entro la micidiale Selva oscura… Che farà mai in questa? Siamo dunque di fronte a un uomo che dovrà compiere un qualche strano viaggio? Ebbene sì, difatti tra le fronde il nostro Gera sta restituendo – spregiandola pure con un poco di pipì – la sua materia scritturale alla Terra, nell’atto di nullificare quella parola che è frutto della vita, dell’esperienza; digià che la vita è in quanto v’è la Terra. Non solo i corpi, ma anche quanto questi sono costretti a dire per capirsi viene restituito alla benigna e/o maligna Madre, ridotto per di più in compostaggio, come insegna la sapiente Vandana Shiva (che è da considerare madrina della prima cantica del Gera). Cantica sì, poiché come allude bene Anna Maria Farabbi nella lettera in calce al volume, l’opera di questo poeta è un canto, un “cantocontrocorrente”, ma forsanche una Comedìa: nella quale arriveremo a vedere la Luce infine. Abbiamo dunque nell’«Inferno» dieci Indore[1] e dieci Compost: strati e strati di materia, di scrittura apparentemente caotica, sempre più marcescente (il tempo passa…). Venti gironi, insomma. Nel «Purgatorio» è invece Wittgenstein il padrino, qui – quasi espiando i peccati per prepararsi così alla rivelazione massima – si ragiona sulla qualifica di mero gioco linguistico della poesia, come pure di ogni assemblaggio di parole. Il clima è perciò più pacato, ma pure ironico; sfociamo quasi nel Fiume Lete con questa domanda: «Che cosa vuol dire sapere che cos’è una poesia? Che cosa vuol dire saperlo e non essere in grado di dirlo?», il sentimento non può che portarmi al Pound afasico del suo stesso “Paradiso”: guardare la Luce, il suo bianco, sradica il bisogno di volgari parole. Difatti, quasi in un disperato tentativo di mantenere la detta parola, Gera crea una sequela di poesie che si rincorrono tra loro. Il tutto è un po’ affannato ma il traguardo è delizioso, una pagina bianca preceduta da questi versi: «[…] nella poesia scritta sulla pagina / successiva a questa / c’è un rapporto completo / sui miei propositi futuri di scrivere poesia». Insomma, nel silenzio, nella sospensione, il poeta giunge alla Quarta dimensione del padrino del suo «Paradiso», ossia Lucio Fontana. Quella dimensione che coincide col niente e con l’Infinito a un tempo. Mantenuta (trattenuta?) nel non-essere la Poesia rimane dunque tale, pura, ridotta in linguaggio (magari da qualcuno che alla poesia è inadatto) si perde, non si restituisce minimamente, risultando addirittura imbarazzante da incontrare nelle proprie letture. Il luogo della Poesia è il non-essere, e contemplando quell’infinità di cose che ancora non sono né mai saranno percepiamo qualcosa di simile a quell’«Amor che move il sole e l’altre stelle», di certo due entità sensibili differenti: il primo è un’assenza che nasconde presenza, il secondo è una presenza che pare assente… Ma la Poesia è dunque non-essere, quel non essere ancora che – se mai si facesse essere – diverrebbe impuro, tacerlo darà dunque il massimo piacere a chi l’ha ricevuto: l’unico a meritarlo, condannato però a perderlo qualora lo condividesse con altri mediante il linguaggio, ma pure condividendolo col linguaggio.
Ecco allora che Paolo Gera, fingendosi un Dante wittgensteiniano – ma senza il naso del suo maestro Sanguineti (solo per quest’organo indicabile quale Dante del XX secolo) – canta infine anche tutto ciò che esiste (e non esiste) à la San Francesco; benediciamo quindi «Sora nostra morte corporale» che, restituendoci al Tutto, ci farà essere la Poesia inesprimibile – e possibilmente inespressa – dei nostri posteri. A loro l’ardua sentenza.

Paolo Pera


[1] Tecnica di compostaggio brevettata da Vandana Shiva e qui sperimentata da Gera.


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