“Il rimprovero d’Omero”, di Paolo Pera su “Omero, non guardarci così”, di Matteo Maragna. Con due poesie scelte.

Matteo Maragna, Omero, non guardarci così, (Aletti, 2019)

IL RIMPROVERO D’OMERO


L’opera d’esordio di Matteo Maragna, Omero, non guardarci così (Aletti Editore, 2019), fin dal titolo pone una richiesta: ovvero che tra il microcosmo contemporaneo e l’oceano dell’antico (il classico?) non siano effettuati paragoni, entro cui nulla d’oggi reggerebbe: un po’ per l’impreparazione formale, un po’ per l’emergente povertà di vere cose da dire (anzitutto in poesia). Chi è buono – non volendosi dunque male… – evita tale confronto, poiché in esso vedrebbe vanificarsi ogni suo sforzo, per quanto immane; piombando altrimenti in un’ossessione d’assoluto entro la quale, della vita, nessuno più godrebbe davvero. Con questa premessa il Nostro inizia un canto che qualcosa d’«aedico» riesce comunque a dimostrarlo, se non altro nella predisposizione orale dei testi, che – se detti – aprono a una dimensione infinita (e mai del tutto compendiabile), quella del linguaggio. In una delle ultime sezioni Maragna si occupa esclusivamente di quest’aspetto, sfiorandone quasi la portata ontologica, ciò in una sommessa commisurazione (sebbene implicita) col Carmelo Bene de ‘L mal de’ fiori… Dove tutto è suono, senz’essere per forza altro.
Tra la riconosciuta impossibilità d’essere veramente «classici», v’è però nel Nostro un’importante desiderio: quello d’essere almeno poetaVorrei […] suggerire […] a me stesso di diventare poeta. Imparare tale «mestiere», come l’appella spesso Maragna, sembra promettere una sorta di dominazione del linguaggio; o, almeno, una dominazione del proprio linguaggio! È così che l’animo s’acqueta, prendendo a conoscere il soggetto quale limite ultimo di conoscenza del tutto.

Tra incursioni di poesia storica – che ammiccano al Kavafis di Aspettando i barbari, come l’opera: «7 settembre 476, Caduta di un Impero» – e un’intera sezione dedicata all’osservazione della Natura (la parte più evocativa del volume, ad avviso dello scrivente), l’autore sfrutta pure lo spazio dell’opera per approfondire – in una sorta di meditazione scritta – la propria interiorità e il suo rapportarsi col sé: Selvatico sileno sornione io sono, / e simulo santità, saggezza: / sanità sempreverde del senno. […] / Mai più a fondo della superficie di uno strano mondo / Ma ormai lontano, più solo ancora. / Sin da ora. Per sempre (da «Autoritratto del sé»). Come in ogni vero pensante, dotato poi d’una solida integrità, la ricerca del vero porta ad abbandonare il mondo (almeno nella partecipazione attiva a esso) e a denunciare la pochezza che pervade i miseri e la falsa-poesia, come intravediamo nel racconto conclusivo: dov’è narrato del banco di prova dei canti del poeta.

Dopo lo stordimento quasi onirico che la parola ha qui imposto, non ricaviamo una vera conclusione alle fatiche dell’autore: tutto pare ancora aperto in quell’agone affannante d’esistere e capire. Chiudiamo il libro con una sensazione preannunciata dallo stesso Maragna: Chiudo questo libro / penso un po’ a morire, / dimentico l’autore. Infine, prima di riporlo sullo scaffale – decidendo intanto se recensirlo o no –, guardiamo ancora una volta la copertina e ci accorgiamo che i vitrei occhi d’Omero invero tradiscono un forte rimprovero…

Paolo Pera

DUE POESIE DA “OMERO, NON GUARDARCI COSI‘”
(scelte da A.R.)

Sarà così

Taci.
La gente dorme.
Ragazzi studiano, si svegliano presto.
Gli operai dormono di notte.
Taci Ienk, non disturbare.
Non disturbare il mondo che freme,
il tempo che sgocciola l’otre dei secondi preziosi.
E’ una cornucopia.
Pensa.
Pensa a tutte le sigarette che hai fumato
fino ad oggi.
Pensa se fumerai ancora nella prossima esistenza.
Fra otto vite io e te ci incroceremo.
In una gita in barca. In un comizio politico.
Nella guerra più tremenda mai avuta sulla terra,
o nella felicità e freschezza
di un bosco ombroso,
a meditare su come saremo cambiati e definiti, trasformati,
in quel giorno distante anni luce.
E ti amerò.
Certo che sarò piccolo di fronte alla tua saggezza.
Proferiremo discorsi infiniti.
Ora non potremmo certo sognarli
certi discorsi.
Sarai bellissima. Illuminerai la notte.
Ci incroceremo ancora, e ancora.
Di questa vita, in fondo,
non siamo i protagonisti: lo bramiamo
intimamente.
Io con falsa mitezza: il mio animo è guerriero.
Tu con puerile ambizione:
non pulirai mai abbastanza bene una Terra imperfetta,
te ne accorgerai.
Perderemo i mille fili logici che ci manovrano.
Noi burattini pensanti,
ma pur sempre manovrati da burattinai invisibili.
Rideremo di noi stessi,
ma lo faremo a bassa voce.
Ti fisserò come si osserva
intensamente
la meraviglia di un sole che nasce al Polo Nord.
E riuscirò a sentire
l’infinita distesa delle tue emozioni,
solo chiudendo gli occhi.
Non dirai una parola. Proprio come ora tu fai.
Ma sarai buona.
Io sarò buono.
Il mondo sarà pulito.
Il tempo sarà infinito.
Paura non sarà che ricordo.

(pag. 46)



Meduse

Non c’è un compromesso nella medusa.
Trovami un nesso tra il morbido e il pungente.
Tra un suo tocco caustico,
rovente,
e il gelo degli abissi che penetra la sinuosa sacca elementare.
Cosa legherà nell’armonia geometrica,
un banco di erranti navicelle trasparenti,
smarrite nell’indicibile blu,
cuore del mondo?
Ha tremato anch’esso,
il mondo stesso,
occhi serrati e incredulo,
nell’ignorare per millenni
l’immortalità apparente della prima forma di vita.
La medusa è scrigno duale,
meno complesso dell’umano bene,
dell’umano male.

(pag. 63)










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