“Sulla strada per Leobschütz”, di Daniele Santoro, La Vita Felice, 2012. Una lettura di Matteo Maragna


La raccolta di poesie Sulla strada per Leobschütz di Daniele Santoro, uscita in prima edizione per la casa editrice La Vita Felice nel 2012, sarebbe, secondo la nota critica introduttiva di Giuseppe Conte, non tanto un “libro lirico, anche se, sul piano della forma, ha le acuminate tensioni della lirica”, ma epico ed etico. Si potrà constatare l’esattezza di questa valutazione dalla lettura dei testi poetici e dall’accurata documentazione che ha preceduto la sua stesura, elencata al termine dell’opera.
Si arriverà, nella lettura di queste pagine, a considerare le poesie proposte come dei piccoli, ma efficaci scorci su un dramma indelebile nella coscienza umana, quello dell’Olocausto, con i suoi crudeli e perversi attori (dai più tristemente celebri, come il medico nazista dottor Mengele, all’anonimo e servile kapò del campo, che Santoro quasi ha zoomorfizzato nelle sembianze di un cane incontinente, patetico). Qualsiasi forma di retorica pietista è bandita dai testi, vere e proprie istantanee fotografiche su una realtà struggente, che nasconde negli anfratti delle baracche e delle cave di pietra, come nei forni crematori, questa verità agghiacciante: solo la morte, tangibile speranza degli internati, potrà porre fine ai tanti orrori quotidiani che si perpetrano nel lager. Come nel caso della poesia Il sole di Mauthausen:

Sole che spacchi la pietraia
e bruci sulla fronte e accechi
il prigioniero nelle cave di granito,
soltanto per un attimo Pietà
del tuo grande splendore:
oscurati, fa’ notte fonda, spegniti!

non una nuvola ti chiude, uno spiraglio
d’ombra miracolosa, un acquazzone
-che abbiamo l’ansia in bocca degli oceani
e dentro gli occhi il mare i fiumi i laghi
delle nostre terre o sole maledetto
maledetto sole e maledetto il giorno
il cielo senza nuvole, l’estate
e maledetta l’afa che feroce

strangola il prigioniero nella cava


o ancora ne L’Alba, dove il virtuosismo di Santoro raggiunge il suo apice nella brusca interruzione del verso, quando il fucilato sta per buttarsi sui reticolati, concludendo così, in maniera estrema, il proprio supplizio esistenziale:


“[…]aveva di che fottersene oramai di tutto quello schifo
di noi, del Padreterno, di un mestolo di rape al giorno,
della sentinella che già dalla torretta
prodigava l’urlo (dannato) della mitraglietta

così cadde anche lui liberamente
“libero finalmente lib…”
.


In questa narrazione Santoro non tralascia nessun aspetto della vita umana, così come ogni naturale pulsione, anche le più scabrose, portando agli occhi del lettore aspetti talvolta volontariamente grotteschi, ma mai veramente caricaturali (si leggano, ad esempio, Nuda non ha reagito, in cui una donna baratta più volte la propria carne per delle patate, o ancora Il kapò bambino e La distribuzione del pane, dove l’umanità dei protagonisti, qui ridotta ai minimi termini, svanisce in pensieri indicibili).
”Il linguaggio del libro”, terminando con le parole di Giuseppe Conte “si eleva a tratti a toni biblici […], ma più spesso il linguaggio è piano, colloquiale, documentario.
Aumentando la quota di orrore. Alla fine, il lettore apprezzerà l’energia di questo libro. Una energia etica che ribalta il male mentre lo inscena, e ne mostra l’intollerabile, banale disumanità”.

Matteo Maragna, Novembre 2021

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