“Cesura del rimpianto nella poesia di Nicola Romano”, di Arturo Donati

Su “Tra un niente e una menzogna” (Ed, Passigli, 2020), prefazione di Elio Pecora.

Cifra ermeneutica

In un mondo orizzontale a quota zero di trascendenza il prodigio della parola costituisce un ingombrante fardello in cui convivono imprigionati le forme indebolite dei significati dell’esistenza umana e la spinta non sopita a mutare il sensitivo in poesia.
Quanto più il quotidiano elude il sacro tanto più nell’uomo di indomata qualità la poesia tende a sostituirne in qualche modo la radice.
Assistiamo oggi a una crescita esponenziale del bisogno di mutare il disincantato vitalismo dominante in un riscatto immediato del soggetto scomponendo, parcellizzando l’universalità del linguaggio a misura immediata dell’Io.
Oggi un «io» mai pago di sé cerca nella parola definibile poetica un alter-ego che tesaurizzi estemporaneamente la spinta più profonda verso la bellezza ma che al contempo si prefiguri quale nuovo Virgilio rassegnato al viatico delle limitatezze.
Così la parola sempre meno legata all’attenzione spirituale (autentica prima radice della poiesis) si fa portatrice delle minimalistiche risonanze dell’evidenza che ostacolano una valutazione escatologica dell’effimero.
In altre parole larga parte dell’effluvio poetico più recente risente del baratto delle categorie del divino con quelle mondane. Esse reclamano con più immediatezza il rapido riscatto dalle angustie della quotidianità dalla quale l’Io vorrebbe dolcemente emergere. A tal proposito nella silloge di Romano esemplarmente leggiamo: “Ringrazieremo il sole/ per la sana emersione/ dai feroci azzardi/ ormai scampati…”
In primis la tensione verso l’autenticità risente della possente mistificazione ideologica della metafisica “grazie” ad Heidegger che a suo tempo ha introdotto nella circolarità filosofica. La riflessione poetica sul linguaggio che oggi si rivela nella condizione indebolita dall’uso decontestualizzato e ricorrente degli slogans più affabulanti.
Resta comunque vero che le muse minori del post moderno con i loro segreti bisbigli  nonostante tutto possono ancora alimentare devozioni espressive di rilevante efficacia formale, talvolta anche in grado di  raggiungere le vertiginose stazioni dell’arte.
Da tale caustica prospettiva ermeneutica nella disamina del testo di Nicola Romano saranno posti in evidenza alcuni tratti di credibilità del suo discorso poetico.

Cenere

In linea di principio il rilievo della credibilità di un linguaggio va affrontato soltanto all’interno della struttura formale scelta per la versificazione e eventuali raffronti comparati dei versi vanno scelti prescindendo da qualsiasi agiografia del vissuto del soggetto poetante.
Nicola Romano nel suo Tra un niente e una menzogna riesce “involontariamente” ad offrire, come involontariamente riescono a dirci le loro verità i poeti non improvvisati, una chiave esplorativa di efficace lapidaria pregnanza che riportiamo:

“Per scrivere poesie
bisogna frequentare il vuoto
le durezze dei muri
il farfugliare assurdo
delle chiromanti.
…genuflettere l’anima
ascoltando un album di Endrigo
e lavarsi i capelli
con la residua cenere del mondo”.

Dalla forza di questi versi tanto suggestivi quanto vagheggianti dell’opera forse più matura del prolifico poeta siciliano, si scorgono i chiaroscuri e l’orizzonte della sua interessante dimensione poetologica. In essa l’evocazione dell’aspersione salvifica a cui la cenere richiama è posta in termini di sconfortante ed estrema labilità che invita il lettore più attento a una riflessione sulla ritualità quotidiana quando non del tutto rassegnata a convivere con il vuoto. L’incisività di tali versi fortifica la credibilità del discorso poetico di Romano che sviluppa nell’intera silloge mantenendo nel complesso un criterio di coerenza tematica adeguato e scevro di eccessive ridondanze.
Se le ceneri riconducono simbolicamente al concetto di penitenza, Romano ne offre un’accezione minimalista ma efficace in quanto sottintende la cruda quanto solida consapevolezza della disciplina poetica soggettivamente rassegnata alla funzione di abitudine dell’Io a convivere con se stesso per riuscire a eludere la maledizione dei rimpianti.
Riconoscimento di senso che accompagna la vita eludendo per serietà sia la banalità delle trasgressioni che blande ideologie. Esse nel post moderno tessono spesso la retorica dell’immagine del poeta che scuote le coscienze drogate dalla circolazione sociale degli slogan oramai imperante. Infatti tali richiami sostituiscono la vera creatività, la mancanza di visioni e di riflessioni più profonde. Per chiarezza è possibile rappresentare la peculiarità del disincanto di Romano con un ardito accostamento.
Pier Paolo Pasolini nel suo Le ceneri di Gramsci anticipa, in tempi non sospetti, l’ambivalenza delle illusioni e delle utopie antropologiche del presente. Nel poemetto Pasolini riflette ispirato sulla lapide di Gramsci che incarna il declino di tutte le utopie. Nella lirica immediatamente successiva della stessa silloge riflette sulla tomba di Shelley per il quale il culto estremo della poesia si nutre della negazione del divino. Quello di Pasolini è un incolmabile vuoto macroscopico e ideologico che corrode e consuma la vita stessa del poeta spietato e onesto con se stesso come pochi lo furono nel Novecento.
Di contro la labilità dell’incensarsi con la cenere per Nicola Romano è sintomo di un sintetico appagamento esistenziale che ritrova nella condizione ordinaria la possibilità di continuare comunque il proprio discorso seguendo la sua dimensione musicale e tuto ciò nonostante a prescindere dall’evanescenza delle visioni dominanti del mondo.
Si tratta forse nel suo caso di consolidato minimalismo ma comunque serio e significativo che lo induce a presentarsi coraggiosamente come l’arbitro unico del suo discorso dal quale non vuole nè può derogare.
Una scrittura che non teme le assonanze o le misure con le suggestioni ordinarie come quelle indotte dalle atmosfere canore più dolci o della critica sociale non mistificata che non cambia la vita. Il poeta “accetta” i vuoti quotidiani effettuando la cesura del rimpianto pur di raggiungere l’efficacia espressiva che autorizza l’oltrepassare la soglia del silenzio e osare riconoscersi nell’estemporanietà della scrittura.
Nel Nostro il realismo sentimentale e quello dell’ironia si coniugano e sono fonte di una certa eleganza e di notevole chiarezza che aiuta il lettore a riconoscere le trame di fondo del suo racconto. (Basti riascoltare Endrigo o Gaber, magari proprio il suo Shampoo, per comprendere meglio alcune delle ragioni che sottintendono ai suoi afflati).

Vuoti minimi

Nel poeta di oggi, il vuoto è vuoto di parole che si colma con l’insorgenza del verso libero in grado di rompere l’incantesimo di un “letargo illogico” di cui Romano parla nel felice incipit del libro. Un letargo custode di possibilità pronte a liberare l’illusoria quanto appagante perla del discorso. Simbolica liberazione di un senso fondante avulso dal predominio del sacro ma certamente ad esso non ostile, tanto è vero che la poesia che felicemente inaugura la silloge, si intitola proprio “Peccato”.
Un peccato consistente nella irrefrenabile se non deliberata resa all’immaginario che alimenta la vitalità connotante il suo tempo piagato dalle parole non dette: “l’utopia vagante...che conduce…a questo assurdo viver da poeta.”
E in questa amabile assurdità risiede in primo luogo la cifra, il segreto del vivere l’alternanza dei giorni, mentre più avanti, nella poesia “Libertà” Romano rappresenta in chiave criptica la condizione di impenetrabilità a qualsiasi principio di ragione che possa intaccare la barriera dell’illusione personale di sentirsi davvero libero in un notturno simbolico inappagante in cui il suo «io» sposa più modalità di essere: “…sarei il riassunto di una notte cieca”  o “sarei del riccio il suo letargo”.
Nella corazza del riccio dormiente il metaforico esoscheletro protettivo della purezza della parola nascente dal deserto dell’interiorità, stanca ma altera, che non accetta del tutto e fugge a suo modo le misure ordinarie del mondo, aspirando, come ogni anima bella, alla linea di fuga nella luce: “…se non avessi al lato questa porta-finestra la luce e la sua soglia”.
La sorgività viene dunque analogicamente accostata all’esemplarità del peccato, davvero necessario per il poeta che per dovere etico non può disubbidire alla legge del dire nè sfuggire alla tentazione di fare dei versi la sintetica narrazione estraniante di sé che si converte in parole. Esse quando inespresse fanno della vita sciupata dirompenza, tempo perduto.
Per Nicola Romano versificare è anche abbandono del “letargo illogico” che facilmente  riconduce alle stazioni della memoria dolorosamente scandagliate in  “Amicizie perdute” e maggiormente in “Ricordi”:

“I luoghi mansueti dell’infanzia…
le braci che mancavano agli inverni…
dettagli ormai confusi al trito dei ricordi…”.

Più lo scrittore tenta di stendere il consolatorio velo della nostalgia, più appare sconfortante l’assenza di risposte sui destini ultimi degli affetti perduti che in “Echi” fa affiorare un’atmosfera di composta rassegnazione all’insonnia scandita dal palpito notturno. Ma si tratta forse di un rimpianto che si sottrae o meglio non cede del tutto alla lamentazione.
Tale palpito potrebbe interpretarsi come il ristoro della necessità interiore di obbedire alla legge della disciplina poetica.
Disciplina che richiede momenti di rinnovata preparazione al racconto della personale percezione della fugacità del tempo.
A questo punto la memoria della sua esistenza, così come desumibile dai versi, si ancora al commutativo erotico-psicologico che risalta nella poesia “Assenza”. In essa la considerazione universale del vincolo poetico essere-parole viene ricondotta al fragile legame intercorso con l’altro, complemento del sé, che nel suo sfilacciamento diventa ferita. Dolente principio di realtà precaria che si fa storia.  Una micro storia di vaghezza che induce lo scrittore a cullarsi nelle oscillazioni oniriche.
Nella dimensione della leggerezza si consuma la restituzione dell’anima alle ali del canto e al buio della notte inquieta e omologante. Ogni notte la dissoluzione del del sonno esige così l’ausilio di una “cupa lanterna tra i muri del cuore”.
Cupa perché la tremula fiamma adombra i muri del mondo, reale e immaginario, contro i quali si esercita la fuga forse apparente, verso la libertà. Valicando confini che appaiono  nella febbricitante interiorità dalla confusa dinamica vitale che non consente una valutazione ordinata della vita, del tempo e delle visioni.
Lo scandaglio sentimentale in “Amicizie perdute” diventa un fatto mentale, spersonalizzato. L’amicizia è presentata come un vincolo di complicità con la vaghezza della vita di cui alla lunga non resta memoria dei nomi di compagni di sensazioni, afflati e  rimpianti: “ma caddero castelli con detriti di nomi presto scordati”.
Detriti rappresentati nel componimento come erbacce che assediano un fiore. Il fiore poetico di Romano resta custodito nei ricordi delle visioni scritti sugli occhi e nei tepori di “braci che mancavano agli inverni” di cui sanno le stagioni trascorse che conobbero gli abbracci al padre invecchiato vera generosa fonte di tenerezza di cui si recita composta apologia nei pregevoli versi conclusivi di “I Ricordi”, una delle poesie più convincenti della raccolta.
Vi domina un raccolto senso di privazione, un vuoto non maledetto, che rende difficile il ristabilimento del dominio del senso comune e dei significati normalizzanti che conquistino la saggezza e così resta interdetta la risposta al senso del dolore: “senza risposta si sconforta il cuore…”.
 Questo è il punto di diramazione narrativa della silloge che si accompagna a una vaghezza tormentata e ricorrente. Svolge la funzione di legare sottilmente le poesie in un almanacco sintetico dei segreti della vita che cerca invano una forzosa via di fuga dalla circolarità dell’insulso infatti così si legge in “Un battito di ciglia”:
 “usciremo dai moti circolari e dai quaderni scritti controvoglia…” ed anche in “Un setaccio”, componimento in cui la temperie della vaghezza raggiunge l’acme grazie alla vertiginosa chiusa:

“… e sono cava
senza più pietrisco
erosa da quel transito furioso
di vento che defoglia e manda altrove
ogni aderenza che sembrava eterna.
Sono il setaccio
di tutto ciò che ho perso”

Appare riconoscibile un irrisolto conflitto di volontà tra il ripudio della memoria e la sua accoglienza per celebrare una nostalgia dell’essenza perduta (brutalmente erosa)  che accorre in ausilio a ciò che resta dell’Io. Confusa entità ora annaspante nel fuoco della disillusione ora rassegnato errante tra i meandri sepolcrali che custodiscono la storia della mortificazione del vitalismo a cui ci condanna il destino dell’irripetibilità dell’esperienza umana.
Successivamente Nicola Romano torna a chiedersi chi sia passando in rassegna  l’interpretazione del sé. In questa legittima disamina il poeta si allinea alle ordinarie istanze moderniste. Cioè ribalta la metafisica letteraria che prevede la risoluzione del soggetto nell’opera subordinata all’esito della forma per asservire,(pur con una certa eleganza specialmente evidente nella poesia Stasi e Sarà meglio), il suo linguaggio alla ricerca consolatoria del sé che in molti dei poeti recenti talvolta tende anche all’autocompiacimento.
Pertanto alcune liriche risultano certamente apprezzabili ma meno pregnanti di quelle a cui si è già dato risalto, anche se ben funzionali all’articolazione complessiva del racconto che Romano riesce a offrire al lettore sempre con particolare onestà e pudore.
Una pregnanza che comunque nella silloge si ripresenta felicemente nelle due poesie delle quali proponiamo alcuni versi di straordinaria efficacia, essendo giunti al termine della nostra  breve disamina.

Picchi d’argento

“…e saprai pure
dei gradini segreti
con cui giungemmo
all’apice agognato
dove apparve d’alpacca
la cima che da sotto
promettere pareva
solo picchi d’argento”



Polittico ai frusti giorni

“Necessitante dunque
ritagliarsi il mestiere
di fine impagliatore
per conservare
in forma imperitura
quei momenti assai radi
che più luce hanno dato
agli altari del cuore…”

A questa necessità  ha risposto il nostro poeta che onora da oltre mezzo secolo la sua Musa ed ha raccolto numerosi riconoscimenti da parte dei cultori e anche la gioia di essere restituito attraverso i tipi editoriali di case editrici di indiscussa qualità.
Ma in genere la gratificazione non è l’unica molla precipua dei poeti che quando riflettono sul senso del dire sentono rigenerare il loro spirito dall’interrogativo più pressante.
Quello di essere veramente riusciti a colmare il vuoto con le parole e di ricostruire il senso dell’esistere per ricomporre la sfuggente pienezza che satura la vacuità incombente quando consuntivamente si cerca l’anima che la pagina ha rubato nella sintesi ultima delle fatiche di una vita.

…e cosa resta
delle fatiche spinte sino a sera
per lanciare le reti sul domani
o delle labbra offerte con tremore
dentro un’oscurità senza parole”
(Vacuità)

Il libro di Nicola Romano non è altro che la storia breve di un lungo e complesso pellegrinaggio attraverso gli squarci di questa prepotente oscurità vissuta dal poeta con autentico ancestrale tremore e segreta tensione d’amore.


Nicola Romano risiede a Palermo, dove è nato nel 1946. Giornalista pubblicista, è stato condirettore del periodico “insiemenell’arte” e attualmente collabora a quotidiani e periodici con articoli d’interesse sociale e culturale. Nel 1984 l’Unicef ha adottato un suo testo come poesia ufficiale per una manifestazione sull’infanzia nel mondo svoltasi a Limone Piemonte. È presente nella rubrica ‘Fahrenheit’ di Rai Radio 3. Attualmente dirige la collana di poesia dell’editrice palermitana “Spazio cultura”. Ha pubblicato numerose le raccolte di poesia esordendo con I faraglioni della mente (Vittorietti, 1983). Gli ultimi volumi sono: Gobba a levante (Pungitopo, 2011, pref. di Paolo Ruffilli), Voragini ed appigli (Pungitopo, 2016, pref. di Giorgio Linguaglossa), Birilli (Ed. dell’Angelo, 2016, con incisione di Girolamo Russo), D’un continuo trambusto (Passigli, 2018, pref. di Roberto Deidier), Tra un niente e una menzogna (Passigli, 2020, pref. di Elio Pecora)

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