“La ricostruzione di Parigi”, inediti, di Paolo Gera

Testi di rara efficacia, questi inediti di Paolo Gera, che naturaliter si collocano in quell’archivio, detto rasoterra, di “poesie atte ad essere ricordate”. Perché? Perché prendono – con “delicata avidità” – un elemento a partenza reale (l’angelo/ lesena; il ragno; il vecchio) che fa da grimaldello, anzi da “gate” per universi ricomposti con pezzi di città, memorie, considerazioni e distanze tra l’osservatore e l’osservato.
Più che una valutazione formale, appurata la facilità per la parola idonea, e annotato come i testi si snodino con felice scenografia, frutto di uno sguardo originale e naturale al tempo stesso, e con una narrazione fluida e densa, mi preme osservare come il verso raggiunga il lettore con una proprietà emotiva tanto intensa quanto di non semplice identificazione, non esibita, ma posta a dimora. Parte di questo sentimento si chiama distanza, o addirittura, alienità:
«I passanti neppure si accorgono di me di lui/ della nostra leggera sostanza»
«quella bella fatica e quella lunga attesa/ che non sono soggette ad alcuna legge umana»
«Dietro non ti tocca/ la muraglia della città dei morti»
E’ un universo frantumato e in sofferenza, quello che – pur ancorandosi al reale – racconta Paolo Gera:
«Voliamo […] verso le nuvole che si anneriscono»
«l’acqua amara/ i muri storti […] Parigi crolla»
«la piazza deserta»: vuoto e distanza che l’io poetico rifiuta, auspicando quell’abbraccio-ponte con quel «calore uguale» che sembra il materiale primario per qualsiasi costruzione e ricostruzione umana.
(AR)



il peso dell’anno

io porto il peso dell’anno
come l’angelo sostiene i balconi
nel palazzo di Rue Turbigo
e come lui non posso girare la testa
ha le ali spiegate e io le spalle curve
ma il mio sguardo come il suo fissa inspiegabile
tra gli alberi nudi e i semafori.
I passanti neppure si accorgono di me di lui
della nostra leggera sostanza
camminano e comprano svelti.
Eppure ognuno lo ha sopra
il peso dell’anno
e la museruola per non essere morsi
ognuno ha il suo peso e le sue ali
e nessuno ci pensa:
non siamo uno stormo
non portiamo i bambini.
Voliamo solo via
ognuno povero uccello
verso le nuvole che si anneriscono.



i ragni

Sul ponte del cambiamento
piccoli ragni bianchi tessono la tela.
Ora lo scorcio sulla Senna
è attraverso i loro arabeschi
che richiedono incessante cura.
Sembra che sappiano e vogliano ricostruire la città
anche se Parigi è là dietro
solida e incantevole
e le luci e le stelle si riflettono sul fiume.
Eppure annunciati proclami
rendono l’acqua amara
i muri storti
gli svettamenti tremuli
i passaggi obbligati.
Così i piccoli ragni tessono e tessono tutta la notte.
E se anche Parigi crolla
la visione aderisce alla trama dei fili
e ciò che è stato permane.
Poi c’è la storia consueta delle coppie obbedienti
a caccia di selfie
che vedono in quell’orrore minuto e splendido
una nuova occasione
un invidiato condividi
per la prevista settimana di vacanza.
Inoltre non hanno niente a portata di mano
con cui spazzarli via.
Ma non è per i passanti
quel continuo luccichio operaio
quello srotolare casa dal corpo
quella bella fatica e quella lunga attesa
che non sono soggette ad alcuna legge umana.



riconoscenza

non so perché mi rassicura guardarti e mi rallegra
sei un vecchio sconosciuto
seduto a me davanti
una carrozza del metrò linea 3
quattro fermate al Père Lachaise il cimitero.
Muovi la testa intorno che ha capelli grigi piuttosto lunghi
e le mani improvvisano sulle gambe
non so se per agitazione o fantasia.
In una bacheca di vetro che riflette ogni lampo del percorso
c’è un manifesto che dice
“ne lui collez un’etiquette pour toujours”.
Saliti gli scalini che portano sul viale
non riconosco in te un padre perduto
come in tante poesie scritte sinora
ma voltandomi ti vedo fermo
e giurerei che stai fiutando
e non so se sei di casa o spaesato.
Dietro non ti tocca
la muraglia della città dei morti.
già troppa primavera è nell’aria
se potessimo sciogliere in fiammate
il ghiaccio azzurro sulle labbra e sul naso.
E vorrei solo abbracciarti
così
per dare e sentire il calore uguale che abbiamo nel corpo.
mi basta tu sia vivo
è sufficiente
è tutto.

3 Comments

  1. In questi magri e gelidi tempi, ecco un regalo ricco e caloroso: la pubblicazione da parte di un poeta che stimo moltissimo di un trittico di poesie sulla città che amo e in cui spesso mi ri-trovo. Grazie, Alfredo, anche per la tua lucida e nello stesso tempo empatica introduzione: mi ci riconosco appieno ed è come riconoscersi nel viso di un amico che ti ha capito profondamente.

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  2. Un trittico dello spaesamento; l’uomo che osserva il paesaggio per cercare tracce di un’ umanità che pare sospesa, estranea a sé stessa.
    Io confido in quei piccoli ragni bianchi che tessono il cambiamento.
    Testi che incidono attraverso un linguaggio pacato, senza invettiva, senza rabbia. Chi osserva e l’osservato non sono interconnessi, manca il dialogo fecondo; eppure li accomuna un lutto per ciò che è andato perduto a cui anche il passaggio partecipa. Quello di Paolo è uno sguardo d’insieme che volutamente coglie il dissesto in superficie, ma lascia presagire il vuoto, il buio del profondo in cui siamo precipitati. Il mondo già sembra continuassi ,organizzarsi senza di noi incapaci di agirci .

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