Adriana Tasin, Il gesto è compiuto, puntoacapo Editrice, 2020

Nota di lettura di Annalisa Rodeghiero


Il gesto è compiuto è la raccolta d’esordio in poesia di Adriana Tasin, già autrice di scrittura in prosa che possiamo immaginare altamente poetica data la forza stilistica dei testi presenti in questa sua prima silloge. La scrittura, ricercata e raffinata, commovente e meditativa, si pone al lettore come dono di sensibilità e gesto di profonda riflessione sul senso della vita e della morte. Una poesia che scende negli abissi in cui ognuno di noi potrebbe ritrovarsi nell’imprevedibile accadere e muove dal ricordo di due eventi dolorosi. Il primo, un vuoto lasciato dalla mancata procreazione e, di ecografia in ecografia il secondo, il devastante sopraggiungere di una malattia. Non si spaventi il lettore, qui non ci si piange addosso se già dai primi testi si preannuncia quella che sarà la tematica portante del libro: guardare oltre la limitatezza dell’esistere alla ricerca di possibili rinascite, forti nella memoria e consapevoli di un presente da vivere in pienezza. Sarà l’amore a sostanziare l’intera raccolta, l’amore sperimentato e intensamente vissuto dalla poetessa. Tasin realizza tutto questo con una fede aurorale nella circolarità dell’esperienza e del tempo. È infatti con Parola prima, splendida poesia appartenente alla sezione “In-fertilità” che si apre il libro:

Madre
parola prima,
che ho attesa senza udire

Non è per me l’ora di creare
in questa vita.

        Forse rinascerò figlia.

Il prezzo della rinuncia è il vuoto: «Ho sottratto dal mio corpo/ il desiderio, che era/ la sola colpa» (p. 10). C’è un forte senso d’incompiutezza nel suo essere donna “mutilata” nel grembo e i sogni sono abitini ripiegati «sorpresi dalla mancata occasione/ si ostinano nel comò del corridoio/ (transito dalla luce al buio)» (p. 12) ma il percorso verso l’oscurità indicato da questi splendidi versi gradualmente si invertirà. Prima c’è un altro dispiacere da metabolizzare: la consapevolezza di essere l’ultimo anello della catena generazionale «il capolinea/ di questa corsa universale» (p. 14). Come dire che non ci sarà continuità di sangue nel tempo. Cos’è dunque l’eternità? Sarà possibile trovare un varco per intravederne un segno? A poco a poco quell’incavo interiore diventerà grazia e aprirà sguardi d’eternità grazie all’amore, a tre ben precise forme d’amore.
Innanzitutto quello universale che Adriana culla in sé e la lega agli altri esseri viventi: sanno di futuro «i bambini (che) schiamazzano/ nel cortile. / E l’eternità/ sta lì fuori» (p. 15). Ecco, quelli degli altri, come fossero i suoi, quelli che erano morula in altre tube e non nel proprio corpo.
La seconda forma d’amore è nei confronti della persona amata dall’adolescenza a cui la poetessa dedica il monologo della terza sezione “In aria di mistral ora mi trovo” e dell’ultima parte “Stanza remota”, un dialogo a due voci cui se ne aggiunge, fuori campo una terza che dà all’insieme, il sapore di una pièce teatrale ben riuscita anche sul piano formale. Sanno di forte complicità e intesa i tanti interrogativi che si susseguono nei dialoghi con se stessa e l’altra persona: «Potresti mai dire/ amore esiguo/ mentre cavalchiamo/ il drago?» (p. 33), «ma chi lo dice che al fondo/ non ci sia la gioia del riscatto» (p. 30) e «Ricordi?/ Stagnavamo in un catino/ebbri,/ storditi dal giorno/ che prometteva meraviglie» (p. 31), «Lo avresti mai detto che il bianco grava?».
Dalla fioritura dell’amore dove tutto è in potenza «Minuta gioia di anime in alba» (p. 29), da quell’inizio sempre pieno di promesse  ̶ tanto caro a Ungaretti   ̶  alla consapevolezza delle asperità della vita, dei dolori lievi e di certe attese necessarie a  «che si compia l’incanto».  L’amore in questione, in quanto umano, non si realizza nella «perfetta simmetria» della perfezione ma nella continua tensione verso l’altro, nella «geniale mescolanza» e anche nella dismisura della promesse, dichiarata con sapiente ironia: «i giuramenti bisbigliati/ «Per l’eternità» / Che smisuratezza». (p. 37).
E restando in tema di sottile, malinconica ironia, si leggano i seguenti versi dai toni szymborskiani: «Se ho da volar via lo farò oggi/ […] /con allegra inclinazione/ ché non mi piace morire triste» (p. 60), versi appartenenti al dialogo dell’ultima sezione dove si assiste a una sorta di passaggio dalla corporeità dell’amore all’immaginazione del suo transito dalla vita terrena all’altrove in diversa sostanza: «L’uscio si aprirà/ e noi/ cenere in folata di vento» (p. 38).
E qui Adriana non si limita più soltanto a descrivere l’amore ma lo consegna a quel processo di “invenzione” poetica a lei tanto caro. La sua scrittura sa pescare nella memoria, non tanto per trascriverla ma per trasfigurare la realtà. Si legga in tale senso il bellissimo componimento di pag. 62 in cui si percepisce chiaramente la tensione all’oltre nel tentativo di realizzare un ponte tra i vivi e i morti, partendo dal ricordo:

Siamo piccoli arcieri
che puntano all’altrove.

La faretra da cui caviamo i dardi
è la memoria.

Seduti i morti ancora
accanto ai loro vivi
in uno scintillamento breve

Appuntamento che non vogliamo rimandare.

Ecco, nell’attimo delle sincrone vibrazioni del sentire, la seconda via che, grazie all’amore, permette di recuperare quell’idea d’eternità che sembrava preclusa dalla mancata procreazione: rimanere custoditi nella memoria della persona amata «Tu almeno/ resta» (p. 55).

Ma la Parola ultima, l’ultimo arco necessario a chiudere la circolarità del tempo, spetta alla poesia che «al finire del giorno lascia il corpo (e) si fa distillato di luce» (p. 64). È dunque nella poesia, grembo fecondo, nella sua atemporalità il vero riscatto nei confronti dell’eternità. Una poesia potente nelle motivazioni, poliedrica nei contenuti, forte nelle parole di dolore e di gioia. Una poesia che rimarrà eternamente sui fogli ch’erano bianchi prima che dal fondo arrivasse la luce, prima che il gesto potesse dirsi compiuto.

   ©Annalisa Rodeghiero




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