Jack Hirschman: un ricordo di Laura Maria Zanetti e tre poesie

Immagine: dettaglio di copertina di The Endless Threshold, Ed. Curbstone Pr, 1995

Ricevo questa memoria commossa e gioiosa al tempo stesso di Laura Maria Zanetti sul grande poeta americano, recentemente scomparso. Un accorato ringraziamento all’autrice per averci inviato il suo scritto e le poesie di Jack Hirschman e ad Emilia Mirazchiyska per aver permesso questo incontro.



Jack   

Ho conosciuto Jack Hirschman alla stazione di Verona in un mese invernale del 2002. 
Mai avrei immaginato come quella serata buia di novembre, avrebbe portato così tanta luce nella mia esistenza.
Era stato Francesco Conz ad incaricarmi di andarlo a prendere.
Sarebbe rimasto da lui il tempo necessario per creare cose Fluxus: fluxare con parole in cirillico alcuni abiti da sposa, dipingere un pianoforte usando parole in russo che  Conz definì un “ bolscevismo futurista” tra molte risate e altrettanta vodka. 
O trasformare la parte posteriore di una vecchia Wolkswagen in libreria durante  una reading di poesia a Bergamo.
Perché Jack Hirschman era un artista totale come solo gli americani sanno essere, un espressionista astratto come l’aveva definito quel geniaccio di Conz cogliendone la capacità di sapersi spostare da un territorio all’altro dell’arte.
Lo attendevo quindi davanti alla stazione per condurlo a quel santuario dell’arte che era l’Archiviofconz.
Lui mi cercava con gli occhi, tirandosi dietro una  valigetta di tela color azzurro.
Lo feci sostare un paio d’ore nella mia casa di Verona per una cena con amici che desideravano conoscerlo.
Gli chiesi se ci leggesse una poesia.
Recitò a braccio quella dedicata al suo adorato figlio David e scritta seduto su una panchina di Washington square a North Beach, mentre il sole illuminava la sua mano. [“11 ottobre 1990”, vedi oltre, n.d.r.]
Così ci raccontò, senza toccar cibo.
Se ne stava seduto con le mani in grembo in tutta la sua mitezza.
Avevo scordato che l’ultimo dente l’aveva spedito in vicolo Quadrelli 7 al feticista Francesco Conz, che l’avrebbe trasformato in oggetto Dada.
Rimediai con un risotto e diventammo amici per la pelle.
Nel 2005, durante una lettura di Lawrence Ferlinghetti nella mia terra trentina, fece una visita a sorpresa al poeta venerato di Frisco. 
Lawrence lo ricambiò, invitandolo  a salire sul palcoscenico dove urlò la sua New York, New York. Il pubblico era in delirio ed io ebbi la consapevolezza di trovarmi di fronte ad una parola immensamente  epica.
Ritornò su quel palco a novembre del 2006 in un teatro zeppo, folgorato dalla vastità dei suoi versi che contenevano una multitudine di tutto.
In un tempo così opaco, così poco innocente, la sua poesia era arrivata a tutti noi come un’intensa informazione di libertà.

Nei miei lunghi periodi  trascorsi a Los Angeles dove vive il mio primo figlio, sapevo che in meno di un’ora di aereo mi aspettava una seconda casa: la casa di Jack e di Agneta.
Quella casa sulla Union street sempre così viva e allegra in un viavai di artisti e poeti.
Con Aggy che cucinava la sua pasta agli asparagi e salmone mentre Jack, con in mano un rotolo di carta igienica, distribuiva ad ognuno un tovagliolo “ proletario”, tra mille discussioni con Neeli Cherkovski su Stalin e le sue preoccupazioni sui troppi bambini americani che avevano solo un pasto al giorno.
Ma del “ compagno sempre” Jack Hirschman conoscerò quella sua umanità profonda anche in un piccolo ospedale della provincia veronese, dove Conz era degente da un anno e più.
Jack spingeva  la carrozzella, conducendolo sotto le fronde di un albero, leggendogli poi alcune poesia di Ferruccio Brugnaro, il poeta operaio di Marghera.
Ricordo che si era formato un capannello di altri pazienti ingessati e malconci ed assieme  a loro ne  nacque una performance teatrale con al centro ovviamente Conz che dirigeva il tutto, tra la risata scrosciante del poeta più rivoluzionario d’America, in quanto poeta della strada.
Del resto non poteva essere che “ la strada” la metafora di tutta la sua azione poetica, totalmente aderente ai bisogni più profondi dell’uomo: la “strada” dove si vive “ qui” ed “ ora”, dove si ama e si muore, dove si è senza casa e senza cibo, dove si sta con la propria storia e quella altrui, la propria e l’altrui lingua.
Ma tutto con grande tenerezza e grande coraggio e “ i denti che sembrano scoppiare di luce” , vero Jack? 
Come ai tempi del Bronx, quando già da piccolo sentivi pulsare un’ America bellissima e straziante che sarà l’elemento germinale della tua poesia combattente.
Ora, in quel gran putiferio di tramonti e rinascite che si chiama California, mi chiedo: cosa sarà North Beach senza Jack, il cafè Trieste e la Vallejo street senza Jack, la poesia, pane di San Francisco, senza Jack. 
Come sarà l’Italia senza il suo Jack.   
Forse la risposta sei e sarai sempre tu a darcela:

“Go to your broken heart.
If you think you don’t have one, get one.
To get one, be sincere.
Learn sincerity of intent by letting
life enter, because you’re helpless, really,
ti do otherwise …
Broken – heartedness is the beginning 
of all real reception…”

Love

Laura


TRE POESIE DI JACK HIRSCHMANN

11 ottobre 1990

Un giorno felice
quando nacque
34 anni fa
il mio biondo figlio.

Che dorato il sole
oggi nel parco,
che felice gli uccelli
e i palloni che volano.

Siedo nella luce dorata
quasi dimentico
del fatto che da otto anni se n’è andato
perché il sole

è così uguale ai suoi capelli
e l’aria uguale
alla risata d’oro
del suo amore.

Di otto anni e
in radioso caricamento.
Ecco un perfetto
colpo di luce

su di un vecchio guanto.

da “Soglia Infinita”, Multimedia Edizioni, 1993. Traduzione: Bruno Gullì



***

Vai al tuo cuore infranto.
Se pensi di non averne uno, procuratelo.
Per procurartelo, sii sincero.
Impara la sincerità di intenti lasciando
entrare la vita, perché non puoi, davvero
fare altrimenti.
Anche mentre cerchi di scappare, lascia che ti prenda
e ti laceri
come una lettera spedita
come una sentenza all’interno
che hai aspettato per tutta la vita
anche se non hai commesso nulla.
Lascia che ti spedica.
Lascia che ti infranga, cuore.
L’avere il cuore infranto è l’inizio
di ogni vera accoglienza.
L’orecchio dell’umiltà ascolta oltre i cancelli.
Vedi i cancelli che si aprono.
Senti le tue mani sui tuoi fianchi,
la tua bocca che si apre come un utero
dando alla vita la tua voce per la prima volta.
Vai cantando volteggiando nella gloria
di essere estaticamente semplice.
Scrivi la poesia.

(2003)

da “Volevo che voi lo sapeste”, Multimedia Edizioni 2004, Traduzione: Raffaella Marzano


***

Un giorno smetterò di scrivere dipingerò soltanto
          smetterò di dipingere e canterò soltanto
          smetterò di cantare e me ne starò seduto soltanto
          smetterò di stare seduto e respirerò soltanto
          smetterò di respirare e morirò soltanto
          smetterò di morire e amerò soltanto
          smetterò di amare e scriverò soltanto.

(1999)

da “Volevo che voi lo sapeste”, Multimedia Edizioni 2004, Traduzione: Raffaella Marzano




Laura Maria Zanetti, 1949, vive a Telve di Trento, con alcuni periodi in California, dove vive il figlio maggiore. Nel 2000 ha fondato, ed è stata presidente fino a marzo 2014, della Libera Associazione Malghesi e Pastori del Lagorai. Etnografo e scrittore. Dal 2001 al 2010 è stata assistente di Francesco Conz, titolare dell’Archivio di Avanguardie Storiche di Verona, ed è stata curatrice del saggio autobiografico su Lawrence Ferlinghetti per il libro “Creazione del verbo fluxare” (Zerogravità ed., 2005). Tra i numerosi progetti e performance poetiche che ha ideato e realizzato, ha organizzato in Italia reading di poeti americani come Lawrence Ferlinghetti, Jack Hirschman, Paul Vangelisti, Mary de Rachewiltz, Neeli Cherkovski. Scrive poesie pubblicate, anche nell’edizione inglese, su “Qui-Appunto dal presente”. Nel febbraio 2014 ha pubblicato la collana “Ausugum Cantos”, con l’editore Arca di Trento. Alcuni di questi sono stati tradotti in siriano dal poeta siriano Amirji. È l’editore di una raccolta di poesie d’amore intitolata “Iubire” (amore in rumeno, titolo che vuole ricordare suo nonno, Clemente, che durante la prima guerra mondiale fu tenuto prigioniero in Romania).

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