“Ballate nere” di Diego Riccobene

Diego Riccobene, Ballate nere, italic, 2021, prefazione di Carlo Ragliani, postfazione di Mario Famularo



Non tutte le raccolte di poesia si fanno ricordare, passata – distratta o attratta – la lettura. È un dato di fatto, senza nessun orientamento valoriale: il memorabile, in senso assoluto, non solo letterario, può anche essere orrido, e bramare oblio. Ma ci sono, e restiamo nella categoria, opere di poesia che si vorrebbe poter ricordare, riporre nello scaffale degli esemplari rari, interessanti, da marchiare. Eventualmente discuterne. Ballate nere, opera d’esordio di Diego Riccobene, con tutto il suo carico di provocazioni, elaborata complessità, obliquità, è una di queste.

Incorniciato da due illuminanti e precisi saggi a prefazione di Carlo Ragliani e a postfazione di Mario Famularo, la raccolta di Riccobene, laureato in Filologia Moderna, opera arditamente sul materiale linguistico e, tramite la scelta netta di ampliamento e di recupero lessicale, sonda il confine nero di una realtà tanto atavica quanto prospettica, e quelle regioni crude e innatamente infere dell’uomo, in un proscenio che convoca l’orribile e una luce altra ed alta, ma distorta.

I richiami, a proposito dello stile, che fanno il pre- ed il post-fatore, agli aloni “scapigliati”, decadenti, postromantici, «vagamente maudit» valgono bene per rendere l’aura e lo sguardo di Riccobene, ma il ventaglio verbale merita qualche parola in più. L’«opulenza lessicale, ai limiti del barocco […] non lesina sull’utilizzo di lemmi obsolescenti, di gusto ottocentesco, ma anche prossimi al neologismo, nel loro utilizzo in forme derivate o in costruzioni semantiche contemporanee» (M. Famularo) ed è impossibile renderne adeguato conto in questo ridotto spazio. Con tutti i limiti e le parzialissime somiglianze, ricordo che (fatta la tara a qualche neoavanguardia novecentesca – più tesa alla creazione e forzatura lessicale, che al recupero) solo la lettura del torinese Augusto Blotto ha richiesto un ricorso al dizionario pari a quello necessario per la lettura di queste Ballate nere! Solo a minimale campionamento si registri il ricercato repertorio di termini mitologico-luciferini (Azazello, Baalzebub, katékon, Tephras, Dagon, Abadonna, Sheol ecc) e, spostandoci completamente, la ricca sequela di lemmi di ambito medico con uso talora figurato (murmuri del secolo, diplopie, epitalamo, atassico, intracutaneo, adipocera, epifisi ecc). Ma, ripeto, è insufficiente dare riscontro alla pletora terminologica utilizzata, se non leggendo direttamente i testi.

L’intento, perfettamente manifesto e ben esitato, è quindi duplice (forse anche con rapporto causa-effetto o strumento-fine) e di pari visibilità: stilistico-filologica, con lo «slancio tonico verso il passato» (C. Ragliani) e di celebrazione-ripudio dell’oscuro nell’umano, con la piena critica alla «realtà contemporanea nella sua indecorosa ed ostinata inconsistenza» (C.R.), al «pletorico/ sfacelo che oggi recita l’umano» (p. 78).

La raccolta consta di una sessantina di componimenti, dove prevalgono l’endecasillabo e il settenario giambico, non organizzati in sezioni, ma alcuni di essi contengono serie di testi d’ispirazione omogenea, e alcuni titoli di queste pseudosezioni sono piuttosto rappresentativi: Scolatoio, “Et in Arcadia ego”, Bestiario, Epistole di Santi.
Lascerò ad alcuni testi ed a stralci dei saggi “Der totentanz, ovvero della danza macabra” di Carlo Ragliani e “Tentai di invocare l’altrove” di Mario Famularo il compito di meglio rappresentare e rendere i contorni e gli strumenti di questa sorprendente raccolta, che prevedo potrà dar vita – senza terze misure – a franchi plausi o ad insanabili dubbi. Provocatoriamente, ma in maniera realisticamente onesta, infatti «il contenuto delle liriche – esordisce così Carlo Ragliani – non è adatto alla maggioranza dei lettori».

dalla Prefazione di Carlo Ragliani “Der totentanz, ovvero della danza macabra”

È bene precisare che il contenuto delle liriche non è adatto alla maggioranza dei lettori.
O meglio: per quanto sia consigliabile il travaglio del negativo ad ogni esistente, l’apostolato del nero di cui si fa portatore Riccobene non si distingue dalla strana sensazione di euforia che si potrebbe provare sull’orlo dell’abisso, o quel sentimento ineffabile e straniante che si sussume essere fondamentale alla contemplazione dell’esistenza e, soprattutto, della morte che ne è corollario.
[…] al centro dell’indagine poetica si pone la scrittura come ripudio della realtà contemporanea, nella sua indecorosa ed ostinata inconsistenza.
[…] La conseguenza logica di questa operazione e che l’elezione della sacertà, ora attingendo al significante del racconto mitologico, ora assolutizzando certi significati, indichi il parossismo della rovina in cui è precipitata la reificazione culturale. Con essa, senza ombra di dubbio, assistiamo al trascinamento nelle viscere dell’inutilità quotidiana l’io poetante, quando lo si suppone incarnato nella trasfigurazione elegiaca del giornaliero esperibile.
E tutte [le] figure che popolano il palcoscenico della poetica del Nostro, reviviscendo il ballo osceno e grottesco dei cadaveri redivivi, sono intese al recupero di un sapere ultra-simbolico da cui si ricava il fondamento della decostruzione della quotidianità ripugnante, e fonte e culmine di ogni deviazione.
[…] Riccobene, nel suo lirismo ottocentesco di matrice tutta francese, si pone come vaticinante dell’orrido, e del sacro ineffabile che solo parzialmente trova traduzione nell esegetica della versificazione – e la sua poesia si dà come occasione del tremendo, e dramma di una coscienza che informa un poeta che, pur di dar voce all’assoluto apocalittico, morirebbe muto.

***
Con quale verminaio l’esarcato
eretto dall’Ipocrita confina
lo cantano rapsodi morti oppiomani,
pur discernendo la futilità
di scismi adulterati a nomi apocrifi
su carte che vergarono gli arcangeli.
La carcassa del vero qui esibita,
il lascito lebbroso più non cerco
a svilire nel funebre consenso
utopie sommesse dal flagello;
mi basti la torbiera del dicibile,
anch’essa deteriore, ben lo vedo,
congegno con semantiche interrate
nel fondo con calciti a concimare
la sapida corona sapienziale.
Se infine patteggiassi con la luce,
sarebbe lo sfiorire meno atroce?
Io non lo giuro. Spero tuttavia
che l’onta rechi sgravio all’agonia
del servo da cui nacque l’ossessione.

(pag. 18)



Scolatotoio

II


Rintocco melanconico
la stanza ove il guanciale s’imbavò
– ricordi? – e non saremo
Uno neppure morti, ma lacerti
in forre grigie e fumide, demanio
di larve verdi e del saturno piombo.
Nell’indistinto la stagione putre,

così fa il corpo: attende,
levandosi con flemma dalla ghiaccia
un sole rosso e storto,
presago d’acquivento sulla spiaggia
che il fimo sparto al mare già contende;
la tua preghiera mente, se tralascia
rigori della falba adipocera.

Molteplice e corrèo,
anche il senziente effonde poca grazia,
sebbene lo specioso
diaspro lo separi dall’esizio,
la malattia del secolo, s’intende,
la nassa sapienziale oltrecotante.
E Lei ci accoglie, sente che siam figli.

(pag. 39)



Et in Arcadia ego”

VIII

Seppur prestante, in dodici lo legano,
intricano quintuplice brachiere
intorno al nocchio tra mascella e collo;
lo piega l’ebetudine
dell’acre vino misto nel solstizio
dall’uva fulva e acerba
ancella quando oziose mezzanotti
s’insediano tra i vomeri del lurco.
Domandano se incusso sia un principio
e sfrondano e percuotono, quei dodici,
vi scavano molteplici ferite
con pertiche di vischio, poi lo scuoiano:
la fibra sopra il desco giace esposta
e presto la si brucia, quindi sfregano
corniolo sulla cortice,
che i roghi s’alimentino gemelli.
Il cerchio in nome della Dea dell’orzo
tra la verdura aulente in medio giugno
bandisce un lauto pasto
offrendo carni dell’infanticida
affumicate e sbornie d’idromele.
Ma non chiamate questa la giustizia
d’Arcadia. Onesta quercia,
sei invero meno infetta di noialtri
che irridi in morti cicliche e battesimi?
Le tue radici affondano
all’infero e banchettano sui resti.

(pag. 56)



Epistole di Santi

IV.

L’esilio deve consumarsi adesso,
nel dolio vaporante d’acque nere
che ammiccano tra i ronchi semichiusi
dagli apuli confini, dai pantani
che in fondo sono porte lungo i clivi
chiazzati di serotino adamante.
Prosciolti da ogni vincolo, li vedo
quegli incubi pennati nero notte,
crogiolano nell’aere di qui sopra
nel nome di un grazioso emendamento
sì breve, ma se penso alla gran gloria
del Figlio che scostò la pietra morta,
nessuna concessione mi sia avulsa.
E tutto questo, dunque? Ravviarsi
il monte e poi cadere ancora in torme
di zolfo, quando gracchia dalla concava
caverna quell’araldo corvo, il tramite
tra il medio e il sottomondo che rinserra
il tribolo già grave dei dannati?
È questo che ci attende, peccatori?

(pag. 84)

dalla Postfazione di Mario Famularo “Tentai di invocare l’altrove”

[…] Risulta quanto mai opportuno il richiamo, già evidenziato dal prefatore, ai topoi di certa poesia scapigliata e simbolista, sia per i continui rimandi a panorami urbani dove il dettaglio sciatto e di un’umanità emarginata si mesce al tono di denuncia verso ogni cosa volgare e sgraziata […]; sia per lo slancio duale verso una redenzione sofferta, decadente, post romantica, che ritrae un uomo inetto, preda di moti dolorosi e vagamente maudit, e allo stesso consapevole dei propri limiti, dei propri gesti inadeguati, della condizione fragile dell’esistere universale, nonostante vi sia una fioca prospettiva di superamento di tale impasse.
[…] Quale dunque una delle possibili funzioni di una forma così originale ed elaborata? Molte potrebbero essere, naturalmente, le ipotesi, ma quella che appare più convincente – certamente la più suggestiva – è quella di rappresentare un cortocircuito fatale tra l’io lirico del testo e un mondo – un’epoca – con cui vige una relazione reciproca di profonda estraneità, critica e dissidio, dove le scelte linguistiche e il rigore ritmico insorgono come innesti distintivi della poesia nei confronti di una società asettica, concentrata su disvalori disumanizzanti, automatismi anestetici e spersonalizzanti.
In questo, la parola di Diego Riccobene riesce perfettamente a trasmettere il senso di appassionata avversione alla caduta dei referenti, fisici e metafisici, e al contempo di sdegnata denuncia contro la diffusa insensibilità verso uno status quo in ultima istanza inaccettabile.



Diego Riccobene nasce ad Alba (Cuneo) nel 1981.
Dopo la laurea in Filologia Moderna presso l’Università degli Studi di Torino, è docente presso la Scuola Secondaria.
Alcuni suoi componimenti sono stati pubblicati su webzine e antologie.
Ballate nere è la sua opera d’esordio.

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