Daria Menicanti: piccola antologia da “Il concerto del grillo” – Parte II.

Immagine da: Daria Menicanti, Il concerto del grillo, cit., pag. 37 (Daria Menicanti nel 1937 all’epoca del suo matrimonio civile con Giulio Preti. Archivio privato di Licia Giorgina Pezzini)

Daria Menicanti, Il concerto del grillo. L’opera poetica completa con tutte le poesie inedite, a cura di B. Bonghi, F. Minazzi e S. Raffo, Edizioni Mimesis – Centro Internazionale Insubrico, 2013.


leggi – Parte I.


da FERRAGOSTO (1986)

Ferragosto

Mansueta e pigra come lo è ogni femmina
se non ha liti in corso, Madame
Centaure
per la piazza deserta
procede al trotto. Posa sul selciato
delicata gli zoccoli, lucendo
solleva impudica la coda di seta.
Sotto il sole d’agosto la città
per pochi superstiti improvvisa
tali eleganze, tali allucinazioni



Adozione

Da oggi il mondo è di
poltroncine paffute di cinz,
di lunghissime generazioni
di lenzuoli aerei smerlati
piegati in perfetti rettangoli.
Lei ha tre anni, capelli piumosi:
da oggi è in un’oasi di adulti
vezzeggiata attillata allisciata.
Queste cose vischiose lei le avrà
per anni
e il male sarà fatto



Ragno

Sulle altissime gambe oggi è un amico
mattiniero amoroso che arriva.
Giù lungo la veloce parete
cala a piombo e si arresta
sull’orlo della vasca dai beati
balsami dei sali drogato.
Con neri occhi di perla contempla
il bel mare ricciuto
che di sotto festeggia. Là si assesta
di là aspira con avido fiuto
dimenticando il geometrico barare
dell’impalpabile trappola ancorata
sù all’angolo tra il muro e l’altro muro.
Oggi l’ebbrezza oggi
i vapori danzanti. Per tutto
il resto – sequestri vampirismo
inganni – oggi riposo



Felini

La lunga tigre lucente, il leopardo fiorito
– la guardinga, la silenziosa grazia –
tuttora ci minacciano
ma della loro scomparsa



La festa del grillo

Questo me l’han portato dal Galluzzo.
È d’uso nelle belle serenate
dell’Ascensione depredare i campi
fare gabbie di grilli.
Entro ciascuna
trema la piccola cosa acclamante
di stelle e luna
fino alla sua sorte.
Ma il mio. Lo lascio sulla via Marcello:
– Caro, l’avverto, ti contenterai
di un povero giardino di città. –
E gli apro la guardiola. Io non ignoro
quanto amino la libertà i poeti


da ULTIMO QUARTO, 1985-1989 (1969)

Notizie biografiche

Vuoi notizie biografiche, i fatti
sapere vuoi che abbiano scavato
nella mia vita un fondo di graffiti
che abbiano riarso
una striscia di lungo i miei giorni.
Ma che queste vicende siano parte
di me della mia vita
– inizio fine e nodo –
non pare abbiano questa importanza.
Quello che conta non è l’opinione
l’ideologia il pensiero. Quel che conta
è sempre la parola:
la vita dello scriba è una manciata
di sillabe e vocali e consonanti
e di allitterazioni:
fra tutto quel sussurro ad ora ad ora
serpeggia appena udibile o sfinisce
una buia canzone, il decanto
del vissuto, lo specchio e la culla



Dicembre

L’anno si accorcia: l’anno –
dicevano – sta già bruciando gli assi.
Ma il coraggio che occorre
per accettare quello che sei stato
quello che sei – il poco che sei ora –
l’animo che ci vuole
per ricominciare tutto da capo.
Coi pochi amici ultimi e le care
cose prima che affondino
affrettati a doppiare a uscire
al largo azzurro e ignoto



Futuri

Regna tranquilla o trasalisce appena
la pace degli animali su quello
che chiamavamo il nostro pianeta.
Prima di noi vi regnò per millenni
e per altri millenni regnerà
dopo. Ma quando il bel pianeta azzurro
– fu così che lo vide Gagarin –
si sarà spento in una lieve bolla
di pomice serena
la vita la seguiteranno ancora
insetti di perfetto cervello
lucidi e neri pullulanti ovunque
beati di rovine



2 Novembre
                                         sono
una folla oramai contro la mia
porta. Sono una gente. E ciascheduno
ha quell’ultimo sguardo che aveva



da CANZONIERE PER GIULIO (2004)

Sogno

Dal porto grigio e tenero di nebbia
con soavi lentezze bastimenti
uscivano infiniti – e su una tolda
qualcuno mi garriva salutando
pur me pur me coi cenni, con la mano.
L’angoscia di quel vivo fazzoletto
nella sua chiusa palma!
Fitto mi stette subito il coltello
dell’abbandono:
ero dunque la terra
da cui si strappa l’albero infelice.
Ero colei che infine si diserta
dopo infinita guerra.
             E dolevo di lui selvaggiamente
per ogni sua radice.

febbraio-marzo 1963



Poesia d’amore

Le giornate si sono fatte lunghe
i nembi caldi, soffici; marino
quasi
il vento guerriero.
E mi porta farfalle e cartoline
e sull’angolo
te,
uno irto di capelli e di sontuose
baruffe,
ma assai caro
egualmente,
assai caro.

marzo 1964




Epigramma per un filosofo
                                                                           a G. P.
Mai ti perdoneranno il tuo non fare
comunella con gli altri, il tuo non essergli
uguale.
E questo soprattutto: amare
più che gli uomini la verità.

aprile 1965



Non dire

Non dire mai che è morto, non dire
era, faceva. Le tristi parole
non servono che a farlo sprofondare
ancora di più nella terra.
Muoiono veramente quelli solo
che vai dimenticando: a poco a poco
tace la voce che t’innamorò.
Scende sul viso un logorio sfinito
di cenere e penombre. Quella è morte.
Quella è morte davvero e senza alcuna
speranza


da POESIE INEDITE (1945-1993)


Antonia*

Quando decisi di uscire
per sempre dalla sua vita –
di uscire dalla sua vita –
e, dopo tanta febbre, torture e agonìe
per lui, volli per lui essere morta –
essere morta –
dicesti che era (alzando parlavi le ciglia
con l’aria di chi sa tutto) che era un suicidio
a parole, uno dei soliti miei suicidii in versi
e che piuttosto dovevo tirarmi su e mangiare
qualcosa di meglio che tartine té amaro.
Invece solo un poco più folta qui dal muro
l’erba fa la mia pace – come dici tu – la mia pace,
ma i giorni di primavera e i canti di primavera,
sì, dove sono, dove sono andati?

Pavia, 30 agosto 1950

* Di tutte le giovanili è senza dubbio la più interessante, per la struttura di dialogo oltre che per il suo “ermetico” contenuto . Chi parla è la poetessa Antonia Pozzi (1912-1938) conosciuta e amata da Daria, che rivolgendosi a un interlocutore imprecisato (non la persona amata ma probabilmente un’amica: Daria stessa?) fa notare, in tono dolce e mesto, che non aveva mentito nel manifestare la sua intenzione di lasciare la vita. La precisazione fra parentesi “parole per musica” fa pensare a un progetto che rimase irrealizzato [Nota di S. Raffo].


Commutazione

Nostra sola ricchezza è il lavorìo
del cervello, ma il suo perfezionarsi
la sua costante presenza di vita
non è quale fu un’inoffensiva
gioia liberatrice. Dalle mani
oggi sfugge la sua creatività.
Più facile inventare le cose
che utilizzarle o – una volta create –
difendersi da esse
dal loro soffocante starci attorno
in una autonomia affaccendata.
La nostra componente, la ragione,
che ci parve una gloria innocente,
oggi rimane a consumare e a sfare
a consumarsi e a sfarsi.
Non fu davvero una felice idea
aggiungere alle cose del pianeta
il lungo scaleo della sapienza:
i ponti aerei, i suoi svoli di astratto.
Quello che più ignorare non possiamo
è questa nostra assidua evoluzione
il sempre più veloce commutarsi
delle cose e di noi:
questo è quel che sappiamo a cui assistiamo
ma quale sia la giusta direzione
o la meta non è dato sapere:
quel solo che sappiamo è il venir meno
volta per volta dalla cara terra:
restano, il quando e il come
ancora dietro il muro compagne
mai domate mai spente, le passioni – (?)
per esse continua fra di noi
l’ostinata guerriglia, la madre –
così si disse – di tutte le cose.
Unica salvazione liberarsi
dell’io: che se ne vada il turbolento
eterno nemico, se ne vada
gravido di memorie e di offensioni
e nel suo luogo scendano le grazie
del silenzio il sollievo
della comune solitudine.

Milano, dicembre 1990-gennaio 1991



Si scende insieme

Si scende insieme l’infelice scala
e sempre più veloce
è il piede più basso e sempre più
vicino è il punto di arrivo.
Ce ne andiamo persuasi senza più
una voce senza una veduta
o una cosa cui ancora credere.
E ci cammina accanto
la sola compagnia che ci sia rimasta:
l’ombra delle parole. Con quella
un sempre più breve futuro ci stringe.
È l’autunno che scorcia e allegorizza
tra folti odori a far vendemmia allegra
di noi delle nostre care cose

Milano, ottobre-novembre 1991

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