Cinque poesie di Maria Marchesi

Per una mia scelta – tecnica e psico(pato?)logica – non accompagno mai gli articoli del blog a ritratti degli autori, tranne che si tratti di poetesse e poeti scomparsi.
Volendo dedicare questa pagina a Maria Marchesi non c’è scelta.
Uno stralcio della Prefazione di Nicola Ghezzani a “Non sono + mia” (Vague Ed., 2014) sarà sufficientemente chiaro, anche per chi non dovesse essere già a conoscenza della indefinibile vicenda della poetessa: “Maria Marchesi, questa sorprendete poetessa che ha vinto un premio, il Viareggio, che non ha mai ritirato per l’orrore che aveva di mostrarsi al pubblico e che comincia da poco a essere conosciuta e apprezzata a livello nazionale, è un personaggio che ha vissuto – se ha vissuto – ai limiti dell’inesistenza. Morta alcuni anni fa, ha sempre agito per interposta persona. Nessuno l’ha mai vista. La sua esistenza materiale si riduce ai due volumi di poesie già editi [L’occhio dell’ala, Lepisma, 2003 ed Evitare il contatto con la luce, Lepisma, 2005 – ndr] e alla raccolta di inediti che qui presentiamo.”
La vicenda della misteriosa poetessa (già tratteggiata nel saggio “Una, nessuna, rediviva” con cui Gabriella Montanari chiude “Io non sono + mia”), in forma semplicisticamente definibile come romanzata, è narrata dalla stessa Montanari in L’Argatil, edito anch’esso dalle Edizioni Vague, alcuni mesi fa. Quanti intrecci! Il mio consiglio, oltre a quello di leggere le poesie di Maria Marchesi, dalla “potenza innocente che non lascia scampo” (G. Montanari), è quello di gustarsi il citato romanzo-inchiesta. E magari uno stralcio della descrizione ufficiale potrà accendere desideri: “… un’editrice romagnola riceve, per mano di un noto scrittore, un’opera inedita della misteriosa poetessa. L’editrice, prima di dare alle stampe il manoscritto, decide di indagare sull’identità della donna. Le ricerche la conducono all’interno dell’ex ospedale psichiatrico di Roma, Santa Maria della Pietà. […] Un giallo letterario che, avventurandosi nei meandri del disagio mentale, traccia i labili confini tra vita e finzione letteraria, tra normalità e follia.”



***

Io non sono poetessa
ma mi piace scrivere e affermare
di esserlo. Da piccola ho sentito dire
che i poeti sono pazzi e allora
perché non secondare il detto?
E poi, da quando scrivo
mi è più facile avvicinare
gli uomini; cominciano a trovarmi
interessante, d’animo gentile.
Così mi vengono sopra
con giusta violenza, temono di sciupare
una bella pagina o di finire
nei miei versi con nome e cognome.

(da L’occhio dell’ala, Lepisma, 2003)



Non m’aiuto più di tanto.

Io nella notte. Nel suono perduto
e ritrovato, tentando di percepire
le somiglianze col polline, giacere
in corde d’arpa appassite
sul crinale d’indizi poco probabili.
Gli appuntamenti tutti perduti e rimuginare
non m’aiutò più di tanto. Cadevano ragni,
s’impastavano alle frasi, ai sospiri, irritati
di non poter tessere a loro piacimento.

(da Evitare il contatto con la luce, Lepisma, 2003)



La clessidra.

3.


Mi domando se sai cos’è il tormento,
se conosci i presagi,
se sai cos’è la carne di una donna.
Hai mai masticato
il verde che si spampina sul dorso
delle colline e sospira?
Tu non sospiri, e rubi all’avventura
le forme e le fibrillazioni,
e regali l’insipienza
del non detto e non goduto
per abitudine.
Così l’ampia cresta dei fulmini s’adombra
del tuo passo, getta fiamme al sordo
palpito dell’inconsistenza.
non t’appartiene neppure la perversione.

4.

Io conosco le profezie e sono amica
dei poeti e so che la notturna boria
(lo so, sono io ad assegnarti una funzione)
si disfarebbe dinanzi
all’infinito fluire delle promesse.
Ma poi deragli e cadi nell’insulso alitare
del braccio della morte. E qui s’arena
la tua marcia, non sa compiere la festa
degli allori e smania dentro princìpi astratti.
L’insidia del silenzio non dà frutti
e l’attesa non genera futuro.



Io non sono più mia

4
.

Il ferro da stiro è sempre lì,
ha due occhi che avidamente
origliano il passo
del mio disfarmi.
Attenti alle soglie,
attenti al rumore del macinacaffè
che sbadiglia inopportunamente
e sgretola i fianchi alla storia del mondo
traumatizzando i chicchi,
rompendo la sbalordaggine
del principe seduto davanti al bar
in attesa della carrozza regale.
Non ti preoccupare, mio principe,
so aspettare,
so morire di fiocchi di neve,
rinascere
limpida e vergine sui bordi della strada
o sopra uno scoglio marino,
e negarti l’assoluzione.
Ma sai che non lo farò.
Addio mia ferma finestra che osavi
litigare con le stelle.
Ma non c’è più pace
tra i dondolii rapinosi dell’eros.
Voglio morire sui ciottoli ardenti
della cupola di San Pietro
per avvistare un po’ prima
il preludio del magma
e la sostanza dei seni di Dio
che non mi ha dato retta per anni
e adesso soltanto s’accorge
che ho mani lunghe
e perdite infinite,
che sono anch’io creatura umana.

(da Non sono + mia, Vague, 2014)










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