Un ricordo e tre poesie d’esordio di Gianmario Lucini

Foto da: Ballata avvelenata, CFR, 2011, pag. 24

Gianmario è morto all’improvviso, per un infarto, nella notte tra il 27 e il 28 ottobre 2014. Ci conoscevamo dal 2000 e ci siamo incontrati diverse volte, fino al 2012, a Torino e dintorni, Milano, Piateda. Fu il primo che si interessò in maniera organica e sistematica alla mia poesia (e a quella di cento altri, con una generosità fuori, ma molto fuori, dal comune) e fu il primo su cui mi esercitati come recensore, sul suo volume d’esordio Allegro moderato. Mi incoraggiò, come poeta e saggista. Gli devo molto. Il suo sito Poiein fu uno dei primi e più importanti poli di aggregazione poetica e di ricerca, per così dire, militante. (Peccato gli scritti siano andati perduti, o, almeno non inclusi nel nuovo sito, ma occorre gratitudine, in ogni caso, a chi ne prosegue l’opera). La sua energia mi appariva inesauribile e la sua presenza un costante punto di riferimento. Col tempo anche la sua produzione poetica si andava arricchendo (e consolidando qualitativamente, come conseguenza logica del suo continuo porsi dubbi e sentirsi insicuro tra i versi) e la sua opera di curatore di antologie moltiplicando. Ma negli ultimi anni, direi dopo l’ultimo incontro in Piemonte, all’Ecomuseo della Resistenza di Col del Lys, nell’estate 2012 (dormimmo con Mario Marchisio nell’omonimo Rifugio appena costruito), le mie vicende personali mi avevano portato a defilarmi per lungo tempo dal mondo della scrittura e della poesia attiva, così che anche le mail degli amici di penna godevano di attenzioni che, col senno d’oggi, non posso che definire gravemente superficiali. Così quando (a cavallo del 2014 col 2015?) lessi di sfuggita che si stava organizzando un’antologia “in mortem”, pensai che Gianmario fosse alle prese con un’altra delle sue iniziative. Compresi con sgomento, solo a metà marzo 2015, che l’antologia era non pensata da lui, ma per lui!
Il dolore si fuse alla sconsolata desolazione di come fossi venuto a sapere della morte di un amico, non di uno sconosciuto, ma di un amico, così colpevolmente tardi.

Ecco, in realtà, volevo riproporre qui qualche suo testo, poi ho sentito che volevano sfuggirmi, e li ho lasciati sfuggire, alcuni ricordi. Così decido di proporre alcuni testi, forse meno noti – in un solco lontano da quello prevalente dell’impegno civile, tratti dalla sua opera prima, Allegro moderato, Per me sono ricchi di un colore particolare, come quello che mostrano le promesse all’alba.
Nella dedica, Gianmario si firma “un cultore dell’impoetico”: modestia, non verità. E’ evidente.

da Allegro moderato, Montedit, 2001

Fiori

***
I fiori di Marina sono i miei fiori
gioia degli occhi e sobria
metafora di questo nostro andare
in rapsodia di vita.
Silenti ed eloquenti
su poggioli e finestra sgargiano
un fremito tradiscono nel vento:
il sentimento stesso del divino,
voglia di esserci, voglia di esistere.
Tramano racconto e sussurro
segreto di trapassati
o non ancora nati,
compagni nei giorni d’estate
eloquenti e muti.
Popolo mite acqua soltanto chiede
nei giorni d’arsura
popolo senza mura e senza artigli
d’amore
luce cattura…

[…]

***
Marina ama i fiori sussurra
magiche parole mentre li accudisce
ascolta i loro alterchi né mai si spazientisce
se alcuno oltrepassa la misura
e con sicura mano li recide
quando vizzi reclinano il capo.
                                               È la sorte
di tutti, Marina, è la morte
che li nutre e li disseta
unica certezza.

[…]

***
I fiori di Marina sono i miei fiori
semplici esistenze parallele
essenziali
senza domani vivono cantando
e cantano vivendo nel futuro;
in questo scuro andare alla nostra ventura
raccontano la loro breve vita
per simboli.
Marina ed io siamo il loro pubblico
comodo in platea
dentro il teatro di un altro destino
fuor dalla scena d’un dolore primo.

(pagg.39-45)


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