Cinque poesie da “Altri versi” di Eugenio Montale

“Altri versi”, (che già fu titolo della IV sezione di Ossi di seppia), è l’ultima opera edita di Montale in vita. Nel 1980 Einaudi pubblica “L’opera in versi”, a cura di Rosanna Bettarini e Gianfranco Contini, che contiene anche l’ultima opera poetica di Montale “Altri versi” curano. Nel Meridiano si riporta che il 6 settembre 1980 ne fu consegnata la prima copia al poeta. Nel maggio 1981, pochi mesi prima della morte, viene pubblicato per Mondadori “Altri versi e poesie disperse”. Contiene 75 poesie e l’ordine finale delle poesie è stato sistemato dai due curatori. Il libro è diviso in due parti, parte prima e parte seconda, ma le poesie si susseguono senza un tema prestabilito.




Amici, non credete agli anni-luce

Amici, non credete agli anni-luce
al tempo e allo spazio curvo o piatto.
La verità è nelle nostre mani
ma è inafferrabile e sguiscia come una anguilla.
Neppure i morti l’hanno mai compresa
per non ricadere tra i viventi, là
dove tutto è difficile, tutto è inutile.



La felicità

Sarebbe assaporare l’inesistenza
pur essendo viventi neppure colti dal dubbio
di una fine possibile.
Dice un sapiente (non tutto sono d’accordo)
che la vita quaggiù fosse del tutto improponibile
col corollario (aggiungo) che non era
niente affatto opportuna.



All’amico Pea

Quando Leopoldo Fregoli udì il passo della morte
indossò la marsina, si mise un fiore all’occhiello
e ordinò al cameriere servite il pranzo.
Così mi disse Pea della fine di un uomo che molto ammirava.

Un’altra volta mi parlò di un inverno a Sarzana
e di tutto il ghiaccio di quell’esilio
Con una stoica indifferenza che mascherava la pietà.
Pietà per tutto, per gli uomini, un po’ meno per sé.
Lo conoscevo da trent’anni o più, come impresario
come scalpellatore di parole e di uomini.
Pare che oggi tutti lo abbiano dimenticato
e che la notizia in qualche modo sia giunta fino a lui,
senza turbarlo. Sta prendendo appunti
per dirci cosa c’è oltre le nubi,
oltre l’azzurro, oltre il ciarpame del mondo
in cui per buona grazia siamo stati buttati.
Poche note su un taccuino che nessun editore
potrà mai pubblicare; sarà letto forse
in un congresso di demoni e degli Dei
del quale si ignora la data perché non è nel tempo.



Tergi gli occhiali appannati

Tergi gli occhiali appannati
se c’è nebbia e fumo nell’aldilà,
e guarda in giro e laggiù se mai accada
ciò che nei tuoi anni scolari fu detto vita.
Anche per noi viventi o sedicenti tali
è difficile credere che siamo intrappolati
in attesa che scatti qualche serratura
che metta a nostra libito l’accesso
a una più spaventevole felicità.
È mezzogiorno, qualcuno col fazzoletto
ci dirà di affrettarci perché la cena è pronta,
la cena o l’antipasto o qualsivoglia mangime,
ma il treno non rallenta per ora la sua corsa.



Poiché la vita fugge

Poiché la vita fugge
e chi tenta di ricacciarla indietro
rientra nel gomitolo primigenio
dove potremo occultare, se tentiamo
con rudimenti o peggio di sopravvivere,
gli oggetti che ci parvero
non peritura parte di noi stessi?
C’era una volta un piccolo scaffale
che viaggiava con Clizia, un ricettacolo
di santi Padri e di poeti equivoci che forse
avesse la virtù di galleggiare
sulla cresta delle onde
quando il diluvio avrà sommerso tutto.
Se non di me almeno qualche briciola
di te dovrebbe vincere l’oblio.

E di me? La speranza è che sia disperso
il visibile e il tempo che gli ha dato
la dubbia prova che questa voce È
(una E maiuscola, la sola lettera
dell’alfabeto che rende possibile
o almeno ipotizzabile l’esistenza).
Poi (sovente hai portato
occhiali affumicati e li hai dimessi
del tutto con le pulci di John Donne)
preparati al gran tuffo.
Fummo felici un giorno, un’ora un attimo
e questo potrà essere distrutto?
C’è chi dice che tutto ricomincia
eguale come copia ma non lo credo
neppure come augurio. L’hai creduto
anche tu? Non esiste a Cuma una sibilla
che lo sappia. E se fosse nessuno
sarebbe così sciocco da darle ascolto.
(20 gennaio 1980).


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