Intervista a Carlo Molinaro, di Paolo Pera

1) Benvenuto, Carlo! Allora, è da poco uscita la tua più recente opera, Un garbo libero (Edizioni del Faro, 2021). Inquadra anzitutto, come già ti chiesi, il significato del titolo; anche in relazione alla dedicataria del libro.

La parola garbo mi è sempre piaciuta. Concretamente, nel gergo nautico, indica la forma dello scafo di un’imbarcazione, che deve essere curata con arte, perché è il punto di contatto fra la barca e l’acqua: un rapporto prezioso e difficile. Da qui, credo, il traslato nelle relazioni umane. Un garbo libero, cioè non condizionato da convenzioni e formalità, non schiacciato da paure e rispetti, è quasi un ossimoro: forse è la forma più spontanea e rara d’amore fra due persone. Il sintagma mi affiorò alla fine di una poesia narrativa, in cui racconto la prima notte trascorsa accanto alla ragazza a cui il libro è dedicato. Lo misi come titolo alla poesia, e poi come titolo del libro.


2) Quest’ultima opera, non di certo l’ultimissima vista la tua corposa produzione post-ultimo libro, rappresenta una svolta nella tua riflessione in poesia o è affine a quanto già scritto in precedenza? Ti consideri un “poeta felice”?

Felice non saprei. Credo che molte fra le mie migliori composizioni siano nate da emozioni di gioia – a smentire il luogo comune secondo il quale il poeta scrive solo se soffre. Ma è un discorso complicato, tutto si mescola. Un garbo libero coincide con una svolta nella mia vita, con la scoperta di un amore più profondo e totale, che provoca anche un cambiamento nella riflessione in poesia. Tutti quei discorsi sulla separazione fra vita e arte mi sono sempre sembrati tautologici e banali. È ovvio che l’arte non è la vita, sono due cose diverse; ma è altrettanto ovvio che l’arte nasce dalla vita e la rispecchia, sia pure con i più svariati filtri a deformare o camuffare. Nel mio caso specifico, il filtro è molto sottile.


3) Nell’opera compaiono anche due vivaci accenni di “poesia pornografica”, sempre sfumati e addolciti dall’amore che lì narri; l’aspetto erotico è sempre stato presente nella tua opera? Il tuo romanzo L’odore delle gambe delle donne (Miraggi, 2015) darebbe da pensare di sì…

Eros è la forza motrice della vita: il suo odore forte attraversa qualsiasi sublimazione. Sì, l’aspetto erotico è sempre stato presente in me. Quanto alla pornografia, è una parola sballata già dalla nascita, dall’etimologia. Il termine πόρνη in greco indica la puttana professionista: e deriva dal verbo πέρνημι “vendere” (da cui anche il latino pretium) e dunque si fissa proprio sull’aspetto commerciale del sesso. Pornografia è letteralmente “scrivere il meretricio”, è un po’ limitato, no? Anche se alcune mie Muse ispiratrici fondamentali hanno fatto le puttane di mestiere (hanno fatto, non sono state: penso all’aneddoto sartriano del cameriere) e la figura della puttana mi affascina, focalizzarsi solo su quello è alquanto riduttivo.
Credo però che questa antica riduzione abbia radici non solo bigotte o moralistiche (ci sono certo anche quelle) ma sia dovuta a un’impossibilità, che io sostengo e percepisco, di dire esplicitamente la sessualità allo stato puro. L’oggetto della pornografia (cioè proprio questo dire esplicito) viene bollato come osceno o volgare per difendersi dalla realtà (forse insopportabile) che esso è divino e indicibile. Come Dante sulla soglia del Paradiso, anche sulla soglia di una fica spalancata, illuminata in tutta la sua fremente anatomia, eventualmente penetrata da un pene, eccetera, s’ha da dire: a l’alta fantasia qui mancò possa, ovvero non eran da ciò le proprie penne.
La sessualità pura esplicita nuda, pornografica in quanto spogliata di quegli eleganti ornamenti e di quelle vezzose metafore che conferiscono il lasciapassare intellettuale di fine erotismo, è divinamente indicibile. E infatti mi sento di affermare, un po’ provocatoriamente, che la letteratura pornografica (la scrittura) non esiste: tant’è vero che quando si dice porno si pensa subito a immagini o filmati, nei quali la rappresentazione diventa possibile proprio perché salta la mediazione del linguaggio.
Ecco, forse mentre il Dio ipotetico nell’alto dei cieli è sia invisibile sia indicibile, la cosiddetta pornografia è visibile ma non dicibile. Ho provato – lo ammetto! – a scrivere racconti pornografici, sarei felice di riuscirci, ma non è da ciò la mia propria penna.
I due accenni di poesia pornografica a cui ti riferisci in Un garbo libero riescono a esistere perché inseriti in un flusso d’amore, sono dettagli necessari nel raccontare altro. Sai, come quando i critici in un certo film dicono che “quel nudo è giustificato dalla narrazione” – per evitare al regista l’accusa di pornografia appunto. Ma non c’è niente da giustificare, c’è che il sublime del sesso lo puoi guardare quasi sempre solo con la coda dell’occhio, quasi per sbaglio, se no ti abbacina, come un dio che sta a monte di tutto.


4) Che cos’è per te il romanticismo, per citare una tua domanda messa in versi?

Me lo sono domandato, appunto, ma non ho una vera risposta. La domanda la pongo nella poesia Romantico, sempre in Un garbo libero, che ha collegamenti con la domanda precedente di questa intervista. Perché un fonte che sgorga in un’erta montana lo si può chiamare romantico e una donna che piscia a cosce aperte in un prato no? Non è la stessa meraviglia di natura? Al di là della corrente artistica e letteraria che è stata chiamata precisamente Romanticismo nella storia (un po’ vaga anche quella, comunque) la parola è sdrucciolevole. Potrebbe indicare uno scenario in cui l’emozione prevale sul dato, ma no, è pure questa una scemenza. Diciamo che non so rispondere.


5) Franco Trinchero (critico e poeta) parla del tuo “sentimento francescano per l’essente”, ti ritrovi in questa definizione?

Forse un po’ sì… Davanti alla scena del mondo provo spesso un senso di stupore e lode. Tutto l’essente, già. Non solo gli alberi e il fiume (romantico?) ma anche il vicolo oscuro umido merdoso (altrettanto romantico?) mi infondono una sorta di meraviglia. Questo accade in certi momenti, almeno. L’occhio e il sentimento non sono macchine oggettive, tutto cambia in ogni istante. Nel confronto con la ragazza a cui è dedicato il libro si è macinato molto di questo, lei aveva una specie di ferita e sanguinante pietà per l’esistente, per citare, ehm, un altro giovane poeta. Dal sentimento francescano alla percezione della crudeltà, dell’orrore, c’è solo un passo, o forse nessun passo.


6) Che cos’è per te il Linguaggio? Quali sono i suoi limiti? Sempre nel romanzo sopraddetto il tuo protagonista se ne sentiva abbastanza impedito, nevvero?

Il linguaggio è tutto ciò che abbiamo (anche in questo momento lo sto usando) ed è nello stesso tempo la nostra prigione. Siamo il linguaggio e il linguaggio ci condanna a non essere. Si potrebbe fare un parallelo con il corpo: senza corpo non esistiamo, ma il corpo è la nostra morte. Non so bene. Dopo la morte della ragazza, è aumentata la mia insofferenza verso il linguaggio, la sua totale inadeguatezza, eppure scrivo, scrivo… Il linguaggio, ma in fondo la psiche, il pensiero, l’essere umano, un meraviglioso castello di cristallo germinato da una putrefazione cedevole, al compiersi della quale nulla esiste e dunque nulla è mai esistito. Detto questo dovrei uccidermi all’istante, allora mi rifugio in qualche metafisica, luogo inimmaginabile dove l’essere “è” – mi ci rifugio, così, per questo scorcio, poi muoio comunque.


7) Ricordi spesso di esserti sentito dire (fin dalle prime raccolte) d’avere ascendenze gozzaniane, ne convieni? Cosa mutui e poi sviluppi da Gozzano? Chi altro ha ispirato la tua scrittura?

L’accostamento a Gozzano derivò da alcuni miei toni percepiti come ironici, ma di un’ironia che forse era più vicina al sentimento francescano di cui sopra. Gozzano è elegante e profondo, s’immerge nel mondo borghese senza farsene contaminare, esprime con semplicità il dramma del divenire (il tempo: il pasticcio di una cuoca) e lo considero un grande poeta, poco capito. Dei contemporanei, hanno contribuito alla mia scrittura, soprattutto all’inizio, oltre al “necessario” Montale, direi Caproni, Sereni, Penna, Saba e altri che non mi vengono in mente e poi, sai, tanti frammenti di minori, che magari hanno scritto pochissimo, oppure hanno scritto tanto ma si salvano due pagine e quelle sono importanti. Anche la ragazza a cui è dedicato il libro ha scritto cose bellissime, sarebbe giusto, secondo me, pubblicarle ma ci sono tanti ostacoli deprimenti. Ieri la mia psicoterapeuta mi ha detto: “Lei da Cristina ha imparato tante cose, è un dono, un lascito importante”. Lei nel senso di io, in psicoterapia ci si dà correttamente del lei.


8) Nella “Torino male” (passami il termine) sei anche conosciuto come un poeta da Poetry slam, ti consideri tale?

Fondamentalmente no. Però il poetry slam è un luogo dove ho conosciuto persone interessanti, ed è un modo divertente di spacciare a un pubblico una ventina di poesie di cinque o sei poeti senza che il pubblico stesso cada addormentato dalla noia, come spesso accade nelle letture “paludate”. Diciamo che agli inizi nel poetry slam c’era più varietà, c’era spazio per molti modi di scrivere, anche per il mio, ho persino vinto qualche volta! Poi – come forse era inevitabile – ha prevalso la poesia accattivante, comica, sarcastica: genere nobile, per carità, ma se c’è sempre solo quello alla fine è di nuovo noia. Si rischia di sconfinare nella stand up comedy, che un po’ odio: lì, per uno bravino ci sono novantanove coglioni che salgono su un palco a sparare le più trite banalità, pure conformiste, da tivù di regime: e a questi io non perdono – sono mica poi così buono come sembra, eh!


9) Dove sta andando la tua Poesia? Progetti venturi?

Non lo so. Forse non l’ho mai saputo, non sono progettuale. Ma adesso meno che mai. Scrivo come mi viene quando mi viene. Molto spesso ciò che ho dentro non trova nessuna via linguistica di espressione, di sfogo, e resta compresso, con un dolore quasi fisico, mi rannicchio in posizione fetale, cerco di non esistere. Dove vada la mia poesia, non ne ho idea. Deve andare da qualche parte? Talvolta vorrei morire – un desiderio che sarà in ogni caso esaudito.


10) In conclusione, vuoi donarci una massima da meditare e conservare?

Le massime mi sembrano sempre pericolose e banali. Che dire? Che ciò che è da cercare in un pensiero è il non pensato, e ciò che è da cercare in una poesia è il non scritto. Vabbè, è banale anche questa. Ma avevo avvertito!

Dicembre 2021


leggi anche, nel blog:
Su “Un garbo libero” di Carlo Molinaro. Una lettura di Paolo Pera
Carlo Molinaro: testi da “Un garbo libero”, Edizioni del Faro
Poeti (di Torino) in 10 righe # 14: Carlo Molinaro

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