Mario Marchisio, “Caleidotératoscopio. Torto e ragione del frammento”, puntoacapo Editrice, 2021: intervista di Paolo Pera, dieci frammenti e un estratto dalla Nota dell’Autore.

Mario Marchisio, “Caleidotératoscopio. Torto e ragione del frammento“, puntoacapo Editrice, 2021. Con un saggio di Daniele Caroppo

Intervista di Paolo Pera a Mario Marchisio

1) Buongiorno Mario, da pochi mesi è uscito il tuo nuovo lavoro aforistico, Caleidotératoscopio. Torto e ragione del frammento (puntoacapo Editrice, 2021. Con un saggio di Daniele Caroppo). Come nasce questo titolo intricato, intrigante e, aggiungerei, inquietante? Annuncia forse il contenuto profondo del volume (domanda ovvia, lo so, ma necessaria)? Cosa v’è di mostruoso e/o miracoloso in questo volume?

 Il titolo si riferisce al fatto che in questo libro si trovano mescolate sia immagini (o meglio, forme) belle,sia orribili, mostruose. Com’è ovvio, alle forme andranno associati concetti, situazioni, ipotesi, visioni interiori e così via. Da qui il neologismo che ne è derivato: caleidotératoscopio.

2) Come nasce la tua scrittura aforistica? Quand’è giunto il primo scritto? Qual è il compito che assegni al frammento?

Ho iniziato a scrivere pensieri e aforismi sparsi intorno al 1980, vale a dire circa dieci anni dopo aver tentato la scrittura in versi. A distanza di tempo, mi sono accorto che numerosi frammenti si inserivano in modo spontaneo all’interno di saggi di vario argomento da me scritti in seguito. Dunque, una sorta di anticipazione, rigorosamente a mia insaputa.

3) Questi aforismi erano già raccolti ne L’anno bisestile, quale cambiamento v’è stato tra l’opera precedente e questa?

L’anno bisestile faceva parte del volume I dialoghi di Incmaro (Edizioni dell’Orso 1999) e sviluppava una precedente raccolta intitolata Diadema delle tenebre (ivi, 1990). Ora il tutto si è notevolmente ampliato e giustifica un nuovo titolo, o così almeno ritengo.

4) Sei prevalentemente poeta – uno dei più geometrici e raffinati agli occhi di molti osservatori, amici e colleghi – ma non disdegni affatto la scrittura saggistica (e neppure qualche guizzo narrativo[1]), ricordiamo per esempio la generosa opera in veste di critico letterario oltreché quella teologica e sull’arte figurativa: ci sono familiarità tra questi tre filoni e i tuoi frammenti? Questi ultimi sono forse “scappati” dalle tre parti più sistematiche ed estese?

L’esatto contrario! I frammenti più lunghi, come ho detto al punto 2, precedevano i saggi che sono poi venuti a inglobarli.

5) Chi ispira la tua scrittura aforistica? Quali sono le ossessioni che troveremo in questo libro? Cosa non ci aspetteremmo mai? Come lo riassumeresti in breve (ma non in brevissimo)?

Quali ossessioni? Ma è un’ossessione unica, continua, per quanto sfaccettata. Essa delinea i volti contraddittori di colui che nel libro dice «io». Tuttavia, permettetemi di citare qualcosa da un riassunto verosimile che ho stilato nella nota introduttiva a Caleidotératoscopio: «Rimostranze contro l’animo umano e la sua congenita frivolezza, pulviscolo di ragionamenti, di ricordi, […] divagazioni sulla passione amorosa e l’esuberanza della morte, sulla pittura e la poesia, la fede e la sua assenza, gli enigmi della vita associata e il miracolo delle virtù autentiche […]».

6) Potremmo definire la tua una scrittura aristocratica? Come si esprime quest’aristocraticità (se essa è) nel tuo Caleidotératoscopio?

Se è un sintomo di aristocraticità credere nell’ordine divino dell’universo, nell’arte come riflesso di quell’ordine e nei rapporti fra individui e stati come un sistema che deve a sua volta conformarsi a quell’ordine; allora sì, io sono aristocratico, e aristocratico è lo stile che mi riflette, volente o nolente.

7) Quali sono i pensatori che ritieni a te più affini nel panorama contemporaneo e quali nel passato più e meno recente?

I più affini non saprei dirti chi siano. Posso però nominare i più amati. Tra i filosofi propriamente detti, al-Ghazali, Malebranche, Leibniz, Schopenhauer, Florenskij. Ma ne sto certo dimenticando troppi… Né si trascuri la portata filosofica di grandi autori di aforismi e pensieri vari, come La Bruyère, La Rochefoucald, Leopardi e Cioran.

8) Possiamo aspettarci ulteriori lavori da Mario Marchisio?
Ho iniziato in veste di poeta e vorrei terminare in quella medesima veste. Col permesso delle Muse.

9) In conclusione, c’è una massima (tua ovviamente) che vuoi lasciare ai nostri lettori?

Propongo il pensiero n. 448. «Più la vita spirituale di una nazione marcisce e più i convincimenti della massa si trasformano in una patetica autoassoluzione permanente».


[1] Intervista a Mario Marchisio intorno al volume di racconti Chi vive se ne pente (puntoacapo Editrice, 2020): https://alfredorienzi.wordpress.com/2021/04/17/paolo-pera-intervista-mario-marchisio-intorno-a-chi-vive-se-ne-pente/

Dieci frammenti e un estratto dalla Nota dell’Autore

1. Talvolta, anche la verità più sublime emana una torbida luce di menzogna punto tutto dipende da chi la contempla.

32. Il Disaccordo ti dà gioia.

82. Perché disdegnare con tanto accanimento la simpatica “fatica sprecata”? Tu, io, ogni altro essere, ogni non-essere, che prepondera, ogni terra ed ogni oceano, ogni stella, ogni galassia, ogni universo, ogni spazio ed ogni tempo, non siamo – non sono – Fatiche Sprecate?

145. Ubriacarsi, intossicarsi di letame umano; poi risalire al cielo della Poesia.

168. Sapere con esattezza ciò che vogliamo equivale ad averlo quasi raggiunto.

218. La funzione più verosimile dei libri mediocri sembra essere quella di distrarci, di farci dimenticare per breve ora l’esistenza delle opere supreme. Se noi ci nutrissimo infatti esclusivamente di queste ultime, rischieremmo di illuderci, attraverso l’assuefazione alla perfetta bellezza, che non vi sia null’altro al mondo; e poiché la mente non è meno ingrata del cuore, il passo successivo sarebbe certo la noia, l’invincibile noia. Ma grazie alla nostalgia di grandezza e verità che presto ci opprime dopo esserci avventurati nella lettura di cose vuote insignificanti, ecco allora che con rinnovata lena, con risorto entusiasmo, facciamo ritorno alle parole intrise di non mentita arte; così come, dopo aver attraversato una pianura arida ed afosa, risaliamo cantando all’aria limpida delle vette.

273. Essendoci infinite buone ragioni tanto per lodare che per biasimare un medesimo fatto, siamo soliti scovare le une o le altre a seconda del nostro personale tornaconto.

379. Molti, rifiutando dei favori, ingrassano la propria vanità ed eludono la preoccupazione di doversi sdebitare in futuro.

465. Più si ama l’Arte e più si mette fra parentesi il proprio ego punto è troppo ingombrante per la figlia delle Muse.

507. Ho compreso, in un solo istante una volta per sempre, che esistono due tipi di morti: quelli stesi nel sepolcro e quelli che camminano, mangiano, dormono, ridono e piangono: i cosiddetti vivi.

dalla Nota dell’Autore:
Rimostranze contro l’animo umano la sua congenita frivolezza, pulviscolo di ragionamenti, di ricordi, di aborti narrativi ovvero incubi ad occhi aperti, divagazioni sulla passione amorosa e l’esuberanza della morte, sulla pittura e la poesia, la fede e la sua assenza, gli enigmi della vita associata e il miracolo delle virtù autentiche virgole destinata a sussistere mentre il male Lea sedia fino all’ultimo palpito del nostro mondo.
Questo laborioso coacervo di frammenti è anche il testimone involontario della ridda di contraddizioni che mi accompagnano, bistrattandomi a loro capriccio. Sono pagine che forse nulla, se non la vanità di chi le ha scritte, potrà mai giustificare. Mi rivolgo pertanto all’indulgenza dei miei amici con la certezza che – se qualcosa di buono dovessero trovarvi – di certo non lo sminuiranno e che tutto il soverchio, l’inutile e il ridondante che li appesantisce non vorranno metterlo alla berlina, quanto meno non ad alta voce, come di solito invece avviene tra uomini di lettere.

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